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Quotes: a quanto li quotiamo?

Il sentiero del web è costellato di quotes, manco fosse quello di Pollicino. 
Ma quante stelline e quanti pollicini guadagnano i quotes?
A quanto li quotiamo in termini d'interazione e "pane quotidiano"?
Facciamo il punto della situazione.


Inizio questo post con una sottile provocazione; e lo faccio con una variazione sulla congiunzione. 
Mi pare ovvio che Bruto, figlio adottivo di Cesare, non quotava affatto il suo modo di fare politica - e non escludo che l'abbreviazione del vocativo mihi in mi sia da attribuire a questa disamina qui [rido molto].

Ri-componiamoci.
Vero è che mille quotes invadono le pagine web: quel tanto che quand'è troppo... stroppia e scoppia.
Layout, font, strumenti veloci per citazioni visual: ogni mezzo è lecito per colpire l'attenzione dei lettori con parole, parole e... parole. Una mina (?) vagante che rischia di oscurare il senso con l'overload del verbo. Paradossale, non trovi?

Io sono pazza; ma l'esempio latino è parecchio azzeccato: si sappia. Perché la citazione BARRA quote viene da lontano; e la sua etimologia unisce l'inglese al linguaggio... nostrano.


Lo vedo scritto su tutti i muri...
... e pure su tanti diari. Dai su, non abbiamo inventato niente.
Facendo un giro a Pompei, scopriamo che i giovanotti (?) di 2000 anni fa imbrattavano i muri con scritte d'ogni tipo: c'erano quelle dipinte [manifesti elettorali] e quelle incise dalla gente comune; c'erano le frasi, ma anche i disegni. E, ovviamente, non potevano mancare le citazioni dei poeti più in auge: Lucrezio, Virgilio, Orazio, Ovidio; erano loro i "cantautori" del tempo, attraverso cui lasciare messaggi ai posteri. 
I romani, poi, avevano più fantasia di noi e storpiavano i versi a loro piacimento.

E che dire della mitica Smemoranda anni '80?
Non so voi, ma la mia era piena di frasi memorabili: Beatles, Doors, Ghandi, Wilde [non esattamente in ordine alfabetico, ma secondo l'umore del momento]. Da sempre la citazione è un modo di veicolare idea. pensiero, emozione [Sì, lo faceva pure mia mamma secondo me].

Stiamo, quindi, regredendo a una fase adolescenziale? 
Sono le nostre bacheche ridotte a un wall di citazione selvaggia e banale?
No, io non credo: semplicemente il linguaggio visual del web si muove tra il copy-ad promozionale e la necessità d'interazione sociale; il che è uguale al sempiterno quote che nessuno può negare.
"Ue', l'ha detto lui/lei eh; tu sai chi è? Come puoi non approvare?" - Eh certo. 
Peccato accada spesso che non conosciamo bene il personaggio che osiamo citare; e che spesso non è proprio quello corretto per un determinato contesto.
Quotare sì, quindi; ma a caso anche no. Approfondiamo?


Io (ti) quoto
L'italiano proprio non ci piace: pace.
Eppure l'inglese quote - tu guarda un po' - deriva dal latino quotus [quanto? In che numero?] se pur variato dal medievale quotare [segnare con i numeri - riferito alle pagine di un libro].
In italiano la quota è un valore numerico, il cui significato si estende a comprendere molti soggetti diversi: una persona [professionista quotato]; un titolo in borsa; i contributi versati; gli elementi di una lista ben ordinati; le misure di monti, luoghi, edifici più o meno alti.

L'anglosassone quote risale al medievale "segnare le pagine di un libro", dove si annotavano appunti a margine e dove si trovavano le citazioni riportate nelle fonti; per traslazione quotare diventa "riportare una frase dell'autore" - chiunque esso sia. 
Per questo il termine risulta tanto famigliare e spopola sul web: commentare un post con il neologismo "ti quoto", significa appoggiare il pensiero del suo autore - non per forza conosciuto urbi et orbi. 
Un verbo pragmatico, dunque, che spinge all'azione "mi piace, stellino, ri-condivido". 
Un verbo che si adatta bene alla dimensione scritta; meno a quella parlata. 
Un verbo che "pesa", ma non distingue tra la fonte "comune" e quella accreditata.
Ma che cos'è la citazione? Qual è la sua legislazione? E come si usa in comunicazione?


Legislazione e fonti
Citare significa "riportare in un testo l'espressione di una persona diversa dall'autore". 
Ci devono essere le virgolette prima e dopo; e le fonti originarie solo dopo. 
Possiamo citare tutto: anche un luogo comune, un accenno figurativo, un detto proverbiale.
E possiamo anche variare. Ma com'è regolamentato questo... tutto?

Ovviamente dipende da paese a paese; basti sapere che, mentre negli USA vige il Fair Use, qui in Italia abbiamo una legge sulla "protezione del diritto d'autore" che risale - oh my God - al 1.941.
Una cosa nuova, insomma; adatta a regolamentare il nuovo linguaggio digitale. 
Sia messo agli atti che la SIAE ha preteso compensi sui diritti d'autore anche per l'attività didattica. 
Sì hai capito bene: non c'è limite al peggio. In ogni caso, il Governo ha risposto che la nostra legge del 1.941 può essere equiparata a quella statunitense; e noi siamo contenti: WikiQuote forever; ma pure The Oxford Dictionary of Quotation e The Columbia Dictionary of Quotations. 
E be', ma ti pare.


La citazione in comunicazione
Perché si cita tanto?
Le ragioni sono più d'una e dipendono dal mezzo; limitandoci al web, direi che quelle principali sono:

  • visive - le parole emergono dalla pagina con una potenza maggiore e attirano gli occhi del lettore: font, disegno, colore spingono il messaggio oltre il muro nero e bianco; impossibile non leggerle, per quanto i nostri occhi scorrano veloci
  • emozionali - la citazione esprime uno stato d'animo di cui ci sentiamo partecipi e in cui vogliamo coinvolgere il lettore: l'importante è rispettare il contesto
  • evocative - la citazione troneggia su foto, immagini, luoghi che immortalano nel tempo un pensiero riflessivo, ma anche "sensitivo" [vista, olfatto, gusto, udito, tatto]
  • partecipative - la citazione esprime a caratteri cubitali un pensiero che condividiamo; usiamo le parole degli altri per far capire meglio chi siamo
  • interattive - le parole condivise a gran voce, quasi urlate nel mare del web, vogliono (in)cantare; per non interagire, bisognerebbe tapparsi occhi e orecchie a livello mentale

Che dire, poi, dei quote-bio [le citazioni nelle bio di Twitter] o dei progetti come twitteratura, dove si citano autori in 140 caratteri sulla base del tema giornaliero?
Insomma, il quote funziona. E quando una cosa funziona, abusarne è molto facile.
Forse bisognerebbe imparare dalle antiche genti romane: per essere originale, bisogna osare.


