Visualizzazione post con etichetta RobyCopyTelling. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta RobyCopyTelling. Mostra tutti i post

La creatività conquisterà il mondo (?)

Una tavola rotonda.
Un Capodanno medievale.
Un perfetto sconosciuto - fino a un attimo prima - che dice una frase. 
E tu vai fuori fase.
La testa non è più su quella tavola rotonda medievale.
Lei ripete quelle parole e si chiede: "Saranno vere?"


Iniziamo il primo post del nuovo anno con la pubblicità dell'effervescente Brioschi.
Sarà perché ti auguro 365 giorni effervescenti?
O perché ci sarebbe da digerire un bel po' di alimenti?
Mmm... non proprio.


Continuiamo il post d'inizio anno col gladiatore più famoso degli ultimi tempi: Maximus Decimus Meridius.
Sarà perché ti auguro 365 giorni da leone - che non si arena in ogni dove?
O perché vorresti trascorrere ante-meridiem e post-meridiem di ogni singolo giorno in modo sereno, propositivo e... ingordo? Mmm, nemmeno.

A volte metafore visive effervescenti, luoghi comuni irriverenti e personaggi d'altri tempi s'intrecciano in strani presentimenti. Sempre che tu riesca a seguire i miei - astrusi - ragionamenti.


Capodanno medievale
Quest'anno il capo ce lo siamo sparato medievale.
Già da un po' volevo fare questa esperienza: perché non guardare il futuro con uno sguardo al passato? Negli ossimori c'è tutta l'ossatura della vita [secondo me]. E anche l'ottimismo [forse].
Location perfetta, immersa nella nebbia padana.
Menu da acquolina in bocca.
Personaggi d'altri tempi che accompagnano le portate con musiche medievali e gingillose risate.
Unico neo: i tavoli sono per otto persone; e noi siamo due. Il gira-la-ruota sa un po' di Capodanno partenopeo, dove con la fortuna si gioca. Mi piace sfidare la dea bendata, ma non quando si tratta di esseri bipedi mai visti [umana diffidenza figlia dell'esperienza].

E invece... sono stata fortunata; al mio tavolo tre coppie:

  • lui: lavora con le onotologie googoliane del knowledge graph; lei: lavora con la scuola e organizza corsi pedagogici
  • lui: lavora in banca e tratta con le aziende; lei: sta in Brasile e si vuole trasferire
  • lui: avvocato civilista; lei: cubana con partita IVA e occupazione nel visual merchandising

C'è di che parlare; e il vino - buono - scioglie la lingua a fiumane.
Ovviamente trascorsi pochi minuti ci conosciamo da una vita; tutti.


Discorsi romani
Mi stavo già perdendo nella questione "ontologie e ricerca semantica" quando l'Avv. - che sta per avvocato non per avvoltoio come qualcuno ha commentato - mi cita Cicerone.
Scusate l'allitterazione, ma Cicerone è la citazione [in giudizio?] per antonomasia. Il mio orecchio destro capta il nome; e la mia attenzione saluta il gigante Google per entrare di stra-foro (?) nella questione.

Dico: "Il grande oratore! Principe della retorica! Il faro che illumina ogni giurista degno di questo nome...!" - poi non ricordo gli altri sproloqui, ché a un certo punto parlava l'Amarone.
L'Avv. s'illumina più del candelabro purificatore che ci divide e urla: "Quale onore parlare di Cicerone a una tavola rotonda medievale!"

Non mi avesse mai dato il "la".
Mi è toccato metterlo in guardia sul fatto che Cicerone - ormai anziano - era stato messo nel sacco - o, meglio, la sua testa - dal diciassettenne Augusto: l'unico essere umano che aveva sottovalutato. L'esile, pallido, femmineo Ottaviano l'aveva colpito nel suo tallone d'Achille: l'orgoglio vanesio; e, fingendo di pendere dalle sue labbra come il pregevole lampadario in vetro di Murano che oscillava pericolosamente sul nostro tavolo, l'aveva infine raggirato per scaraventarlo nelle liste di proscrizione. Con lui, la sua testa forata - e appesa sui rostri del foro.
"Quindi attenzione alle false lusighe Avv.: quelle, ancora oggi, sono il vostro tallone d'Achille" - gli dico sorseggiando il bianco. Risata generale.


