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Caro blogger, ecco come ti (s)piego i 4 mantra del web

Aspirante blogger? 
No social-tour? 
Ahi ahi ahi.
Alias: preparati, sentirai tanti "bla bla bla". 
Consigli utili, altri meno; perché aprire un blog è cosa nostra (?)
Mo' ti (s)piego.


  • Intenzione personale: voglio aprire un blog.
  • Dubbio impersonale: come si apre un blog?

  • Intenzione personale: voglio diventare blogger.
  • Dubbio impersonale: come si diventa blogger?

  • Intenzione personale: voglio scrivere sul blog.
  • Dubbio impersonale: cosa si scrive sul blog?


Riassumendo: ti sei tuffato nel web e sei disorientato?
Tranquillo: inizio questo post con tre quesiti in elenco puntato.
Attenzione: sto andando contro-tendenza e tu - beeeep beeeep beeeep - stai per leggere un "che" di polemico; ma non occorre allarmarsi: respira-inspira-aspira.
Trattasi di virus endemico, limitato a pochi spazi.

Stacco.
Quando ho scelto il mio avatar - la donnina con il cappello "illustrata" sopra qua - il particolare decisivo è stata la fumettata bla bla bla; all'inizio si riferiva alla voglia di chiacchiera innata: non c'era critica sottesa, tutta roba tra me e me.  Poi ho affrontato il cross del web; e l'onomatopea (fono)simbolica è diventata ironica: altro che onde elettromagnetiche, c'era da filtrare onde di parole (sopra)valutate.

E, allora, prima di rispondere alle "vogliose" domande iniziali, ci sarebbe da porsene una a priori; ch'è questa siore e siori: "Sono pronto a organizzare il mare d'informazioni?".
Quel "mare" simbolico è il mio bla bla bla polemico, da cui non mi distanzio anzi: volere è potere.
M'accontento semplicemente di "arginarlo". E lo faccio pensando.
Se vuoi, ci proviamo insieme.


(S)pieghiamoci

Spiegarsi è un verbo riflessivo che mi piace assai, perché sottolinea la "flessibilità" verso gli altri.
Se non ti pieghi, non ti spieghi: slogan - or ora coniato - ch'è altrettanto azzeccato.
Dunque, prima di tutto bisogna (s)piegarsi con sé stessi: personal branding dici? Ma de che stai a parla' se manco so dove devo anda'? Il concetto - fin troppo abusato - sottende conoscenza dei propri mezzi, solida base d'esperienza, immagine coordinata sull'apparenza. Tutta roba che viene con il tempo, sempre che il percorso sia quello giusto; altrimenti insistere va bene, ma non c'è gusto. E qui scatterebbe il secondo slogan - sempre coniato or ora: spiegare le vele per navigare bene.

(S)pieghiamoci quindi.
Facciamolo su quattro mantra a caso del web: una sorta di preghiera da imparare a memoria.
Anzi no guarda, non serve: il bla bla bla insistente si fa strada da solo nella povera mente.
Sforzo minino/doppio risultato - questo pensa la gente.
A sostegno della mia riflessione cito quattro illustri persone:

  • un filosofo greco
  • un poeta italiano
  • un pittore spagnolo
  • uno psicoanalista austriaco


Conosci te stesso

"Ussignur, ancora 'sta menata di Socrate".
Stai pensando questo? Allora sei già stanco del primo mantra - filosofico - del web; e sarebbe cosa buona e giusta se tu iniziassi a chiederti perché. Ma il vero paradosso è un altro: pochi sanno l'origine di questo detto, sebbene sia facile approfondire: basta fare uno sforzetto, cercare su Wikipedia e aprire:

[...] la sentenza "conosci te stesso" è connessa con il tempio di Apollo a Delfi. Gli studiosi pensano che, pronunciando queste parole, il Dio del sole intimasse agli uomini di riconoscere la loro limitatezza e finitezza [...] L'invito è quello di riuscire a stare al proprio posto e di non sconfinare in ruoli che non ci appartengono [...] Le formule che accompagnavano il "conosci te stesso" erano "nulla di troppo", "ottima è la misura", "non desiderare l'impossibile" e "sappi chi sei senza presumere d'essere di più" [...] Socrate ha sottolineato come sia impossibile avere un'esperienza diretta e viva del mondo senza rendersi conto in prima persona di come funziona la propria mente e di come conosce e riconosce le cose. Capire questo significa liberarsi dai pregiudizi e poter conoscere tutto senza filtri.

Dio del sole.
Illuminazione.
Capire i propri limiti e l'umana finitezza.
Conoscere la realtà in base ai mezzi che ognuno ha.
Formulare dei giudizi soggettivi per liberarsi dai pregiudizi altrui.

Ecco il senso del "conosci te stesso": setacciare, approfondire, scegliere, adattare; non inventare, imitare, lasciare intendere, esagerare. Si tratta di un lavoro di (s)piegamento totale sull'unico perno: noi.

Domanda riflessiva che a questo punto dovresti fare: che c'azzecca tutto ciò con "vivi il tuo sogno"?
Oibò, capire i propri limiti è un paradosso linguistico: il latino capio significa contenere; e contenere i propri limiti (= accettarli dentro di sé) è un successo personale, cui vale la pena aspirare. Se quel successo coincide con l'iniziare a vivere meglio con te stesso e provare a superarti, allora posso essere d'accordo su tutto il discorso; ma sappi ch'è un lungo - lunghissimo - percorso.

Tu, aspirante blogger, concilia sempre il mantra generico con le tue possibilità: leggi, ascolta, filtra, affonda, valuta, amplia, decidi per te se ce n'è o non ce n'è.
Il resto è solo inutile, noioso e contro-producente bla bla bla.


Chiari, freschi e dolci... testi

"Ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah".
Ti stai facendo una grassa risata? Allora sappi che pure Petrarca se la sarebbe fatta.
In realtà ho usato questo verso per (s)piegare come vedo il secondo mantra - poetico - del web:

Scrivi chiaro. Scrivi semplice. Scrivi in modo che tutti capiscano e possano leggere.

Vero, anche perché ad affermare il contrario la gente ti "spara" come fossi un lupo mannaro.

Testo chiaro, ovvio: vorrai mica "complessare".
Testo fresco, normale: il refresh googoliano è cosa cui non puoi rinunciare.
Testo dolce, ti pare: se non ci metti un pezzo de' core, ma 'ndove vuoi andare?
E testo di sostanza, scherzi: non vorrai mica che scivoli via come chiare, fresche e dolci acque.
Non sia mai.

Queste affermazioni di grande effetto - a mio parere - hanno un solo difetto: illudere la gente che "semplificare" sia sinonimo di "tutti possono e sanno scrivere".
Come ho accennato su Facebook - a costo d'essere impopolare - non è che le cose stiano proprio così: quando ci si riferisce al "togliere" va da sé che prima sia necessario "aggiungere". 
Leggi pure: senza basi solide non si va da nessuna parte. 