Personal Branding: quotare "cum sale"
Sai cosa? Io non quoto più la citazione selvaggia: m'ha scucciat'.
Il messaggio polisenso, buttato là senza senso, alimenta la polemica: personaggi storici, di cui manco si conoscono le vite, vengono scagliati sulle bacheche come un sasso nello stagno per aumentare le cerchie. Non approvo per un semplice motivo: sarebbe come prendere un libro, aprirlo a caso, estrapolare una riga dal contesto e lanciarla nel pubblico consesso - che non ha la giusta autorità [con tutto il rispetto]. Penso a quanti autori si strapperebbero i capelli se assistessero a questo processo - mi vengono in mente quelli del povero Einstein che già erano pochetti e ancor meno n'erano rimasti dopo l'abuso in stile Pop-Art.

Mi chiedo, poi, perché l'auto-quote sia out: citare noi stessi è forse un problema? No: sarebbe un ottimo escamotage per fare personal-branding con un sacrosanto pizzico di creatività.
I miei quotes sulla pagina Copywriter Input parlano di me: ironia, variazione sul tema, pensiero. Citazione senza quartiere tra poster e Facebook Cover.
Non è facile e forse è proprio là che sta il problema: tocca pensare a qualcosa di originale; ma anche riuscire a centrare il messaggio in poche, chiare, significative parole.
Scrivere quotes partoriti dal nostro cervellino è un ottimo esercizio riassuntivo: possiamo sfruttare l'ironia, esprimere pensieri sul nostro lavoro, condividere emozioni; e, soprattutto, possiamo distinguerci e risultare originali. Non siamo nessuno, ma i nostri lettori ci devono conoscere; tante volte le citazioni possono nascere proprio con la loro partecipazione. Qualche tempo fa, sempre sulla pagina Facebook, abbiamo creato quotes sulle variazioni latine: eccoli qua.

Ciò non toglie che il quote classico possa risultare comunque vincente; sempre che sia coerente e in linea con la nostra immagine coordinata. Se sono una fashion blogger e cito Audrey Hepburn. per esempio, devo sapere che sto dando un'immagine precisa di me, del mio stile e del mio target: scrivere un post o farsi una foto con la scarpa leopardata potrebbe risultare... destabilizzante.


Teaser su temi, prodotti e personaggi: facciamoli parlare
Il disumano abuso di citazioni si limita all'essere umano. Certo, lui parla... quindi è chiaro.
Ma il mestiere di comunicatore è - prima di tutto - saper creare qualcosa di nuovo.
La mia domanda è: un oggetto si può auto-citare? E il personaggio di un romanzo? O un post che non è ancora stato scritto? Forse sì, se ci muoviamo sul web.

Mi è piaciuto molto il lavoro di Annarita Faggioni con i protagonisti del nuovo libro: una via di mezzo tra storytelling e quote in teaser. Personaggi che si auto-citano e anticipano il loro ruolo nella storia; un espediente per stimolare il lettore e accrescere la sua curiosità. 

Ma se facessimo lo stesso con un prodotto/testimonial? 
Qui si potrebbe spaziare tra storytelling - nel caso in cui il prodotto sia già presente sul mercato; e teaser - nel caso in cui volessimo lanciarlo in un prossimo futuro.
Insomma, cosa racconterebbe l'anziano Coccolino? E come parlerebbe il nuovo fagottino?

Che dire poi del post-blog? E della social-bio?
Nel primo caso penso a poche righe incisive che colpiscano il lettore dritto al cuore - e prima di scoprire il contenuto. Un estratto visuale in teaser che anticipa il messaggio principale.
O più di uno. Chissà.
Poi ci sono le mini-biografie di social network come Twitter, dove la citazione occupa una parte - o tutti - dei 160 caratteri a disposizione; amiamo descriverci attraverso frasi memorabili. Quest'è. E come i nostri antenati andiamo di variazioni o rettifiche dissacranti barra ironiche.


Brand Identity tra copy-ad e storytelling
La strategia del messaggio visuale non è nuova nella comunicazione pubblicitaria.
Ho già parlato del copy-ad [che a malapena si distingue dal quote].
E sono davvero tanti gli esempi di aziende che citano i loro fondatori per raccontare la loro storia e i loro prodotti: il vantaggio è far capire bene chi siamo, da dove veniamo, quali sono i nostri valori e su quali leve vogliamo puntare in futuro. Ma possiamo anche veicolare le nostre capacità e i nostri servizi con piccoli suggerimenti auto-citati: è quello che fa la Glisco Marketing di Veronica Gentili.

Io stessa sperimenterò a breve la prima soluzione: lavoro in un'azienda che ha venduto carta fino a tre anni fa; e che oggi si trova a cambiare il suo core-business per vendere un prodotto elettronico.
Il problema è ottenere la stessa credibilità; perché no, inizialmente non ce l'hai. Nello stesso tempo, però, hai un vantaggio netto sulla software-house che entra oggi nel settore: conoscere bene il tuo cliente e il modo in cui lavora. Un vantaggio da sfruttare in pieno, facendo capire che non ti sei lanciato sul mercato come uno sciacallo a seguito di una legge ministeriale: tu in quel mercato ci sei sempre stato. Sarà, quindi, il fondatore Mario a parlare attraverso le nostre pagine social; sarà lui a raccontare il valore dell'esperienza su carta e il modo in cui l'abbiamo trasferita sul prodotto digitale.

Ovviamente la comunicazione visuale è solo un tassello di un piano ben studiato e si deve sposare con l'immagine aziendale. Ricordiamoci che i quotes - come la scelta dei colori, dei font e del layout - danno un'idea precisa di noi all'esterno: che le parole siano nostre o di altri, cambiare quell'idea nel tempo sarà molto difficile. Ultimo esempio? Il chiacchierato quotes di Ceres sulla questione Napolitano; a me ha fatto tanto ridere... ma può un brand sbilanciarsi su un'idea politica? In questo caso mi pare in linea con la comunicazione aziendale; e, quindi, sì. Un plauso all'originalità auto-quotata.


Concludendo
Tu quote il quote?
Io sì, quando non è bru(t)to abusato e banale.
In pieno stile latino, il quote si confonde tra citazione autorevole e autoriale, poster pubblicitario e manifesto elettorale, immagine aziendale e stile personale.
Ma l'albero della cuccagna, prima o poi, smetterà di dare frutti: non tiranneggiamo sulla creatività.
Come dice Umberto Eco "siate avari di citazioni".
Facciamogli eco (?) noi comunicatori. E facciamolo per tutti.
Cià, cià.

#TwitterEngagement: cinguettare per coinvolgere e fidelizzare

Che cos'è Twitter?
Perché si usa Twitter?
E come funziona Twitter?
Soliti quesiti di primo livello, che non m'interessa approfondire in questo post. 
Al solito preferisco esplorare il mo(n)do creativo di condividere e fidelizzare. Ché si può fare puntando sui contenuti, senza bisogno di super-tools da esperto social(e).
Su, leggi un po': magari ci provi anche tu.