Pubblicità
Non so come siamo passati alla pubblicità. Anzi sì.
Da Cicerone alle serie televisive americane che massacrano usi, costumi e verità romane è stato un attimo. L'Avv. mi dice che qualche anno prima su Men's style - in effetti si vede che ci tiene al suo aspetto - avevano pubblicizzato una palestra con l'immagine del Gladiatore: un testimonial d'eccezione per energumeni gonfi, bombati e fissati col body-building - in effetti lui, gracilino, gracchia su terzultimo e penultimo aggettivo.

Povero gladiatore: che fine! E, a seguire, le solite riflessioni su marketing, comunicazione, target, status symbol e pubblicità nel grande spazio.
Chi fa questo mestiere è un genio: siamo d'accordo sulla tesi, anche se il limite etico è spesso sfumato [con il bianco dell'antitesi]. Ed è così, in un lampo, che salta fuori l'esempio della creatività per eccellenza: l'effervescente Brioschi e il suo cinghiale nello stomaco - ci mancava il luogo comune medievale per chiudere il cerchio. Sarà che avevamo mangiato tanto.

L'Avv. ride stridendo come un avvoltoio - ma con un becco acuto e buono.
E poi dice: "Chi ha una creatività così può conquistare il mondo".

A questo punto mi perdo nell'oblio e non seguo più.
Avere una creatività così fa conquistare il mondo?


Più creat(t)ivi
Collegando periodo romano e Capodanno partenopeo, mi viene in mente l'eruzione vesuviana del 79 d.c. - sì, devo allontanarmi dal mio Google cerebrale.
Voglio, quindi, citare l'educatrice Sylvia Ashton-Warner, che - al di là del secondo cognome cartonato e premonitore della missione - definisce così il suo ruolo:

Vedo la mente di un bambino come un vulcano con due sfoghi: distruzione e creatività

Il bambino, si sa, è più vicino al momento della creazione: lo diceva anche Picasso.
Ma vero è che per creare bisogna prima distruggere e scomporre: singoli elementi già esistenti si uniscono - trasformandosi - per dar vita a un'idea nuova. Che vi dicevo sulla potenza dell'ossimoro?

Quindi: la creatività può conquistare il mondo?
Forse sì, a costo di saperla valutare, esaltare e... calibrare. Direi piuttosto incanalare, come l'acqua di un fiume nel condotto di un acquedotto.
La creatività nasce spesso dalla crisi: una scelta diversa in un momento storico difficile. Tant'è che non esiste creatività senza invenzione, immaginazione e fantasia. Si sa.

Eppure, sapere di averla e non potersi mettere alla prova... be'... quello non va per niente bene.

Tutti questi pensieri li ho fatti nella mezz'ora prima del BOTTO.
E prima di fare il botto, auguro a questo paese di saper riscoprire i suoi talenti e di dar loro il giusto valore meritocratico: Università private, agenzie pubblicitarie, aziende che operano nel settore del management culturale... sappiate guardare oltre le vostre "conoscenze". Fate rete nel modo giusto.
Augurare una rinascita, non è affare da aùgure romano che prevedeva il futuro nelle viscere della vittima sacrificale: tutti noi vogliamo vivere; e, con il vostro permesso, lavorare.

QUINDI(DI)CI anche tu duemila volte sì a parole come rinascita, cambiamento, speranza.
Più fiumi di creatività per tutti.
E che siano liberi di (s)correre a dovere dentro le viscere italiche e nelle nostre... vene.

Il ritmo della scrittura [tra cuore, sangue e... gambe]

Qualsiasi cosa ha un inizio. 
E qualsiasi cosa ha un(a) fine.
Non per forza la stessa cosa.
Ma qualsiasi cosa tu stia facendo in quel momento, il bello del vivere sta sempre nel mezzo. Lui scandisce il "battito" del tempo e pompa sangue fino alle gambe. Perché quando il ritmo c'è, tutto - anche ciò che scritto è - (s)corre dritto.