Mi viene in mente Picasso, che citerò anche nel prossimo mantra, con i suoi disegni dalle linee infantili, in apparenza banali. In apparenza; perché il sub-strato è tutta sub-stanza: particolari anatomici così precisi da sfiorare l'ossessione. Dello stesso parere è l'artista Bruno Munari, molto conosciuto tra i pubblicitari per i suoi studi sulle "coppie creative":

"complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti possono riuscire a complicare; pochi sono capaci di semplificare"

Prima aggiungi.
Poi togli, se puoi.
Non esiste semplificazione senza complessità: altro paradosso, cui dovresti aspirare.
Se questo crea complessi, fregatene e vai avanti per la tua strada.
Più conoscerai te stesso, meglio riuscirai.
Caro il mio blogger, puoi essere SOSpirante... ma certo non fesso.


Scopri il bambino che è in te

"Già visto e rivisto, grazie".
Stai sbuffando? Beh, sappi che non ti regalo un biglietto per vedere Peter Pan. Tanto di cappello al cartone, ma lungi da me convincerti che il mondo sia un cantone dell'Isola che non c'è.

Che non c'è. Ahimè. E con questo spirito affronto il terzo mantra - pedagogico - del web.
Lo faccio, premettendo che sono d'accordo con Picasso quando afferma che:

"[...] ho imparato a dipingere come Raffaello; adesso devo imparare a disegnare come un bambino. I bambini sono artisti nati; il difficile è rimanerlo da adulti".

Non fa una piega: il bambino è l'essere più vicino alla creazione, non fosse altro che per l'anagrafico fattore. Ma - ahimè - la creatività si nutre di esperienza vissuta e connessione fra le cose, a parte il fatto che nessuno di noi ha imparato a dipingere come Raffaello né tanto meno come Picasso.
Si tratta, quindi, di connettere l'esperienza vissuta con la semplicità dell'istinto. Punto che si riallaccia bene ai due precedenti: capire i propri limiti senza cercare d'imitare o uscire dalle righe; filtrare; approfondire; aggiungere prima sostanza per giungere a togliere senza stuprarla.

Ce la puoi fare benissimo: l'esperienza vissuta ce l'hai; l'istinto fanciullesco lo (ri)trovi. 
Tutto il resto verrà quando già saprai.  


Credi nei tuoi sogni

"Ronf ronf ronf"
Ue' che fai, dormi? Mmmm, non avresti neanche torto.
Qui un po' mi sbilancio, dicendo che queste frasi da Pollyanna le ho lasciate chiuse nella TV anni '80.
Sì, sono cattivella; sarà che fa rima con Zanella. E sì, sono anche un po' cinica; ma cerco sempre stimoli nuovi e odio perdere tempo con il quarto mantra - propagandistico - del web: i sogni son desideriiiii (?).
Qui, per me, proprio non ce n'è o, almeno, non strillato come una favola con tanto di The End.
M'appoggio al più concreto Freud e arrivo a chiudere il cerchio su sole, infanzia e conosci te stesso:

[...] i sogni cedono il posto alle impressioni di un nuovo giorno, come lo splendore delle stelle cede il posto alla luce del sole

Sole - Luce - Illuminazione - (S)piegazione rifless(iv)a

Il sogno più bello, insomma, è quello che vivi da sveglio.
Occhi aperti e orecchie tese: solo allora connetti.
Inspira, respira; non aspirare a perdere conoscenza: tendi sempre ad averne una... illuminata.
Bla bla bla.

L'anno scorso...*

* ... è andato, finito, caput. Siamo giunti al capolinea da circa una settimana; nel frattempo son passati Babbo Natale, Santo Stefano e pure la Befana. C'è chi si volge indietro con tanta nostalgia, chi guarda avanti con ottimistica euforia. 
Ma - sai che c'è? - la domanda è sempre la stessa: "Questa crisi quando cessa?"



Il duemilaCredici è finito col botto.
Lo scorso anno l'ho battezzato così e, te lo dico, ci ho creduto parecchio.
Ho fatto bene? Ho fatto male? Alla luce dei 365 giorni passati, ti confido che il bilancio è in pari.
Una cosa senza infamia e senza lode: tanti progetti portati a buon fine, tanti altri nel cassetto con mille cosine. L'essenziale, ormai l'ho capito, è agire. Questo il primo pensiero che ho fatto al momento del botto finale: quello da "stappo"; il secondo è stato che, infondo, non c'è inizio d'anno senza un degno BOOM augurale.
Poi vada come vada: l'importante è è è... finire (semicit.).

Chissà, quindi, che si stoppi questa crisi nera della tricolore bandiera.
Chissà che il BOOM torni a farsi sentire, ma nelle nostre taschine.
Perché altrimenti il botto lo facciamo noi, visti i quintali di rabbia che ci portiamo addosso.

Ma non ci voglio pensare, no.
Quest'anno lo voglio iniziare all'insegna di due slogan or ora coniati ad hoc:


  • Happy New Y...ou
  • Happy New Year, without fear


Dal giorno 1 il pensiero vola subito alle cose da fare: calendario editoriale, progetto (ri)strutturale, nuovo blog talmente bello da restarci male. No, dai scherzo; qualcosa nel cassetto c'è, ma non l'ho mai lanciato in high-profile e manco voglio iniziare.

In realtà, come sempre, affiderò il mio pensiero alla gente.
Tra una riga e l'altra di questo blog son passati fiumi di cose, ma soprattutto di persone.
Non particelle infinitesimali, ma flussi cerebrali. Conti mai quanti occhi si poggiano sui tuoi pensieri? Ti sei mai chiesto di chi sono quegli occhi, da dove vengono, che storie hanno e cosa stanno cercando?
Io sì; e trovo la cosa più affascinante di mille progetti pianificati. C'è chi vaga sul motore e ti sceglie tra mille persone; chi ti concede fiducia costante e tempo importante; chi ti legge perché vede in te qualcosa di grande. Una bella responsabilità che va al di là di lavoro, scopi, finalità.

Insomma, bloggare per me significa questo.
C'è da sgobbare, ma lo faccio tutti i giorni del resto: lavoro reale, sfera famigliare, sforzo colossale.
Quello che mi chiedo all'inizio di quest'anno without fear è: ciò che scrivo a chi interessa?
Quesito che cerco di risolvere leggendo e rileggendo questo blog. Al solito alcune cose mi stupiscono, altre le scriverei da capo e il solo commento è "peccato!". Risultato riflessivo è una selezione di post che i lettori hanno gradito, ma anche no: alcuni sono tra i miei preferiti, altri meno; ma quest'è lo sporco lavoro di chi dona un po' di sé: lo sai bene anche te.


Blogging e web writing



Copywriting



Social Network



Par(o)lando



Ah... t'aspetto nel CIP su Google Plus, l'esperimento condiviso per scrittori creativi partito nel 2012. Intanto... CIN CIN and welcome to Happy New You!

Visual:
simonedoinel.tumblr.com

Vuoi aprire un blog? Ecco i primi passi... col girello

Passo indeciso. Sguardo dubbioso. Naso arricciato.
Mano che passa tra i capelli che s'incastrano sui tasti.
Io ti conosco, blogger neonato.
Giri giri in tondo da un po'... ma, cascasse il mondo, hai deciso di creare un blog.
Sai che c'è? Ci proviamo insieme a te.




Un blogger è un genitore nel senso etimologico del termine: "colui che dà la vita".
Ma, a differenza di quello che succede nella vita, muove i primi passi insieme alla creatura: padre e figlio sono il prodotto di una neo-nascita sincronizzata.
Pensiero troppo filosofico?
Solo in parte: quella che riguarda l'amore per il sapere condiviso.