Le vacanze sono finite già da un po'.
E il pensiero nostalgico vola sul mare blu come un uccellino [blu].
Sì, hai capito bene: ho deciso di scriverci un altro post.
Ho detto spesso quanto mi piace sperimentare nuove strade in 140 caratteri; e non ripeterò qui lo stesso concetto: assolutamente no. Però voglio aprire l'anno blogettaro spiegando - le ali - nell'orizzonte limitato dei 140 caratteri. Perché se i limiti ci sono è pur vero che vanno superati.
Io lo so; e anche tu. O no?


Quesiti di primo, secondo - e proprio - livello
Sono passati poco più di tre anni da quando ho iniziato a bazzicare nel fantastico mondo della condivisione social(e): un lungo cammino per chi, come me, viene dalla comunicazione tradizionale. 
Un cammino fatto di più question-step:

  1. how to do = che cos'è Twitter? Come funziona? E perché si usa? > leggere post dedicati per approcciare al meglio il nuovo mezzo 
  2. what could I use it? = a cosa potrebbe servirmi Twitter? > riflettere sullo scopo di condivisione; fare un'analisi del target (il mio frequenta questo social?); pianificare il contenuto mirato 
  3. who am I? = chi sono io? Come voglio presentarmi? > informarsi bene su come scrivere la bio e su come gestire l'immagine coordinata
  4. what do I do? = che cosa faccio nella vita? Di cosa mi occupo? > scegliere le competenze da mettere in evidenza e rispettare la coerenza
  5. how can I share my contents? = come posso condividere i miei contenuti? > entrare nel vivo dei 140 caratteri e capire come gestire testo e link in uno spazio limitato
  6. how can I find new followers? = come posso trovare nuovi followers? > condividere in modo giusto i contenuti e sfruttare hashtag, menzioni, retweet, modified tweet, head tweet 

Potrei continuare all'infinito con Twitter-tools e strumenti specifici per risparmiare spazio, selezionare le news e monitorare la presenza online. Tutti utilissimi.
Ma sai che c'è? Dopo i quesiti di primo e di secondo livello, ci sono i propri; anzi, devono esserci se si vuole fare un salto di livello nell'uso di Twitter e distinguersi nel mare blu della TL.


Monotonia VS varietà
Barboso, barboso, barboso.
Questa la critica che si rivolge più spesso al social in 140 caratteri; proprio perché i caratteri sono rasati in 140 battute e non lasciano scampo. 
Ammetto che, passata l'euforia iniziale del riuscire a cinguettare, ho provato anch'io la monotonia di una condivisione sempre uguale; perché Twitter non è una chat stile Whatsapp: bene dirlo anche qua. 
Indi come riuscire a variare l'interazione per distinguersi nel mare blu di CIP?
Esperienza, creatività e osservazione fanno la differenza.
Ti racconto il mio come.


Twitter for engagement: organizzare/anticipare in teaser
Ci sono tanti modi per coinvolgere nuove persone. E la sperimentazione sul campo aiuta, si sa.
Nel mio caso ha pesato il lungo percorso lavorativo nella comunicazione tradizionale.
Ma il messaggio che voglio lanciare è: spremere, spremere, spremere le meningi per cercare un modo personale di veicolare i contenuti. Sì, lo puoi fare anche tu.

Iniziamo da qui.
Conosci il concetto di teaser? 
Se no e hai cliccato sul link, avrai colto l'aspetto interessante: il contenuto anticipa la campagna pubblicitaria per creare attesa e aumentare la curiosità del pubblico. E sì, richiede l'investimento di un budget non indifferente. 
Ora ti chiedo: è possibile farlo nello breve spazio temporale di un CIP per attirare l'attenzione dei followers sui contenuti che stai per condividere? Ti rispondo così:



Schematizzando:
  1. organizzare = trovo il filo conduttore dei tweet che sto per condividere > es: storytelling
  2. catalogare = anticipo l'argomento principale e lo inquadro nell'hashtag dedicato
  3. coinvolgere = twitto i contenuti di fila e studio un titolo sequenziale (primo/secondo)

Se qualcuno intercetta il tweet teaser - ed è interessato all'argomento generale - sposterà l'attenzione sulla condivisione o, come minimo, lo faranno le persone citate. Si crea un mini-circolo virtuale d'interazione, in cui ognuno è spinto a leggere il tweet predente e quello successivo. Le persone si conoscono fra loro e tu avrai stimolato l'interazione.
La cosa più difficile è trovare il filo conduttore dei CIP in successione; ma ci sono strumenti per organizzare e selezionare gli argomenti: basta usarli.

Ho provato a fare anche il contrario: posticipare il tweet, anziché anticiparlo.
Suona un po' come dire: "Ehi tu follower distratto, sappi che ho condiviso qualcosa che potrebbe interessarti". Ecco un esempio:


Schematizzando:

Sì, devi sapere chi ti segue per fidelizzare, distinguerti e donare attenzione particolare.


Twitter for endorsement: appoggiare/fidelizzare i followers
Ci sono tanti modi per ottenere l'appoggio delle persone.
Prendiamo i preferiti, ad esempio: quale funzione?
Esistono post su post che affrontano la questione: i preferiti sono utili per salvare contenuti che vogliamo leggere dopo - clicchiamo sulla stella per far capire a chi ci menziona "messaggio ricevuto grazie, approvo o anche no" - li usiamo come un like di facebookiana memoria.

Forse una cosa, l'altra e l'altra ancora.
L'argomento preferiti non è mai chiaro; e finisce che sbagli, accumulandone qualche migliaio.
L'ho fatto anch'io, ché sono una sentimentalona di scarsa memoria e voglio ricordare ogni parola dei miei followers; non sono i numeri, ma i feedback quelli che contano - alla fin fine.
"Un dono fatto col cuore merita d'essere ricordato", ho pensato; e ho inventato il CipHat in linea con avatar e immagine coordinata. Se vuoi donar qualcosa ai followers, usa pure questo hashtag.
A distanza di qualche tempo mi perdo nella miniera dei preferiti e rispolvero un tweet, citando il mese e la persona che l'ha inviato. Ecco un esempio:


Un po' come dire: "Non mi sono mai scordato di te, del tuo appoggio e delle tue parole".
Una buona occasione per far notare agli altri followers quanta gente meravigliosa si può incontrare con una buona interazione; e quanto la buona interazione possa stimolare rapporti di stima. Una specie d'incrocio tra l'abusato consiglio del follow friday [#FF] e l'attribuzione dell'headtweet [#HT]. No, non è solo tecnica: l'uso dei preferiti in senso latino - portare innanzi una persona/cosa piuttosto che un'altra - mi è salito dal cuore.

PREferire ha lo stesso PREfisso di PREmiare, d'altronde: un buona occasione per fidelizzare i followers, tenere viva l'attenzione, far capire che dai giusto peso alle loro parole. Credo che ogni azienda "socialmente utile" dovrebbe avere un tweet-memory da dedicare alle persone. Già.


Tirare le fila... e i fili
Ormai l'hai capito: Twitter è un social network che non pone limiti alla creatività.
Certo di limiti ne ha: ma noi siamo qua per valicarli.
Sperimentazione, osservazione, curiosità, voglia di mettersi in gioco fanno la differenza.
Io condivido con te le mie teorie: alcune saranno buone, altre resteranno pazzie.
Certo è che me le sento tutte nel profondo del perché.