Pic: Laura Williams


Questo lunedì pensavo ch'è da un po' che non scrivo sul mio blog.
Si sa, giorno di "lune" in cui sensi di colpa e autocritica portano al Cratilo.
"Panta rei" avrebbe detto Eraclito, secondo quanto riportato da quel Platone cavernoso e lunatico.
"Beh, se tutto scorre" - ho pensato - "... allora il tempo corre".

Già.
Il tempo è scandito da anni, mesi, giorni, ore, minuti e secondi. E non siamo secondi a nessuno nel buttarlo a quintalate, soprattutto d'estate. Ma nella corsa contro il tempo, ho deciso ch'era giunto il momento di correre un po' per tenermi in forma; ché, oltre quella del testo e della testa, c'è pure quella fisica. Ahimè.


Al parco fra me(e)me 
Sembrano tanti Mercurio scesi da Mercurio quelli che corrono al parco; non hanno il "cromo" addosso - ma il cronometro sì. E due ali ai piedi iconizzate nel Nike's logo.
Così l'idea di vittoria s'è insinuata in me e mi son detta:"Sai che c'è? Yes, you can".
Ho calato l'auricolare nelle orecchie e via, con sottofondo musicale [da Olimpiade mondiale].
Peccato che dopo appena un minuto non ero più atleta, ma torcia: rossa, ma rossa che più tramonto non si può. A quel punto mi s'avvicina una signora biondina con la tuta da puffetta - rigorosamente senza un filo di pancetta: "Ehi" - accenna saltellando su se stessa - "non sforzare: ti conviene trovare un ritmo naturale".

Ah! Il ritmo: ma tu guarda che parolina magica ha tirato fuori l'insospettabile puffetta senza un grammo di pancetta. Mi sono messa a pensare... volevo correre a casa, abbracciare la scrivania e scrivere, scrivere, scrivere come se non ci fosse mai stato un domani salutare. Tra l'altro frugavo nella scatola cranica per risalire a quello che mi sfuggiva: l'etimologia.
Tu hai presente no, quando tenti di ricordare il ritmo di quella canzone che ti piaceva tanto e te ne vengono in mente 100.000 in un solo canto. Ecco. Pensavo "rima-risma-rituale-ritornello", senza ri-salire alla foce delle parole]. Così ho rimpallato il "tutto scorre" di Eraclito dal lobo sinistro: accomodati sulla riva, la soluzione ti passerà davanti. E poi, per non pensarci troppo, mi sono rimessa a correre veloce.


Battito, sangue, gambe
Sai cosa? Aveva ragione la signora: troppo veloce no; troppo lenta, nemmeno; costante era l'aggettivo vincente. Sentivo il mio cuore accelerare e - man mano - pulsare in modo naturale; le mie gambe sibilavano di sangue; le mie orecchie acchiappavano il basso dei Depeche per scandire il tempo; i miei occhi stavano fissi sul manto stradale.
Il ritmo era dentro e fuori di me.
E ho pensato che io - solo io - potevo sentirlo; per chi mi avesse guardata dall'esterno, ero solo una persona goffa che correva lungo la pista ciclabile. Una vista ri-ciclabile come tante altre persone uguali a me; forse più agili, forse meno. Ma l'interesse che provocavano era lo stesso: Z-E-R-O.
Il ritmo non è un'aurea magica che sta tutta intorno a te come l'aria di un... phon. Quest'è.

Ho pensato al lettore: anche lui non è dentro la nostra testa e non ha scritto quel testo; anche lui legge mille cose uguali; forse ci sono quelle meglio e quelle meno. Ma come catturare l'attenzione per evitare il carpiato nel (ri-ciclabile) bidone? L'avvento della "spazzatura differenziata", non migliora affatto la situazione ipotizzata. Bisogna trovare una soluzione.