Pensaci un po'. Dico proprio a te, che stai leggendo questo post: perché i tuoi occhi girovaghi si sono incastrati fra queste righe? Cosa ti ha spinto a cercarle? Curiosità, affezione, richiesta d'informazione?

Forse hai deciso ch'è venuto il momento di aprire qualcosa di tuo; qualcosa di viscerale.
Magari hai già provato a spargere parole sul web in passato; e sei rimasto insoddisfatto.
Oppure l'hai fatto prima che il fato senza doppia ti spingesse lontano; e adesso sei tornato.
Io non posso saperlo. Ma sei qui e questo mi dice che vuoi aprire un bel blog: ti piace scrivere, comunicare, esprimere le tue idee. Hai bisogno di farlo, ma non sai da che parte cominciare.
Mal comune (di) mezzo web.

Prendi me: nell'intervento precedente ho parlato di come organizzare l'argomento di un post.
Poi mi è venuto in mente che il problema si pone identico sul blog.
Oh-my-God.
Succede sempre, sappilo: appena scrivi una cosa, ti viene in mente quella seguente.
Lunga catena della mente bighellona, quasi una spirale infernale.
Quindi, no panic baby(blogger): il giramento di testa è cosa normale. La prima "para" da evitare è quella di porsi il problema su cosa scriverai ancor prima d'iniziare. Gli argomenti non mancheranno e ci sono varie tecniche per stilare un piano editoriale.  

Eppure lo so e ti capisco. 
L'affollamento di notizie toglie il respiro, affoga il moto sul nascere, causa scoramento.
Stai muovendo i primi passi intorno al girello e già ti frigge il cervello: 

  • quale piattaforma scegliere? 
  • Come intitolare il blog?
  • E, soprattutto, di cosa parlare?

Guarda, amico blogger: la parola d'ordine è "calma e sangue freddo". E tu sei un girellone fortunato.
Perché queste sono esattamente le domande che sto facendo nella mia community di gente speciale: sono loro i miei Plus; se vuoi, puoi bussare pure tu.


CIE: l'esperimento condiviso

Ho dedicato la nuova sezione del CIE - CopywriterInputEsercizi - al signor blogging.
Il motivo l'ho spiegato in tono scherzoso nelle righe precedenti: decidere di aprire un blog, costruirlo, avere le idee chiare, diffondere i contenuti e trovare la costanza nelle pubblicazioni è problema comune a tutti quelli che già ce l'hanno e che sognano di averne uno. Nessuno escluso.
Ovviamente i problemi vanno "a gradi" e, infatti, siamo partiti dalle basi: scelta della piattaforma e dell'argomento. Il sapere condiviso si alimenta del bagaglio d'esperienza.


Piattaforma: quale scegliere?

Wordpress - la piattaforma "che tira di più", per usare un gergo puerile adatto al baby-blogger.
Nella versione gratuita (wordpress.com) le personalizzazioni sono minime, ma i temi sono carini e fruibili. Non esistono plug-in - disponibili solo per il dominio di primo livello - ma ci sono i cari widget.
Per iniziare a muovere i primi passi non è affatto male: meno scelte grafiche e tecnicismi aiutano a concentrarsi di più sui contenuti. Indubbiamente la cosa più importante da organizzare.

Blogger - la piattaforma targata Google, più fluida per chi si muove senza dominio e SEO friendly "a bestia" (tanto per continuare col tono gergale). Meno professionale della precedente e un po' schifata dal web-writing wor(l)d; ma, forse, la vera differenza sta nel passaggio al famoso dominio.

Ti consiglio di leggere il post di Web-House: aprire un blog: meglio wordpress o blogspot?

Tumblr - piattaforma di non facile impatto, poco pratica e personalizzabile. Quotata "alla grande" per il contenuto grafico/visuale, ma non discorsivo; amata da illustratori, fashion-blogger e... porno amatori. Ha un target giovane, quindi gioca molto sulle "parole grafiche" in stile Copy-Ad. Consigliata per micro-testi, video, immagini. Interessanti anche l'uso di Tumblr come giornale multi-mediale, scrematura di YouTube, punto d'incontro contaminato tra diverse piattaforme e anticamera del testo (teaser di contenuti).

[Credit: Giuseppe Palomba di PaGiuse
Marco Stizioli di Un blog di M]


Argomento: come focalizzarlo?

  • Si parte dall'argomento preciso con approccio emotivo/istintivo.
Capita quando sai già di cosa parlerà il tuo blog; forse perché attinente a un progetto di lavoro o all'obiettivo già chiaro nella mente. L'idea è dentro di te, ma i suoi contorni sono sfumati come batuffoli di cotone profumati: ti manca qualche pezzo del puzzle. Girelli, girelli; guardi intorno, studi, fai ricerche online su possibili idee simili. Non t'affanni: sai che, prima o poi, l'illuminazione arriverà; e così sarà. Allora prenderai un foglio e butterai giù tutto quello ch'è già scritto nella testa.
[Credit: Simona Nurcato di Bagni dal Mondo]


  • Si parte da un'esigenza con approccio curioso/passionale
Capita quando non riesci a fare quello che ti piacerebbe dimostrare.
E allora escogiti la "mossa super-convenienza", ch'è diventata pure un'esigenza.
I canali convenzionali non ti fanno emergere? La frase "sei bravo, ma grazie e arrivederci" s'incunea dentro di te ogni volta che chiudi gli occhi? Bene: quel PC, che vedi lì, è una finestra verso nuovi orizzonti. E decidi d'aprirlo proprio così: sopracciglio alzato, faccia tra l'incredulo e lo scocciato. Però, infondo, sei curioso: vuoi capire qual è il tuo posto nel mondo. Lui sopra di te o tu nell'eterno girello? Magari sei un po' timido, ma vuoi dimostrare d'essere vivo e di saperci fare; qualche sacrificio l'hai pur buttato, perbacco. I tuoi argomenti muoveranno da passione, emersione e voglia di redenzione. Scegli quello che ti piace o che ti piacerebbe fare. La voglia d'arrivare guida sempre il tono "magistrale".
[Credit: Giuseppe Palomba]


  • Si parte dalla vita pratica con approccio razionale
Capita quando hai troppe cose da dire e sei tanto in confusione; ma, essendo un tipo razionale, vincerai la tua battaglia al grido di "focalizzare, focalizzare, focalizzare". Per cercare l'argomento trovi te stesso e t'inabissi nella penombra dell'autocritica: su cosa sei più competente?
Quando riemergi, metti in fila le tue passioni e cerchi quanti blog esistono che toccano gli stessi argomenti.
Sono tanti? Anzi tantissimi? Vai così ch'è una figata? Non c'è problema: decidi di "specializzarti" su quelli, tra i tuoi interessi, che sono anche l'oggetto di uno studio passato e continuo. Chissà, magari la teoria è più interessante se applicata alla vita reale.
[Credit: Roberto Savino di RSXblog]


  • Si parte da uno stimolo esterno con approccio riflessivo
Capita. Succede quando l'idea d'aprire un blog arriva dall'esterno. Tu, ovvio, eri già propenso; ma ti mancava quella spinta leggera come un alito di vento. Poi, si sa, non hai tempo: quel tuo amico, invece, un blog ce l'ha già. Chiacchieri con lui che ti spiega un po' di cose. In un sol giorno assaggi più nozioni di una frittura mista cerebrale. Quindi apri il tuo spazio per condividere scampoli di vita riflessiva.
[Credit: Paolo Campi di Operations]


E tu?