Il motto per distinguersi non è "prendetene e copYatene tutti": l'originalità vince sempre.
E sono ancora tantissimi i modi da esplorare per emergere.

Tu che dici? 
Hai voglia di provare per trovare nuove strade?

Usare #Twitter in modo creativo? Si può!

E niente.
Io amo questo social dai 140 caratteri sparuti, si sa.
Limitatezza di CIP uguale messaggio in micro-CIP.
Ma il quesito è: la sintesi può essere "creativa"?
Beh, forse la risposta va cercata in una nuova... sfida.


Ebbene sì, l'ho fatto: è andata così.
Tempo? Sempre pochETTO [nel senso di poco all'etto].
Spazio? Parecchio [nel senso che apparecchio laddove mi pare ci sia un vuoto].

E Twitter ha un vuoto di creatività tanto vasto quanto il mezzo appare scarso.
Ma se leggiamo i 140 caratteri a disposizione in senso psicologico, forse siamo noi che ci ostiniamo a mostrarne uno solo. Ho già parlato di Twitter come arte in 140 caratteri, perché trovo nella sintesi un'occasione di espressione creativa: quando si ha poco a disposizione, inizia la vera sfida. 
Inutile tornare sul senso etimologico della parola, che sottolinea come sia necessario "mettere insieme, unire, accumulare" per poi "scomporre, riassumere, limare". 
Basta esserne consapevoli e continuare a... sperimentare.


Lo scambio in un "batter di CIP"

Scambiare notizie sottoforma di CIP è come far scattare intuizioni in un battito di CIGlia. 
O di tasti.
O, meglio ancora, di ali. 
L'idea folle del nuovo esperimento che ti presento è nata in un flash:

1. UTET libri pubblica questo tweet sull'Odissea:

2. Qualche CIP più giù, nel mare della TL, compare la foto del mare (?) di Valentina Lepore:


Due più due fa quattro: la mia testa connette in velocità.
E condivido i due tweet di fila coinvolgendo i diretti interessati:


BlobTweeting mi viene così, pensando alla storica trasmissione di RAI 3 che mette insieme spezzoni andati in onda sulle varie emittenti secondo un filo logico, satirico, umoristico. E costruisce nuove "storie".
Penso che l'idea non sarebbe male; poi rifletto sul poco tempo a mia disposizione e cerco di accantonare.


La provocazione

Di solito sono una persona che pensa troppo e che si lancia in progetti nuovi solo quando sono ben strutturati e posso dedicare minuti preziosi.
Ma ho un difetto: non so resistere alle provocazioni, soprattutto quando a farle sono quelli che incarnano le mie passioni. Ecco la risposta di UTET al mio folle battito di CIP:


Inutile insistere: non ho saputo resistere.
Per una volta non ho pensato al riflesso.
E due giorni dopo è nato il nuovo account Twitter @BlobTweet.


Il visual e il contenuto

Se il web è un mare in continuo movimento, la TL di Twitter è un'onda che non s'arresta mai.
CasoMAI sei tu che dopo qualche giorno saresti d'arresto (?), perché non sai come orientarti e "il naufragar in questo mar" non ti è dolce per niente. 
La mia nuova sfida, quindi, sta nel cogliere le connessioni tra più tweet per ingabbiarli in un hashtag # secondo un filo logico. Il punto è: tu accetteresti tweet dagli sconosciuti?


L'esperimento su più piani

"Siamo creativi, non certo abitudinari".
Questo mi sono detta per stimolare me stessa nell'intraprendere una nuova avventura inter-connessa.
E che cos'è la creatività se non contaminazione di vecchie idee in modo nuovo e inaspettato?
Lo dicevano Einstein, Munari, Young, Canova, Duchamp.
Menti geniali che applicavano lo stesso principio in branche del sapere lontane e... ideali.
Possiamo noi, users dei mezzi digitali, sottrarci a contanti assiomi e cedere alla noia di condivisioni tutte uguali? Risposta: no. Ecco, quindi, i vari piani che m'interessano di questo esperimento - a parte gli assunti già citati:

  • creare storie 3.0 in 140 caratteri, prendendo spunto dal mare di CIP condivisi dagli utenti
  • connettere campi diversi, trovando un significato nuovo
  • contaminare visual e testo, cercando di colpire l'attenzione con il poco a disposizione
  • giocare sul tono, variando tra satira, ironia, romanticismo, semantica
  • aumentare la capacità di organizzare liste, dovendo captare più notizie in poco tempo
  • stimolare engagement in modo nuovo, ricordando che Twitter è un social: flussi e persone devono "circolare", conoscersi, diventare nozioni
  • trasformare la condivisione in endorsement, coinvolgendo i singoli e creando un circolo di scambio che vada al di là del singolo link.

La riflessione su me e te

Ehm... no, non sono affatto sicura della riuscita di questo esperimento.
Le difficoltà sono più di una: scelta dell'argomento, scarsità di spazio, difficoltà di comprensione, rischio di "rumore". Ho deciso d'iniziare sull'onda dell'istinto, trattando tematiche generiche e a-politiche (arte, storia, parola, news, pubblicità, eventi, social): la connessione dev'essere spontanea e aperta a tutti.
Mi sono accorta che ingabbiare tweet + menzione + link + immagine in 140 caratteri è un'impresa titanica.
Vero è che alla fine i Titani hanno perso... per Giove (?)
Sicuramente una sfida interessante per migliorare comunicazione e capacità linguistiche. Tu puoi partecipare attivamente al mio esperimento e dirmi cosa ne pensi.
Quando hai tempo. Spazio. E più "caratteri" che hanno voglia di mescolarsi e mettersi in gioco, io ti aspetto su BlobTweet. Fra qualche tempo parleremo di pro e contro nel contaminare CIP.

Google toglie la fotina dalla SERP... ed è subito BUU(M)


Ehi ehi ehi... cosa c'entra Renzie?
In effetti hai ragione anche te: il governo aumenta la TASI, ma noi siamo il popolo del web.
E oggi è toccato un giorno infausto: Google ha cambiato le regole dell'authorship e, ovvio, pure quelle dell'Author Rank. 
Traditore, bastardo e Governo ladro - che ci sta sempre bene anche s'è diversa la ragione.

Un po' c'eravamo arresi a quelle foto plasticate sulla SERP - a parte me; ma c'è da dire che al "circo(lo) mediatico" di Google con Panda, Pinguin, Hummingboard e - giustamente - le cerchie siamo abituati.

Ora la questione è questa: all'annuncio dell'abolizione - non della cerchia eh - ma della mitica fotina nella SERP, varia è la reazione dell'utente web:


  • c'è chi richiama l'ordine social(e) al fatto che, in fin dei conti, Mister G è un'azienda; cioè user friend, che ti credevi di fare? Dai eh...
  • C'è chi, veggente come sempre, sghignazza davanti al pre-visto funerale
  • C'è chi si lancia in metafore poetiche, filosofiche, fisiognomiche che manco Crepè
  • C'è chi non ha mai cambiato la fotina sFOCAta e rimane indifferente al circo - come me
  • E c'è anche chi, di tutte queste crepe, non si è accorto per niente


Bisogna dire, poi, che tra il primo gruppo di GGente e l'ultimo c'è un legame trasparente - che però traspare in modo evidente: perché Google, si sa, è una grande azienda; peccato che la piccola azienda italiana ha ben altri problemi della foto su Google. Non ce ne siamo proprio accorti - ahimè.