Occhio, memoria, orecchio, pensiero
Neanche a dirlo, quando sono tornata a casa ho scartabellato il vocabolario etimologico con il dito sudato - il vantaggio della mia corsa incident(al)e è stato evidente: non doverlo leccare. 
E allora sì, mi è tornato in mente che "ritmo" contiene la radice greca ru-reo e significa "scorrere", ma in modo ordinato, cadenzato, percepibile.

Percepibile. Sì, ma da cosa? E come? Perché il ritmo tocca più ambiti: biologico; musicale; pratico; metrico/linguistico; fenomenologico e temporale [che tutto spazza via].
Rima, ritornello, rituale: parole che hanno in comune il sequenziale; anche "risma", la carta che (s)corre a fiumi, fa parte del gruppo.

Ritmo, quindi, si riferisce a più campi diversi; ma il modo in cui lo "percepiamo" è lo stesso:

  • occhio - presente quando una lampadina si accende e si spegne a regolari cadenze?
  • Orecchio: presente quando un rumore da basso diventa alto, provocando fastidio? O quando suoni e pause alternati fanno cogliere segnali allarmanti?
  • Memoria: presente quando hai detto a quel tuo amico che lui "non aveva senso del ritmo?"
  • Pensiero: ecco.

Pensiero: voce interna che resta impressa; mentre leggiamo, per esempio... o ascoltiamo qualcuno parlare. Ecco il punto: la scrittura è ritmo pratico che si esprime nell'atto stesso di scrivere; è ritmo biologico che può far smuovere le cose; è ritmo metrico e linguistico che nasce da posizione, sensibilità e accostamento di parole; è melodia che rimane scalfita nella memoria. E nel cuore. 


Costanza, pazienza, danza
Quando correvo in quel parco, tutto era ritmo: occhi, gambe, orecchie, memoria e pensiero.
Mi ascoltavo e ascoltavo. Ma la scrittura non è una corsa: il ritmo deve scorrere in base al testo e al concetto espresso; non basta far battere cuore e tasti all'unisono: è la storia che deve TOCcare.
La definirei, piuttosto, una danza: prima veloce; poi lenta, indolente, stanca. Mai uguale a se stessa.
Come la vita d'altronde. Puoi mai descrivere una scena concitata con una serie di avverbi in sequenza?
Magari lunghi e in... -mente? Non sempre.

Per questo ho deciso di pubblicare una serie di articoli sul concetto di "ritmo" nella scrittura, per come lo percepisco io [al limite della paranoia]:

  • lunghezza e posizione delle frasi
  • legami fra parole e scelta di parole (cacofonie)
  • tono e punteggiatura
  • verbi, sintassi e figure retoriche

Conclusione
Per cogliere il ritmo e saperlo trasmettere dobbiamo ascoltarci e ascoltare; amare le parole e rendere le situazioni; usare occhi che guardano altrove, voce che rimbomba, orecchie che scivolano, cuore che scandisce, mani che scorrono, pensiero d'archivio. E memoria profonda.

Spero che tu mi accompagnerai in questo (per)corso (di) vita, che andrà oltre l'estate.
Attraverseremo parchi di fiori e incontreremo lupi perigliosi.
Anzi guarda, potresti cominciare adesso a trovare il ritmo per scrivere meglio.


Grazie a Luisa Carrada per:

#LaGrandeBellezza e il "bla bla bla"

Vedere "La Grande Bellezza" di Sorrentino e non sorridere più? Un tema caldo che mi ha gelato il sangue. E ha dato finalmente un senso al mio BLA-BLA-BLA-terare senza senso. Ne vogliamo parlare?



Pause sceniche lunghe e riflessive.

Padre cocainomane che gestisce un night e si preoccupa per la figlia spogliarellista quarantaduenne.
Figlio depresso di genitori separati, che trova (s)conforto nelle parole di Proust.

[Figlia e figlio perderanno la vita: l'una senza intenzione; l'altro con l'intenzione di trovare nella morte una perfetta soluzione].