Già, e tu che ci hai seguito fino a qua... che pensi?
Chissà.
Queste sono esperienze di chi ha voluto dire la sua.
Chissà se ti ritrovi un minimo in questi ragionamenti.
Magari la pensi diversamente; Oppure hai già trovato il filo che tutto unisce: quel bisogno di comunicare,
che sai quando inizia, ma non quando finisce.

Scrivere un post, ovvero come organizzare l'argomento

"Che confusione-e-e, sarà perché scriviamo...
... è un'emozione-e-e che cresce piano piano"
Sei un blogger cinguettino ricco d'idee, ma povero di spirito organizzativo? 
Quando scrivi ti fai trascinare dall'emozione centrifuga e perdi il baricentro?


Ho deciso di scrivere un post sul modo giusto d'organizzare un post.
Serve a te, che hai deciso di aprire un blog e vuoi riempire il foglio bianco con una e mille note.
Serve a me, che questo blog l'ho aperto un paio d'anni fa e sento l'esigenza di richiamare alla memoria alcune regole medicinali.

Citano spesso il "blocco dello scrittore", strana ansia da prestazione che protegge l'albo dalle vene screziate delle parole. E c'è chi scorge l'origine del problema nella povertà d'idee nuove.
Io dico ch'esiste anche una ragione opposta: la ricchezza che ogni argomento porta con sé.
Troppe cose da dire in poche righe; troppe cose da leggere in poco tempo.
Il contenuto è vasto e tu sei ricco come lui; ma lo spazio fisico e temporale del lettore è parco.
Non puoi snocciolare perle come se non ci fosse un limite di lettere.
Ricordi? Hai deciso di aprire un blog, non di fare il romanziere.
Bada bene, non è una ramanzina: il binomio è micidiale più d'una carestia in piena età dell'oro. Lo so.

Dunque, come risolvere il dilemma epocale?
C'è la tecnica organizzativa.
C'è la coerenza dell'argomento.
E c'è una scelta che le precede entrambe: il taglio del post, che nulla c'entra con le questioni di stile.


Questione di prospettiva

Spippolando un po' in qua e in là, noterai mille blogs che consigliano ciò: il buon post soddisfa la richiesta del lettore in modo rapido, efficace e puntuale.
Vero. L'internauta ha un caratterino esigente e poco paziente: si rivolge al motore per cercare risposte e vuole capire se il tuo post le contiene fin dalle prime righe.
Per essere all'altezza, cancella il tema della maestra e lanciati nell'acrobazia della piramide rovesciata: parti dalle conclusioni per scivolare nei dettagli.
Detta in modo spicciolo:

  • bandisci la premessa
  • anticipa il contenuto
  • trascina il lettore nel testo con domande curiose
  • aggiungi le informazioni coerenti
  • spingi alla risposta/condivisione/interazione

Non è poi così difficile: basta vestire i panni del lettore.
Quante volte hai digitato parole sul motore per trovare risposte precise?
E quanto fastidio hai provato nel trovarle dopo 101 righe?
E, ancora, quanto sei stato "gabbato" quando il contenuto non rispecchiava le promesse di titolo e premesse?


Questione di coerenza

Buon blogger non mente.
E scrivere è una passione sanguinea, che richiede onestà.
Perché, diciamolo, fregare il motore con i tags non è poi così difficile.
Con buona pace del SEO addicted.
Il problema è che, insieme al motore, finisci per fregare anche il lettore. Un giochino che dura pochino, soprattutto se il blog tratta argomenti di nicchia. Prima o poi quella nicchia t'inchioda al muro dei (non) ricercati e liquida il tuo parere come oro clonato.
Dunque, prima regola fondamentale è la coerenza: quando prometti ricchezza d'argomenti, non offrire povertà d'intenti. Urta. Infastidisce. Allontana. Bandisce. 
Toccherà girare sul web con una maschera calata sulla faccia; e così la storia finisce: novello Spiderman, che s'arrampica sulla rete senza godere alcuna fama d'eroe.
L'obiettivo "coerenza" non è facile: ognuno ha il suo modo di trattare l'argomento complesso.


Questione di taglio

Partiamo da un presupposto: il blogger tosto è un tipetto "spigoloso".
Ha il cervello in continuo fermento, trova spunti in ogni angolo e sa esprimere il suo punto di vista.
Aggiungiamone un altro: trattare un argomento in modo esaustivo nello spazio di un sol post - per quanto illuminante (?) - non è possibile. Il paradosso è insito nelle due premesse: la prima spinge verso la scrittura soggettiva; la seconda verso quella oggettiva.
Questioni di stile?
Forse; ma se posso dissentire, dissento alla grande.

Il copywriter, ad esempio, non deve avere uno stile personale troppo marcato: lo impone il brief, il tipo di prodotto/supporto, il visual, la linea delle campagne precedenti, il target, il messaggio finale.
Diciamo ch'è un tipo duttile: meno parte con un modus operandi preconfezionato, più dimostra elasticità e competenza. Preferisco parlare di "tono personale": il copy-compito è dar voce all'esigenza del cliente nel migliore dei (suoi) modi.
Diverso è il caso del web-writer che voglia emergere dal mare della rete: il blog diventa un curriculum a cielo aperto, lo "stileggiare" una filosofia di vita, i followers sostenitori barra estimatori. Ma anche in questo caso andrei cauta nel parlare di vero e proprio "stile", qualcosa che si conquista nel tempo e che riguarda l'ambito letterario più che la scrittura commerciale. 
E non dimentichiamo il fatto che l'assioma "fidelizzare = follower/fan" riguarda l'adesione al social network, non il lettore occasionale in cerca d'informazioni sul motore. E a te potrebbe interessare anche quello.
Dunque è sempre bene puntare sulla regola elementare: informazioni coerenti.

Per questo, più che di "stile", parlerei di "taglio".
E qui potrei chiamare in causa il mio parrucchiere.
Ma preferisco rivolgermi all'ambito giornalistico, dove l’articolo si definisce “pezzo”.
Mi piace questo termine, perché sa molto di "cesura" e inquadra bene il metodo d'approccio equilibrato alla complessità dell'argomento: una delle matasse bloggettare più difficile da sbrogliare.


Questione di suffisso

Prima di scrivere, ti frega il suffisso -one: emozione, confusione, prestazione.
Ma non devi certo sentirti un co[beep]one number one.
Hai troppe cose da dire sullo stesso argomento: si chiama "affollamento".
Ti muovi nel labirinto del tuo cervello, come un Teseo rapito dallo sgomento.
Ed è proprio sul -mento che finisci per cadere, oppresso dal furore del torello.

Come uscire dall'epico falli...mento?
Per organizzare bene un post, pensa il contenuto sotto-forma di torta: ogni fetta corrisponde al singolo pezzo che vuoi scrivere. E ogni fetta ha il suo taglio preciso. 
Non puoi pappare tutto, rischieresti un'indigestione; stessa cosa vale per post e lettore.
Il segreto è dividere l'argomento principale in tanti pezzi quanti sono gli ambiti.



