ALT.
Non voglio dare un taglio polemico al post.
Preferisco esporre quello che Google ha fatto secondo me, che una piccolissima azienda ce l'ho.


Un po' di chiarezza: authorship e author rank

User friend, stai tranqui: Google non ti ha ship-pato l'authorship e puoi continuare a "navigare" in buone acque sotto-copertura. I tuoi contenuti devono avere il loro genitore, perché potrebbe mai essere credibile un post orfano e invisibile? Non in questa società: tutto deve avere il suo perché, si sa.

Già, ma... perché?
Ah! Le ragioni sono nascoste nelle mille e una not(t)e del web. E certo non ti stresserò con le altrettante discussioni sulla giustizia o meno di questa benedetta authorship inspiegabilmente legata con la qualità dei contenuti - impallidiscano pure gli anonimi scritti del Mar Morto, per dire. 

Ma il mare del web ha le sue regole. 
E per dimostrare a Mister G che tu - proprio tu - sei il REggente dei tuoi contenuti, devi farti 'sta benedetta authorship: lei ti dà un bel punteggio DOP, chiamato author rank. Come?
Passo la palla a Salvatore - facendoti notare in un passaggio che il suo nome non è affatto casuale:



E la fotina che c'entra?

La fatina - ops - fotina è il premio che Google ti dà nel momento in cui segui alla lettera il procedimento post(ato): se l'Onnipotente capisce che tu - proprio tu - sei il degno REsponsabile del content kingDOP a quel punto la tua faccina spunta come una MELA sulla SERP [ché ciliegina non ci azzeccava nulla con la mia splendida metafora biblica]...




... e come vedi non c'è solo lei: l'accompagnano degnamente l'indicazione numerica delle persone che ti seguono sul social - as.sociato - Google Plus.

Beh, che strabuzzi gli occhi?
La nuda verità è tanto evidente quanto i vantaggi:

1. la tua foto attira l'attenzione della GGente --> il tuo contenuto spicca fra gli altri come il Sinai
2. le tue "cerchie" - con le loro condivisioni - ti spingono su su su fino al Paradiso della SERP --> sì, è assurdo, oggi la SERP può farti... ascendere
3. sarai molto ma molto figo, farai vedere che ne capisci e tanto tanto tantissimo altro; soprattutto gli altri cominceranno a chiederti come hai fatto a "mettere la tua faccetta" su Google - ahimè.


Metterci la faccia

Ecco.
Parliamo anche della questione "faccia": se non ce la metti, tu capisci bene che non sei credibile.
Non è un luogo comune, anzi... è molto vero anche nella vita comune.
[Manco a dirlo io - in parte - me ne frego e sul Profilo Twitter ho schiaffato un avatar a volto coperto: se anche il CIP si fissa con l'authorSHIP fate un fischio eh].

Quindi metterci la faccia sempre: la gente deve capire chi sei.
Ripeto, lo trovo giusto; ma poi un po' mi preoccupo perché mi chiedo in quali mani va quella faccia.
Fin dove la regola social del buon comunicare va in contrasto con la regola social(e)?
Tipo parlo per me: la faccia del copywriter prima compariva sotto lo slogan? Anche no.
Positivo? Negativo? Non lo so; quella è tutta un'altra storia.


Le mossette di Google, secondo me

Parlavo di faccia e mi sono venute in mente le "fossette"; da quelle a mossette il passo è breve.
Si chiamano ricerche di mercato. 
Tu hai presente no? Devo lanciare dei servizi e devo sapere se funzioneranno. Anzi, no; la storia parte da ben prima. Devo lanciare un social e l'utente deve avere dei motivi per usarlo; quindi, giustamente, ci sbatto dentro un sacco di plus - nome casuale eh: primo fra tutti, che se fai una ricerca nella SERP da loggato, lei - che velenosa non è - ti restituisce i risultati di tutte le tue cerchie.

Eh caspita!
Non è mica poco... se uso le paroline giuste per promuovere i miei post, "seguo" il pubblico interessato ai miei contenuti e lui segue me... beh... ho fatto BINGO.

Tira un SOSpiro gringo: tutto questo ancora c'è.

Quindi, io devo promuovere una serie di servizi; e con loro una serie di vantaggi.
Io mi chiamo Google e sono un motore di ricerca; io mi chiamo Google e faccio ricerca di mercato.
E tu chi sei? Il mercato, ovvio; e come tale devi dare i buoni frutti.
Allora io ti offro la caramella alla frutta - gusto mela, magari - e ti faccio provare quant'è figo avere la foto sulla SERP. Poi te la tolgo come il peccato originale; e annuncio il nuovo servizio Google Domains.
Non so perché, ma prevedo che se acquisterai un bel dominio quella fotina riapparirà come per magia.
E tu ascenderai nuovamente al Monte Sinai.

Ma il vantaggio è anche sulla "banca dati" che Facebook - diretto concorrente - si rivenderebbe a suon di miliardi. Ovvio: chi non lo farebbe? Oggi le ricerche di mercato si fanno così: capiamolo.
Beh, con la storia del "metterci la faccia" e tutte le raccomandazioni sulle foto plasticate - miraccomando eh, si devono vedere mooooolto bene, il viso dev'essere riconoscibile e tu devi essere lucido - Mister G ha un repertorio segnaletico che manco la CIA. Già.


Dunque...

... sì, lo ammetto: questo post è complottistico: ma se vinco sul domain, domani vinco tutto.
Certo I love Google, ma invito a una certa prudenza: ricordati che TU sei il mercato. Anzi ricordati, come dicono loro, che hanno fatto "esperimenti" --> con te come cavia - ti auguro di Suarez i denti. 
User friend sai che c'è? C'è poco da gongolare, la CIA ti googla; e lei non dormeeee maaaai.
CIAo.

Approfondimenti:
Post di Salvatore su GPlus ---> in italiano

Comunicare digitale #1: dal feedback all'interazione

Ue' comunicatore, ti sei accorto che l'Internette ha messo in atto una rivoluzione? 
Il digitale è sceso fra noi carico di scosse elettr(on)iche. Nulla è più come prima. 
Elettrizzante? Già; ma tutto questo che "senso" ha?



O no?

La comunicazione è un circuito che mette in relazione più persone: alcune lanciano messaggi, altre li ricevono e rispondono di conseguenza. Il meccanismo è quello dello scambio continuo.

Ma può succedere che il circuito tradizionale faccia il corto in un tempo... corto (?)
Quasi un lampo di luce - elettrica - che squarcia il ciel sereno.
Perché se il mondo della comunicazione è scambio, c'è anche cambio, rotazione, rivoluzione.
Quel circuito elettrico diventa elettronico. E niente è più come prima: manco la gente.
BIT BIT.