Nell'esempio hai deciso di scrivere un post sul web-writing.
Ecco il modo giusto per organizzarti:

  • dividi l'argomento in più ambiti [SEO, blogging, website, advertising, social network]
  • scegli l'ambito che vuoi trattare [in percentuale]
  • sviluppa l'ambito scelto in più categorie [sono i temi generali]
  • costruisci una mappa mentale coerente [sul tema principale che hai scelto]
  • focalizza il nucleo del messaggio [heart-content]
  • organizza il contenuto secondo la tecnica della piramide rovesciata 
  • aggiungi il taglio personale [tono: ironico, oggettivo, soggettivo, informativo, emozionale] 
  • esprimi il tuo punto di vista
  • chiedi al lettore cosa ne pensa

Domanda che sorge spontanea: a furia d'impoverire il piatto ricco, alla fine che ci ficco?
Risposta sincera: il rischio di carestia c'è.
La rincorsa alla brevità può sfociare in aridità: post agili e ben organizzati, ma superficiali.
Vero è che "cesura" e "censura" hanno una lettera che salva le differenze.
God bless consonant "N".
Focalizzare l'argomento e dare un taglio personale non significa rinunciare all'approfondimento: per quello esistono i link, seminati dentro e fuori dal testo. A loro puoi affidare tutto ciò che esula dall'ambito principale, ma che arricchisce il contenuto; come ho fatto io con la mappa mentale.


Concludendo

Ci portiamo a casa poche certezze, ma - spero - buone:

  • prima di scrivere la confusione regna sovrana, con emozione e prestazione in reggenza
  • organizzare un post significa tagliare l'argomento, cucire il testo, indossare il tono
  • l'a(m)bito scelto dev'essere fatto su misura per tre: tu, lettore, motore

Anche il consiglio del buon allenatore si riassume in tre parole: "focalizzare, focalizzare, focalizzare".
Non perché siamo foche, certo; e senza prender fuoco, ché d'ansie ne bastan poche.

#1 - Trovare l'ispirazione per scrivere [sul blog]

Ritorno alle origini e rispetto per la natura.











Domande e risposte
Da quando ho aperto un blog, mi chiedono spesso come trovo l’ispirazione per scrivere un post.
Già: dove mai si nasconde questa fantomatica ispirazione e da dove nasce?
Bel domandone.
Cercare gli argomenti, combattere il blocco dello scrittore e superare quello del lettore non è facile.
C’è chi legge, chi guarda, chi parla, chi s'illumina d'immenso.
Io, semplicemente, penso.

Il risultato delle mie - pazze? - riflessioni si concretizza nella rubrica RobyCopyTelling, inaugurata un paio di mesi fa; non ha scadenza periodica ché si sa, "all'ispirazion non si comanda" (mezza cit.) 
e in questo spazio voglio essere fluida, incanalata, rapida, rapita, in piena. 

Certo non poteva mancare la - micro - storia della mia estate.
Già, perché ho la fortuna di passarla da sempre in un luogo speciale, intriso di magia, natura, poesia - che poi diventano immagine, curiosità e creatività. Insomma un luogo che ispira solo per il fatto di esserci dentro. 

Te lo voglio raccontare in quattro post a edizione limitata. Perché il mio amore per la scrittura è nato proprio qui. E qui torna sempre alla ricerca dell'ispirazione profonda: quella per parole nuove.


Lesson number #1: quello che ho imparato


                                               Twitta la riflessione

Tornare all’origine
C’era una volta Ceradonna.
Non è un gioco di parole: è il nome di un luogo dove una piccola donna ha imparato ad amarle.
Un nome di cui non è dato sapere l’etimologia, purtroppo.
Mia madre racconta la storia di una donna rimasta prigioniera fra gli ulivi, che poi si sarebbe confusa con loro, infusa del loro olio, in una metamorfosi vitale di ovidiana memoria.
Mio nonno, invece, ipotizzava che sul luogo dov'è nata la casa fossero state trovare delle statue di cera ancora intatte di un'atavica classicità.

Dire che questo luogo si trova nel comune di Rossano calabro, sospeso a metà tra il mare e la Sila, sarebbe riduttivo. Si tratta di un ristoro fisico e mentale, un vero e proprio rifugio naturale.

La casa appartiene alla mia famiglia da qualche generazione: riposa solitaria su una terrazza naturale, arida e profumata di salsedine. Silenziosa, osserva il mare mentre volge le spalle alla montagna.


Al tempo dei miei bisnonni, Ceradonna contava poche stanze: i loro ritratti severi, che trasudano storia - la mia storia - campeggiano ancora sulle pareti della sala. Anche la palma ritratta nella foto qui sopra, al tempo dei miei bisnonni, non esisteva: l'ha piantata mio nonno dopo vent'anni, quando mia madre aveva più o meno quattro anni, più di sessant'anni fa; al tempo, era alta come lei.
Ho imparato presto che guardarsi indietro è un punto di partenza, non d'arrivo. Guardarsi indietro con occhio critico significa crescere.   

Ed è proprio sulle radici profonde che si eleva l'ispirazione emotiva:

  • ripercorrere la propria storia
  • fare il punto - interrogativo - della situazione 
  • cercare stimoli per scriverne un'altra: diversa, uguale a se stessa, e poi nuova

Quand'ero piccola questi avi dai vestiti bombati e dagli sguardi aspri m’inquietavano un po’, devo ammetterlo, ma, allo stesso tempo, m'incuriosivano parecchio: già al tempo ero un'amante della storia e del mistero. Quante volte ho importunato nonno Antonio, detto Toi, con raffiche di domande sulle loro vite! Chissà come vivevano, chi erano e cosa penserebbero sul mondo odierno... chissà, poi, se mi assomigliavano almeno un po'.

Sarà la coincidenza di nomi propri con quelli di film e di giochi, ma nonno Toi sapeva davvero trasformare ogni cosa in un fantastico mondo di balocchi. Con lui queste mura antiche, accasciate da più d’un secolo su una collina sperduta, diventavano un mondo allegro, inesplorato, affascinante. Gli occhi che lo guardavano erano quelli di una bambina di città, che ogni estate passava le sue vacanze proprio qua, fra gli ulivi e i sassi e le palme. Quella bambina ero io, oggi una donna. Ma ogni volta che torni qui, a Ceradonna, la donna diventa un "c'era" e la bambina torna.

L'ispirazione infantile è imbattibile, perché significa fantasia: una storia nasce per morire subito dopo. Così, senza egoismo e senza rimpianto - quasi che quella storia fosse nata solo per il piacere di esistere nello spazio di un attimo e a te protagonista già annoiata non importasse nemmeno più di tanto. L'importante era inventarsene subito un'altra; così mi trasformavo ogni giorno in una cosa diversa, la tipica principessa disneyana rinchiusa nella torre arroccata, per esempio. Il principe, si sappia, m'interessava poco... anzi, speravo di non esser mai trovata. 
In quello spazio solo, tutto mio, il mondo fuori, potevo essere libera d'inventare, sognare, osservare. 