Scambi e (ri)cambi

Noi tutti, oggi, abbiamo avuto la fortuna di vivere in linea diretta, on-line, una grande rivoluzione: l'avvento della tecnologia digitale. La reazione iniziale è stata rotazione di cose che non dico; ma alla fine ecca-allà: tutto cambia e si trasforma al battito di un click. Sì ma... tutto cosa?
Tiriamo giù qualche (ap)punto/assunto:

  1. il circuito comunicativo avviene tra chi lancia un messaggio e chi lo riceve
  2. il "codice" del messaggio dev'essere capito e "condiviso": ovvio che il pubblico italiano non è in grado d'interpretare un'ideogramma giapponese [evitiamo di consigliarlo]
  3. il "codice" del messaggio dev'essere accettato e "condiviso": ovvio che il pubblico giapponese non può comprendere la gioia del bianco, dato che per loro è il colore del lutto [è così, ebbene sì]

Conseguenze in filo diretto?
Chi emette il messaggio - scritto, visuale, corporeo, vocale - deve curarlo in termini di chiarezza, gusto estetico, coerenza; e calibrarlo sul tipo di ricevente: pena una comunicazione perdente.
Fin qui niente di nuovo sotto il cielo - solare - della comunicazione tradizionale.

Ma cos'è cambiato all'orizzonte? 
"Tutto. Niente" - direbbe Saladino alla fine della sua crociata.

Lo schema di base rimane lo stesso, ma ci sono alcune variazioni:

  • il canale verbale e analogico comprende il digitale 
  • il rumore aumenta di pari passo con l'accelerata diffusione
  • il contesto diventa globale e - spesso - ambiguo
  • l'interlocutore è il lettore, ma anche il motore che tutto filtra e... "move"

Questo richiede competenze diverse.
Ma la vera svolta nel meccanismo di "scambio" è sul feedback, che diventa interazione.
Il perno su cui ruota il circuito elettronico è la parola ripetuta nel primo elenco: condivisione.


Dal "Business to Consumer" al "Business and Consumer"

L'abbiamo detto:

  1. condiviso dev'essere il codice
  2. condiviso dev'essere il contenuto del messaggio
  3. e condiviso dev'essere anche il contesto, che lega le singole parole all'ambiente coerente

Ma oggi la "condivisione" assume una quarta dimensione: la diffusione del messaggio dopo la ricezione. Chiamala interazione prima, condivisione poi..

Sembra poco, invece è tanto.
Il feedback non si misura più con i soliti meccanismi di risposta auto-referenziale a colpi di percentuale commerciale; o, almeno, non solo con quelli.
Il gradimento passa attraverso il dialogo, la diffusione globale e la condivisione di valore.
L'azienda di oggi deve lanciare messaggi e rispondere in modo diretto, veloce, schietto; la responsabilità aumenta in termini di coerenza, storia, qualità.
Il business si costruisce anche CON il pubblico e non solo per/verso il pubblico; la differenza è sottile, ma spessa al tempo stesso (?) Le paroline magiche, già incontrate nel post sull'etimologia di comunicazione, sono ascolto e partecipazione.


Schemi capovolti

L'abbiamo detto:

  • c'è chi emette un messaggio e attende la risposta
  • c'è chi riceve il messaggio, valuta se accettarlo e interagisce di conseguenza

Il difetto della comunicazione tradizionale è che a volte funziona come un circuito elettrico: il segno positivo sta dalla parte di chi conduce il gioco; quello negativo di chi lo subisce.
Una logica unidirezionale che non rispecchia l'origine della parola e il senso di "dono/scambio".

Il merito della comunicazione digitale è stato quello di mandare in corto il circuito, per sostituirlo con quello elettronico. Le carte in tavola sono cambiate: se non dialoghi e non racconti chi sei, il pubblico risponde "picche".  Perché lui, il pubblico, non ci sta più a essere considerato meno; e oggi ha tutti i mezzi per far risuonare le sue ragioni/opinioni.

Adeguarsi a questo stato di cose significa recuperare il senso di comunicazione come osmosi bidirezionale: prima si ascolta; poi si risponde per soddisfare.
Il dialogo diventa fondamentale tanto quanto il monitoraggio del feedback.
Cambio imposto e stravolgimento unidirezionale stramazzano sotto i colpi del mezzo social(e).
Inutile starnazzare doloranti: tutto questo è poco male, quando tutto si fa bene.


Qualche steps [secondo me]

Sono sei gli steps della nuova comunicazione digitale per mettere in circolo know how globale:

  1. dialogare con il pubblico e capire le sue esigenze
  2. scegliere il mezzo adeguato per veicolare i plus
  3. lanciare un messaggio chiaro, fresco e trasparente 
  4. ascoltare, di nuovo, la gente (interagire)
  5. rispondere sempre e in modo coerente
  6. sperare nella condivisione di valore ai quattro angoli del world [wide web]

Alcuni punti sono gli stessi della comunicazione tradizionale; la vera differenza, a mio parere, sta nella modalità di approccio/risposta:

  • dall'ascolto massivo in termini di ricerca di mercato ---> al dialogo con il singolo "sul campo"
  • dal mezzo unidirezionale ---> a quello interattivo
  • dal messaggio - spesso - ambiguo ---> a quello trasparente
  • dal feedback "numerico" ---> al dialogo costruttivo
  • dalla risposta imposta ---> alla responsabilità coerente
  • dal passa-parola ---> alla condivisione globale

Cambia, poi, e si allarga a dismisura il "mercato di riferimento": essere sul web significa essere in contatto con il world; l'epic fail non si lava più in casa, ma si asciuga con le gocce di sudore di fronte a un pubblico di vasta dimensione.
Ne consegue che per comunicare digitale ci vogliono conoscenze diverse, che prima avevano solo le grandi agenzie internazionali - in primis l'ormai imprescindibile legame tra immagine e parola, tradotto in una serie interminabile di copy-ad/quote.


Il buono, il brutto e il cattivONE

C'è del buono, del brutto e del cattivo nella rivoluzione digitale dell'Internette.
Stavolta non l'ha detto Saladino, ma lasciatemi passare il titolo poco aulico e divino.

Di buono c'è che la comunicazione torna ad essere bidirezionale e condivisa: sbagliare, oggi, significa pagare. Tutti possono comunicare = tutti sono emittenti e riceventi di BIT/click; ma sopra-tutto, tutti leggono, si confrontano, esprimono il loro parere. Su tutto: anche te, il prodotto e/o l'intero brand.

Qui arriviamo al brutto, ch'è - ovviamente - anche cattivo.
Perché se dialogare è giusto e fondamentale, il fine dev'essere sempre costruttivo e non... gratuito.
La libertà ha un costo più alto della prigionia; vero, quanto paradossale.

Liberare le parole significa farle circolare per una condivisione di valore. O no?

#StorychangersEU: il contest social per cambiare l'Europa


Te lo chiede il Parlamento Europeo in occasione delle prossime elezioni del 25 maggio. 
E lo fa lanciando un contest social, in cui creatività e viralità si uniscono per cambiare la storia del vecchio continente.

Storychangers è il titolo evocativo dell'iniziativa e - incredibile a dirsi vista l'importanza del committente - non manca il mitico gattino: è proprio lui - campione per eccellenza di condivisione - il protagonista del video in attesa di un finale speciale. Il tuo.

Perché forse non lo sai, ma tu puoi creare una storia differente.

Sì, proprio tu hai il potere di cambiare il mondo attraverso una scelta consapevole.
Questo l'importante messaggio cui t'invito a contribuire.


The End in 140 caratteri


Ecco, in breve, quello che ti consiglio di fare:


  • collegati al sito storychangers.eu, creato per il contest: vale la pena solo per la grafica semplice, chiara e accattivante
  • guarda il simpatico video in home: un ragazzo maleducato e disinteressato alla vita del suo paese, sale sullo skateboard e investe un gattino; ma lui - la vittima - ha un super-potere...
  • scrivi la fine della video-storia e dalle un senso: cosa accade dopo lo scontro? Il gattino in cosa si trasforma? Partecipare è molto semplice: nel riquadro in alto a destra, puoi creare il tuo finale in 140 caratteri 
  • diventa uno #storychangersEU, condividendo il risultato con l'hashtag dedicato e votando quello degli altri; sul sito puoi vedere i video dei dieci paesi partecipanti [questo è il mio preferito: Viral Cat]


Le tue parole nei disegni dei più grandi fumettisti europei

Dal 6 al 9 maggio va in onda su tutti gli schermi l'evento per sottoporre all'Europa il tuo finale. 
Save the date, quindi; ma non solo. 
Artisti e fumettisti di fama mondiale - Vostock, Joost Lieuwma, Alasdair&Jock, Rok Predin e Layla Atkinson per fare alcuni nomi - aspettano di realizzare un di-segno sulle storie che lasciano il segno: l'obiettivo è costruire una storyboard creativa dagli esiti diversi.


Cosa aspetti?

Ho voluto condividere con te questa iniziativa, perché la trovo speciale e rivoluzionaria anche a livello di comunicazione istituzionale. 
Credo sia una buona occasione per mettersi alla prova, cambiare la storia e porre la creatività al servizio di qualcosa; divertendosi e allenando fantasia, immaginazione, invenzione.
I tempi, però, sono stretti.
Quindi... cosa aspetti? Inizia da qui ---> storychangers.eu ---> e fai sentire la tua voce in Europa.


Post Scriptum: com'è andata a finire?

I 4 giorni - 6/9 maggio - dell'evento #storychangerseu sono finiti.
Ben 32 ore di live streaming per chiedersi infine: com'è andata a finire? 
Beh - come promesso nelle premesse - alcuni artisti/fumettisti europei hanno illustrato le storie migliori: 94 finali sui 1134 inviati dai 28 Paesi dell’Unione (puoi guardarli tutti su storychangers.eu).
Ma l'Italia dove si è classificata?
Al quarto posto - dopo Irlanda, Francia e Spagna - con ben 1.189 visualizzazioni.

Che dite, abbiamo contribuito un po' anche noi? 

Scrivere su Twitter, ovvero l'arte dei 140 caratteri

Cip cip cip. 
Onomatopea concisa che rende bene l'imperativo di Twitter: di'ci(p) e fallo in fretta; con poco, ma non troppo. L'intento è quello di dare una "notizia flash" in 140 caratteri: problemino che non puoi liquidare con qualche espressione "trash".
Forse non sai che l'illuminazione è alla base dell'intuizione; e che l'intuizione è un elemento base della creatività.
Parliamone un attimo: stai fermo qua.

Twittering Machine, Paul Klee 1922 - fonte Wikipedia


"Sai che c'è? Su Twitter m'annoio; e te?"
"No" (ma secco).
Questa la risposta che do alla domanda frequente di tanta gente che mette il becco (?)
Vivo questo social come una sfida espressiva.
Mia nonna diceva che "nel più ci sta il meno"; qui le parole sono invertite: nel meno deve stare il più.
E qualsiasi cosa vada contro il saggio detto di mia nonna, vale la pena di un assaggio.

STOP.

Faccio questo tipo di riflessione strampalata e (s)connessa, ogni volta che la mia testa è sottoposta alla tensione creativa; quella che stressa. Parlo di scossa positiva, che tutto sconquassa e mai s'arresta.
Lo so: 

  • l'intervento è già finito da un po'
  • ho detto quello che dovevo dire
  • sono contenta 
  • potevo fare meglio

Eppure il cranio rotola intorno alle orbite senza SOSta. 
"Testa dura, testa tosta", diceva mia nonna.
Come darle torto? Quando il cranio si mette in moto, ruota da solo; quasi per inerzia.
La chiamano anche "adrenalina", ma la rotazione pre-rivoluzione rimane la stessa.
Brutta - bruttissima roba - la roby.copy.testa.

STOP

Fatto sta che sabato 15 marzo son tornata al Master in Comunicazione delle Scienze dell'Università di Padova. Stavolta ad ospitarmi è stata la docente del laboratorio di scrittura Alessia Berti che ringrazio per la stima [infinitamente].
Nell'intervento di novembre ho parlato di web semantico; questo giro è toccato a "L'arte di comunicare: la parola tra segno e di-segno". Partendo dal concetto di scrittura in quanto tale, ho cercato di spiegare cosa significhi comunicare digitale:

  • oggetto e rappresentazione si fondono per ampliare il messaggio
  • segno e simbolo si con-fondono nella stratificazione del linguaggio
  • parola e di-segno diventano integrazione come in un paesaggio.

Lo storify superlativo di Elena Milani e il "twittaggio" perfetto di studenti bravi, rendono il concetto.
Tali e tante sono le cose che si possono comunicare in 140 caratteri: tenerlo presente nel tweet perfetto.
Alla fine di quest'esperienza, fatta di persone e condivisione, la mia testa continua a roteare per inerzia. Questo l'ho già detto, mi pare.
Divagando divagando, arrivo a pensare che gli stessi artisti di cui ho divagato tra i banchi sono grandi insegnanti; per tutto, anche per la composizione del tweet. Poi succede che Cristina Rigutto ci mette lo zampino con il Twittering Machine di Paul Klee; e a quel punto l'arte non si può certo mettere da parte.
Un "segno" del destino, che spinge a (ri)condividere quel che segue.