Ancora oggi questo è il mio angolo di mondo dove tutto è fermo e lontano.
Un luogo di memoria introspettiva, dove il tempo si azzera del tutto. Per questo lo amo.
Qui ho imparato quello che so(no): fantasia, curiosità, mistero, creatività, paura, coraggio, valore, arte. 
Qui si nasconde un angolo inesplorato della mia storia e del mio cuore: l'amore per le parole.

Contatto e rispetto per la natura
Non sono mai stata una bambina coraggiosa.
E ancora oggi mi risulta più difficile proteggere il corpo, e non la mente, dagli attacchi esterni. 

Corpo e mente.
Una dualità tra contenuto e contenitore che mio nonno Toi conosceva bene e, sarà che faceva il chimico di mestiere, cercava di farmi superare le paure con il metodo sperimentale: fare per credere. Così, attraverso il gioco, trovavo il coraggio di lanciarmi in avventure stile “Libro della Giungla” con mio fratello e i cuginetti. Il nostro aspetto quotidiano era proprio quello di 4 selvaggi: piedi nudi, mani nude, torso nudo. Armati solo di bastone, cerbottana e pistola finta si partiva in avanscoperta e si finiva sempre per infrattarsi fra i rovi della montagna. Ricordo nonno Toi ridere, raccomandare, incitare, annaspare di preoccupazione. Ricordo gli odori, l’adrenalina, i piedi neri, i graffi sui rovi.

Poi c’era l’orto, la semina e la raccolta di frutta: melanzane, zucchine, pomodori, more, prugne, fichi, susine; ceste stracolme da portare in cucina, alla nonna, aspettando il gong per andare a tavola (nient'altro che una vecchia padella da battere con un batacchio per farsi sentire il più lontano possibile; e, infatti, lo sentivamo più che bene!). Mi ricordo soprattutto le more: quelle nascoste fra i rovi, piccole e dolcissime; quelle appese ai rami del gelso, grandi e così succose da colarci come sangue fra le dita delle mani (dopo di che, ovviamente, scattava all'instante il gioco dello zoombie).
Ho imparato molto presto che nutrirsi di ciò che s'è seminato ha tutt'altro gusto.

Infine c’erano gli animali: mucche, capre, cani, topi, salamandre, vipere, scorzoni, falchi, insetti...
molti insetti (ragni, cervi volanti, maggiolini, grilli, cavallette, calabroni, vespe).
Oggi mi spaventano parecchio quando la sera, accecati dalla luce artificiale, mi si schiantano addosso ronzando. Una volta, però, c’era mio nonno e il suo: “Stai tranquilla Roberta, se non gli dai fastidio, loro non ne daranno a te". C'erano nidi di calabroni a pochi metri da me. Uccelli predatori a fischiare nel cielo. Lotte fra vedove nere, attirate fuori dalla tana con l'espediente del bastone intriso di saliva. 
Mantidi religiose che mi salivano sul braccio, mi giravano intorno al collo e con le loro zampine rachitiche mi pettinavano i capelli biondi. Conservo foto incredibili di quei musetti vispi e triangolari: testimonianze vivide della mia grande vittoria infantile sulle piccole paure. 
Ho imparato presto che la semplicità è molto complessa. Mai piatta. Conoscere e rispettare i ritmi della natura è una mappa per cercare l'ispirazione creativa: 

  • toccare con mano 
  • osservare
  • rischiare
  • espirare e inspirare per respirare 
  • adeguarsi al ritmo naturale delle cose

Ecco
Siamo giunti alla fine del primo post di quattro, che chiuderei degnamente con una frase di Karen Salmanshon: "Your words have great power. Use them to support&Inspire".

Concordi?
Secondo te l'ispirazione sopravvive nella memoria naturale?
Io t'aspetto qui per il capitolo 2: parleremo di curiosità, mistero e magia.
Tre ingredienti fondamentali per la scrittura creativa.

Organizzare un post: il "non sense" dello spazio bianco

Scrivere un post vuol dire anche non scrivere.
L'incongruente non-sense è regola d'oro; anzi, bianca. 
Se scrivi sul web lo sai; e Kandinskij sarebbe d'accordo con te.
Perché?



La scrittura è sinonimo d'esplorazione creativa, come l'arte.
Le connessioni tra visual/verbo sono tante, basta tradurle in segni codificati.

Chi writer fa, lo sa.
Succede che mentre accumuli informazioni sulla vita di un artista, inciampi su quella di un altro.
È capitato a me: indagando sulla ripetizione di Wharol, mi sono persa nello spazio vuoto di Kandinskij:




Spazio vuoto = legge per domani.
Antesignano il Kandinskij letterato.

Chiaro: lui si riferisce alla superficie monocroma in generale, che non è solo bianca.
E ovvio: si tratta d'una strategia pittorica cara al modernismo, per cui lo spazio diventa sinonimo di:


  • rifiuto d'imposizione estetica
  • simbolo di ripetizione meccanizzata
  • respiro di libertà interpretativa


Ma quando il web writer legge queste parole, lo spazio vuoto si riempie di bianco.

Io non sono una pittrice; ma anche scrivere è un'arte e il foglio una specie di tela da riempire.
Sì, perché la pagina web si legge "dall'alto", come un grande disegno; al primo sguardo si notano:


  • immagni e colori
  • titoli e sotto-titoli
  • parole in grassetto
  • dimensioni e tipo di font 
  • colore dei link
  • elenchi puntati 


Ma la cosa che risalta di più è quella si vede meno: lo spazio vuoto di Kandinskij.
Paradossale ma vero.
Il lettore ha bisogno di respiro, libertà interpretativa e zero muri di parole; che, in quanto tali, ostacolano il naturale fluire del pensiero.

È un po' come osservare un paesaggio innevato dall'alto, quando l'occhio si "ancora" su case, alberi, macchie e colori per capire dove si trova; e poi - rassicurato - vaga nello spazio imbiancato. 

Andando di metafora visiva, quelle case, vicoli e palazzi (mezza cit.) sono come ancore sparse sul foglio. Quindi, che fare?


  • Evidenziamo titoli e sottotitoli, usando font di varie dimensioni
  • Sfruttiamo il grassetto per le "chiavi": al primo sguardo, devono dare un'idea dell'argomento
  • Mettiamo in corsivo i termini stranieri, gli abstract introduttivi, i brevi incisi.  
  • Introduciamo box, immagini e citazioni per interrompere la monotonia del testo 
  • Usiamo link di colore diverso 
  • Organizziamo la pagina in moduli per convincere lo sguardo a "planare" sul testo. 


Immaginiamo lo spazio bianco come realtà concreta tra un elemento e l'altro: titolo e sottotitolo, paragrafo e paragrafo, parola e parola, lettera e lettera.
Quel vuoto riempie il testo e lo rende più leggibile: il valore semantico si specchia nell'ordine visivo.

Insomma, la "legge per domani" di Kandinskij è legge per i web-writers di oggi.

Diamo spazio per riflettere e concediamolo agli altri.
Abbattiamo il muro di parole, scegliendo la non-imposizione.

Ispirare prima, respirare poi: due verbi che traducono bene il rapporto creativo/spettatore.
Con/senza l'aiuto di parole.