START

Picasso e la semplificazione

"Semplicità" è una legge di scrittura sul web.
Ed è anche il fine ultimo del Cubismo, corrente artistica che si propone di trovare la forma pura attraverso la scomposizione graduale della figura. Scomposizione che non è banalizzazione, ma risultato di un lungo processo: l'adattamento alla semplicità del "segno" complesso. Di questo ho già parlato nel post di qualche tempo fa. 
Aggiungo che la capacità di riassumere su Twitter diventa necessità; nel meno di 140 caratteri stanno i plus: lancio dell'argomento; link d'approfondimento; hashtag d'inquadramento.
Ne consegue, mi pare chiaro, che sia necessario:

  1. andare subito al nocciolo della questione BARRA lettura BARRA condivisione 
  2. esprimere il concetto in modo incisivo - con o senza inciso 
  3. attirare l'attenzione del lettore e spingerlo all'azione - risposta, apertura del link, condivisione (RT)

Gli espedienti per raggiungere lo scopo sono tanti: domanda, sospensione, provocazione, opinione, citazione, approccio negativo. Riguardo il punto 2, mi sbilancio e dico che sfrutto anche l'inciso con tanto di parentesi quadra. Vezzo creativo? Non so, lo devo ancora... inquadrare (?)
In ogni caso il minimo comun denominatore - che mezzo gaudio sempre non è - rimane la capacità di sintetizzare. Guarda un po' in quanti caratteri chiude un concetto complesso il cinico mago del tweet Matteo Grandi:


Sapere cosa dire e come dirlo è fondamentale: togliamo dal becco il superfluo per andare dritti al cuore del CIP e trasmetterlo in modo originale.


Kandinskij e lo spazio bianco

Il più grande esponente dell'astrattismo, considera lo spazio bianco come elemento concreto tra un segno grafico e l'altro: lo dimostra un'opera tratta dal saggio "Punto, Linea e Superficie" del 1926, in cui lo sguardo può esplorare senza fermarsi sul particolare.
Non posso che concordare sulla "divagazione visiva", tirata in ballo più volte anche dal guru della web usability Jacob Nielsen. E lo sono anche nel breve ciack d'un tweet, dove il vuoto si riempie di significato e diventa ordine, organizzazione, ritmo.
Amo sperimentare e Twitter, con i suoi 140 caratteri, dà grande soddisfazione. Ecco un esempio tratto dal filone "fare l'amore con le parole: una #missione", dove gioco con spazio bianco e dimensione:


La "pausa riflessiva" vale anche per il retweet: dà un senso di libertà, che si traduce nella metaforica "boccata d'aria" per il lettore. Certo, lo spazio tra una parola e l'altra toglie spazio (?) al numero di caratteri e lo aumenta nell'affollata TL : una sfida interessante a livello espressivo/visuale.


Wharol e la ripetizione

Fondatore della Pop-Art, Wharol utilizza la ripetizione visiva per lanciare messaggi di vario tipo; primo fra tutti l'opinione personale sulla meccanizzazione industriale. Ma noi writers sappiamo bene che la ripetizione ha un senso profondo anche dentro il testo, tanto che sono arrivata a considerarla l'anello di congiunzione tra la retorica latina di duemila anni fa e il browser del ventunesimo secolo.
Sono da arresto?
Non lo so, ma Twitter non poteva mancare nel quadro totale; questo è certo.
Nel CIP di cui sopra c'è ripetizione plateale: lanciare trend riconoscibili a livello visivo e testuale è un altro degli esperimenti cui sottopongo i followers pazienti. Uno dei tanti modi per distinguere il mio stile da quello di altri enne-mila utenti.
Attenzione però: ognuno deve cercare il suo, altrimenti la ripetizione diventa "imitazione". 
Lo spirito "creativo" s'ispira a idee esistenti, ma solo per trovarne di nuove e utili.
Lo spirito "creativo" non ricicla in modo diverso: trasforma, inventa e diventa; piuttosto.


Duchamp e l'importanza del contesto

Duchamp è l'inventore del ready-made, forma d'arte reazionaria per cui un semplice oggetto quotidiano - tolto dall'abituale contesto - diventa concetto: eccolo qui un vero esempio di creatività: "leggere" un tema comune da un punto di vista originale. Duchamp ci insegna che il contesto è fondamentale per ca(r)pire l'intenzione dell'artista; ogni "segno", si sa, ha un senso letterale e uno più nascosto, intimo, personale: il lettore dev'essere in grado di comprenderli entrambi.
Su Twitter il contesto è l'hashtag: basta un cancelletto e la parola chiave per inquadrare il macro-argomento di cui vogliamo parlare. Risultato immediato? Il lettore capisce l'intenzione. Sulla home, in basso a sinistra, scorrono i trends del giorno: sono hashtag popolari; si può decidere di fare un tweet su uno di quegli argomenti oppure di seguire il "battito" dei nostri utenti. Poi ci sono acronimi e hashtag gergali che diventano virali: #soncose #sonpersone #sallo #sapevatelo #perdire #smm; e quelli più "seri", che devono essere chiari e "rimandare" al contenuto del tweet. 
Duchamp si sarebbe divertito a giocare sull'ambiguità del contesto per stimolare "spaesamento" nel lettore. Lancio una sfida a chi volesse tentare di creare hashtag provocatori, contraddittori, ironici, sconnessi dal testo; magari delegando il con-testo all'immagine. L'importante è selezionare la notizia - in questo, dice Duchamp, consiste il "taglio" dell'artista.
Ecco un esempio classico della maestra del CIP Valì Jolie:


Protagonista del post e argomento generale diventano hashtag che inquadrano il link.
Io divido il cancelletto dal testo con il segno " | " per l'assillo dell'ordine spaziale; ma ci sono vari elementi grafici che si possono sfruttare: dalla freccetta all'emoticon, passando attraverso le parentesi e il trattino.


Marinetti e la contaminazione tra segno e di-segno

La grande lezione di Marinetti, poeta simbolo del Futurismo italiano, è quella di liberare la parola dalla linearità tipografica e dalla rigida gabbia della sintassi. Con il suo "artificio verbo-visivo" chiudiamo il nostro viaggio creativo: i registri stilistici si fondono nella pagina per emergere dal flusso di notizie e lanciare un messaggio "contaminato" (aggettivo che amo alla follia). Non c'è più distinzione tra "segno" e "di-segno": il grafema evade dalla "griglia letterale" e s'incarna nel linguaggio universale.
Oggi l'artificio verbo-visivo si chiama copy-ad e ha il vantaggio di attirare l'attenzione del lettore sulle singole parole del messaggio. Come nel recente passato futurista - perdonate il triplice ossimoro - la comunicazione digitale "possiede la bellezza della velocità" e sfrutta tutti i mezzi a sua disposizione per dialogare con il lettore. Non a caso, il copy-ad è tornato in auge alla grande su Facebook, Pinterest, Instagram, Google Plus - sotto le spoglie dei quotes.
Ma - domanda che spesso mi si fa - con Twitter che sa' da fa'?
C'è la possibilità di allegare immagini ai 140 soldatini monocromi; io, però, conosco un vero mago del CIP futuristico, che - con fibra da rapper (?) - trasforma le parole in suono e di-segno.
Guarda quanta concentrazione c'è nell'esplosione creativa di Antonio Colanino:


Conclusione con domanda circolare

Ora io ti chiedo: "Quanto ti annoi su Twitter?"
Forse tanto, ma ancora per poco.
Se vuoi twittare "ad arte" devi sperimentare e trovare il tuo stile; ma, soprattutto, devi leggere il top e-book sull'argomento: "Twitter marketing: la guida completa al marketing su Twitter" di Valentina Lepore.
Poi ci ritroviamo qua, se ti va.
Pronti a (ri)negare la domanda iniziale; ormai è ovvio, mi pare.