Fonti:
V. Kandinskij - Punto, linea, superficie. Contributo all'analisi degli elementi pittorici (1968)
"Andy Wharol: una retrospettiva", Bompiani 1990
Visual:
utopistianonimi.altervista.org

Scrivere sul blog: la paranoia del post (già) scriptum

Essere blogger significa scrivere post sul blog.
Concetto scontato come il prezzo... del sacrificio.
Perché non c'è solo la paranoia di sapere cosa devi dire, quando e come: c'è anche quella del post (già) scriptum. Brutta bestia. 
Sono sicura che la conosci anche tu.
Leggi più giù.



Avere un blog è un duro lavoro e non è detto che qualcuno lo debba pur fare (mezza cit.)
Più che di lavoro, infatti, voglio parlare di "passione che prende forma... piramidale".
Quella ideale si legge dall'alto verso il basso - e viceversO.
Io l'ho pensata in termini generali di pianificazione a priori: tu girala come vuoi, tanto caschi sempre tra punta e piedi.



Come vedi, ci sono 5 dabliu + 1 e un altro po' di cosette da tenere ben strette: scelta delle parole, tono di voce, mezzo, piattaforme, layout, piano editoriale, target e chiarezza sul fine.

Ma le parole magiche sono tre: coerenza, sostanza e motore - in senso fisico, metaforico e mitologico barra googoliano [perché Google, si sa, è mastodontico come Golia].

Indi cominci a postare (ossimoro neo-logico) e tutto prende forma.
Le fasi sono due:


1. Stesura

  • scegli il titolo, magari buttandoci dentro qualche parolina chiave
  • scali l'argomento, magari tenendo presente la regola piramidale
  • chiudi con una call to action, magari invitando il lettore all'azione o al commento
  • aggiungi qualche link, magari cambiando le parole, facendo attenzione a coerenza/posizione e non esagerando con la frequenza
  • compili permalink e meta-description, magari ripetendo le parole del titolo e/o giocando sui loro sinonimi


2. Revisione

  • rileggi il contenuto, facendo attenzione ai refusi
  • rileggi il contenuto, facendo attenzione alla forma
  • rileggi il contenuto, facendo attenzione alla distribuzione dei grassetti
  • rileggi il contenuto, facendo attenzione al corretto funzionamento dei link
  • rileggi il contenuto, facendo attenzione a paragrafi, titoli, elenchi puntati


In.somma finisci di post-are recitando il contenuto a memoria, manco fosse 'na poesia di Leopardi. Perché tu lo sai: repetita tibi iuvant; e se hai scritto un post-poesia, il lettore ti premierà all'Infinito.


Ma non è (solo) questo il punto.
Avere un blog significa anche entrare in conflittum col post (già) scriptum.
Hai capito cosa intendo, e sei afflitto; lo so.
Ma io t'affitto un post.icino di buon senso: leggi ancora un po'.

Il blog è una creatura vivente e - in quanto tale - non finisce mai di crescere.
Tu l'ami così tanto che vorresti fotografare ogni momento della sua vita con istinto quasi genitoriale. 
All'inizio i post sono "un-due-tre" e hanno tutti il loro maialino perché - se l'hai capita (ab)battimi in un colpo. Ma con il passare del tempo il volume delle sacrificate scritture quadruplica (?); e tu con loro, perché i post sembrano scritti dai quattro evangelist(i).

"Io ho detto ciò? 
I-o
I-o
I-o
Ma che sentono le mie orecchie?
Mio Dio, che refuso gigante: sono il re dei fusi!"

E sull'ultima esclamazione capisci che non stai ragliando il verbo; e che no, non sei posseduto dagli spiriti dei quattro evangelisti. Purtroppo [Oh].

Succede quando ti metti a scorrazzare tra le categorie del tuo bimbo/blog ormai adolescente.
Hai deciso che vuoi condividere un post (già) scriptum, che non aveva riscosso degna attenzione.
Lo cerchi. Lo trovi. Lo ri-leggi. E disconosci in un attimo la sua paternità.
Lo stupore raddoppia quando pensi che, prima di pubblicarlo, hai passato in rassegna tutti i punti degli elenchi 1 e 2 - nessuno escluso; e quadruplica, quando lasci orfano un post (già) scriptum che aveva riscosso un certo successo.

"Cosa vedono i miei poveri occhi?
Tutto sbagliato. Tutto da rifare.
Ma come hanno fatto i lettori a condividere 'sto post-accio in tutti i posti(punto)t?

Eterna riconoscenza a loro, ma tu proprio non ti (ci) vedi più.

A me succede sempre.
Faccio outing e lo confesso: sono affetta da depressione post-scriptum.
E vivo un parto continuo.
Ogni volta tocca scivolare nella terza fase, quella non prevista: la post revisione del post.

Sia chiaro: il tag del titolo non lo puoi toccare; il permalink nemmeno.
Su tutto il resto si può lavorare.

Ma stai sicuro che dopo un annetto, quando tornerai a casaccio nella lettura del post-accio, dirai esterefatto: "Qui non mi piaccio affatto".
Un po' come succede agli attori di successo, che guardano i film passati con un ciglio di ribrezzo.

Poco male: quello con l'arte è un rapporto conflittuale. Il concetto stesso di "stile" è sinonimo di taglio, cucitura, rifinitura; soprattutto è un concetto fatto su misura.
Si cresce, s'impara, si cambia; insieme a noi, l'amata creatura.

Scrivere sul blog significa avere una buona dose di autocritica.
L'importante è non esagerare e sapersi accettare.
Infondo, il post (già) scriptum è una traccia del giovane te: una fotografia da custodire nel cassetto come un ricordo prezioso; una testimonianza di crescita umana e professionale.

Io torno nei post(i) già scritti.
E ti confido un segreto da blogger malata/volume uno: stampo sempre le versioni precedenti; arrivo a custodirne tante quante sono le revisioni, tutte ben datate e ri-post(e?) con cura nel copy-quaderno. Appena ho un attimo di tempo, vado, riapro, leggo: mi strappano un sorriso comprensivo quasi fossi una mamma davanti al suo bambino.

Capitano anche a te questi momenti "re(m)"?
E dimmi un po': come te la cavi con la crescita del tuo bimbo/post?


Approfondimenti:
Good save headline, sulla scelta del titolo
La piramide rovesciata, spiegazione in pillole 
Un link è un Link, dal blog di Luisa Carrada

3 consigli per diventare un blogger diverso

Vuoi diventare un blogger diverso.
Uno di quelli che si fanno sentire e che lasciano il segno.
Le tue parole possono volare nello spazio del web: lo senti. 
Ma come fare? Da che parte iniziare?
Peregrinare in rete, serve: trovi bloggers esperti che danno consigli utili. Consigli che ho elencato alla fine di questo post.
Io ne aggiungo tre... diversi come te.


Su questa lavagna c'è un cuore.
No, non è una lezione; solo provocazione: si può imparare a emozionare?
Nelle cose che fai, dico. Prima di tutto in quello che scrivi.

Il cuore su questa lavagna è senza punta.
No, non è mancanza; solo riflessione: si può toccare l'apice dell'amore?
Nelle cose che pensi, dico. E nel modo in cui le scrivi.

Quando ho deciso di aprire un blog mi sono fatta domande simili; oltre a quelle che hanno trovato risposta strada facendo e a mille altre in attesa di giudizio. Sì, perché ogni passo di scrittura è nuova esplorazione di sé... di te, di me.

Ricordo che sono stata a lungo nell'oscillazione del "rimandare le cose": troppe difficoltà; troppe informazioni; troppi blogs che trattavano i miei argomenti.
Argomenti miei, appunto; perché io li sentivo tali: questa la molla d'animo che deve scattare.

Se non sei pigro e vecchiarello come me, tutto il resto s'impara: layout, categorie, link, social, chiavi, linguaggi meccanici. In rete ci sono persone competenti che s'immolano per il bene del web - di te, di me - e danno consigli utili per diventare un blogger diverso.

All'inizio ho seguito a strascico. Tutti lo fanno.
Ma c'è qualcosa che viene prima di regole, dettami e piani editoriali: ci sei tu con le tue passioni, pulsioni, emozioni. Tu solo sai se è vero o no che credi nel valore di un blog (mezza cit.).
La molla per iniziare è dentro di te, cercala.
Perché il progetto sei tu. Il blog sei tu.

Perdonerai il tono da "Via col vento" di questo post.
I latini dicevano che "verba volant, scripta manent".
Io vorrei che il volo delle parole - quell'alito leggero e pindarico ch'è in tutti noi - si sentisse anche in quello che scriviamo.
Diventare un blogger diverso vuol dire partire da te stesso: ascolta, osserva, interpreta.
Impara a conoscerti (mezza cit.) e fallo prima di cercare mille regole da rispettare.
No, non sono Socrate; ma ho tre consigli che fanno al caso tuo.
Tre verbi, ognuno dei quali è un motore "che tutto move" (mezza cit.).


Emoziona. Emozionati.

Per emozionare bisogna prima emozionarsi: dal modo infinito alla forma riflessiva il passo è breve.
Paradossale?
Affatto; se non senti qualcosa, come puoi comunicarlo a qualcuno?
Capita spesso che le persone mi chiedano come faccio a scrivere così.
Non così bene; semplicemente così "come non lo sanno spiegare nemmeno loro".
Una cara amica, Michaela Matichecchia, mi ha confidato che quando legge i miei post riesce a sentire il mio stato d'animo: felice, triste, ironico, sarcastico. Ha fatto proprio il gesto dell'onda per rendermi l'idea degli sbalzi emotivi che trasmetto. Torno spesso con la testa a quel super-complimento e penso che il motivo per cui scrivo è tutto lá.
Il quesito sul "come faccio" mi lascia sempre di stucco e non so rispondere. La verità è che quando comunico, sono emozionata. Eccitata a volte. Ispirata spesso. Emozionata, sempre.
C'è qualcosa che mi dà la carica e si (e)muove dentro di me. 
Qualcosa di troppo grande da contenere e che deve uscire, altrimenti mi schiaccia.
Il verbo emozionare deriva dal latino e (da) movere (agitare, scuotere) e significa proprio questo: trasportare fuori, smuovere, scuotere. Il moto da luogo è in una piccola vocale capace di rafforzare il senso del verbo. Ecco credo che l'emozione parta sempre da piccole cose, che vengono da dentro. Piccole cose talmente grandi che non riesci a contenerle e devi portarle altrove. Magari in una pagina, parlando di quello che ha (s)mosso quella sensazione o semplicemente provandola.
Quando scrivi fai sentire l'aria, la musica, il profumo, il pensiero su una cosa che non c'entra niente.
Con Michaela, ad esempio, parlavamo di pazienza: pensa a quanto t'insegnano ogni giorno i tuoi figli e trasmettilo al lettore nel momento stesso in cui lo scrivi. Torna con la testa a quei momenti.
La scrittura è viva e il vantaggio dell'emozione è che arriva a tutte le persone, valicando sessi, interessi, culture e segmenti... targetizza(n)ti.


Ispira. Ispirati.

Scrivere è come prendere una boccata d'aria.
Paradossale?
Affatto; se non riesci a respirare, come fai a comunicare?
Ci sono giorni in cui lascio aperto il finestrino della macchina e vado, vado, vado.
Penso, osservo, ascolto. 
Perché l'ispirazione è qualcosa d'immediato come il respiro: immettere aria nei polmoni per poi espellerla. Qualcosa che non puoi controllare: è naturale; entra in te come un lampo ed esce come pioggia. 
Se vuoi essere un blogger diverso devi riuscire a bloccare l'attimo in suono, immagine, ricordo. Magari in una pagina, trasmettendo cos'hai provato in quei secondi.
Il verbo ispirare significa proprio questo: "soffiare dentro". I greci pensavano fossero gli dei a gonfiare l'anima d'alito creativo: cercare ispirazione significava svelare i misteri del creare; trarre ispirazione, accedere a quei misteri per riuscire a creare qualcosa di nuovo.
La scrittura è creativa e il vantaggio dell'ispirazione è che travolge tutti come una tempesta.
Ricordi? Verba volant. E tu lasciale volare. 
Chiudi gli occhi, tira un sospiro, soffialo via e blocca l'attimo (mezza cit.).
L'artista è ispirato. Lo scrittore è ispirato. Il blogger dev'essere ispirato.


Te medesimo. Immedesimati.

Il blog sei tu.
La tua vita, la tua emozione, i tuoi lampi d'ispirazione.
Parti da te medesimo e immedesimati nel lettore: dal pronome al verbo riflessivo il passo è breve.
Paradossale?
Affatto; come fai a metterti nei panni degli altri se non vesti bene i tuoi?
Tutti i giorni parlo con le persone: famiglia, clienti, amici. M'impegno perché il dialogo sia buono e si arrivi a qualcosa. A volte non lo faccio, altre è una battaglia persa; ma parto dal concetto che non ho tempo per lanciare parole al vento - e qui do ragione ai latini.
Ho notato che il modo migliore per capire gli altri è mettersi nei loro panni; stessa cosa avviene con i lettori, ma per riuscire a farlo devi vestire bene i tuoi.
Il verbo immedesimarsi deriva dal superlativo latino me (me) ipse (stesso) e significa "trasferirsi nelle vicende psicologiche/emotive di un'altra persona, facendone propri il carattere, i sentimenti, gli atteggiamenti". Il verbo nasce riflessivo e poi si sdoppia. Non ti sembra un po' strano?
Forse per riuscire a immedesimarsi bisogna prima ri-flettere, specchiarsi. Dopo che ti sei emozionato e ispirato, piegati su te stesso e vesti i panni del lettore: scrivi in modo semplice, cerca di capirlo, ascoltalo, crea un rapporto di empatia - per quanto possibile dietro uno schermo. 
La scrittura s'immedesima sempre. E anche il blogger lo fa, quand'è diverso.


Conclusioni

Per diventare un blogger diverso, conosci te stesso (cit. intera):
  • parti da un'emozione e trattienila mentre scrivi
  • libera la testa per accogliere l'attimo e fallo volare via tutto d'un fiato.
  • trova prima te medesimo e, quindi, immedesimaTI
Ora che sai perché, pensa a cosa vuoi comunicare e come: è il momento di leggere altri blogs.
Inizia subito e segui la scia emotiva. Sempre.

Fonti:
Treccani.it
Studenti.Etimo.it