Creatività impressa, repressa, espressa in una bambina prodigio, che lotta per godersi l'infanzia.
Perché la bambina prodigio guadagna; e i genitori (co)stringono l'istinto. Si butta sulla tela bianca con tutta la sua rabbia; poi riesce a veicolarla nell'opera d'arte perfetta: frutto stesso del sentimento represso.
La gente guarda indifferente: il dolore è uno spettacolo ispiratore, quanto espiatore; solo la figlia spogliarellista, appesa tra la morte e la vita, comprende l'orrore. La creatività infantile e la sua innata spontaneità, che il cubista Picasso tanto amava, si trasforma nella trappola infernale d'una capacità sopra il normale. Una capacità a-normale.

A-normale come l'imbarazzo del godereccio cardinale di fronte alla "santa" consunta; due personaggi caricaturali e fisicamente brutti, in cui è veramente difficile trovare la Grande Bellezza. Cibarsi di radici "perché le radici sono importanti"; non spiegare la povertà "perché la povertà è qualcosa che si vive". L'imbarazzo della ricchezza non-felice di fronte all'ascetica ricerca della felicità.

Normale, invece, quel padre del figlio suicida che vive la quotidianità con la sua compagna dell'est.
La vita ripetitiva e banale, liquidata dal protagonista con una frase: "che belle persone che siete".
Nonostante tutto. E rispetto a tutto il resto, ovviamente.

Ecco queste sono alcune scene della "Grande Bellezza"; le prime che mi vengono in mente, ché diventa difficile selezionare quelle più significative. Una metafora continua, questo film. Anzi, una vera e propria analogia; come quella tra la fila "al botulino" scandita dal dlin dlon e la fila al bancone del supermercato con tanto di numerino. Magari per comprare chili di macinato... "affettato".
La bellezza eterna e simbolica - quadri, viali, statue, monumenti, palazzi, dimore principesche - fa da contrasto alla tristezza della condizione umana. E della sua limitatezza.

Il protagonista è uno scrittore che non scrive più. Per farlo ha bisogno di trovare la "grande bellezza", quella che sta sopra ogni cosa: come la verità. Tutto il resto, ormai lo sa, è il solito "bla bla bla".

Bla. Bla. Bla.
Un'onomatopea che mi rappresenta in pieno.
L'avatar blatera in fumetto; l'head Twitter in caratteri bianchi su sfondo neretto.
Perché quando il rumore si sovrappone al muro di parole, ti senti abbattuto.
Il bombardamento continuo di linguaggi contaminati porta alla deriva l'attenzione:


  • immagini fisse
  • immagini animate
  • infografiche riassuntive
  • link che aprono mondi profondi
  • testi deformati, ordinati, piegati alle regole
  • parole che si slegano dalla pagina per volare lontane


Interazione, condivisione, bisogno di sentirsi centro.
Rumore, rumore, tanto rumore.
Il messaggio arriva spesso confuso, de-ficiente, intermittente.
E sai che c'è? Io mi stresso parecchio. 
Il canale è otturato, colmo, interrotto: il destinatario/ricevente è oppresso dal cerotto apparente.
Le parole diventano chiacchiericcio confuso, che tutto copre: lo sprazzo di bellezza e anche l'errore.

"Dobbiamo. Sì, noi dobbiamo ridare a quelle parole un valore: chiarezza d'intento, spessore, emozione". Questo - e tante altre cose - ho pensato dopo la finale riflessione:



Pubblicazione di Marco Grosso.


La vita [...] nascosta sotto il bla bla bla [...] è tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore [...] Tutto sepolto dalla coperta dell'imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla.


Fortuna che lo spot della FIAT 500 è andato in onda solo una volta ieri sera; la trasposizione del senso di bellezza nell'oggetto ready made totalmente fuori dal contesto, è stata aberrante. Uno spaesamento in pieno stile dadaista; insomma, per dirla con il claim, "una piccola grande schifezza".

Ma dopo Sorrentino, che altro posso aggiungere sul bla-bla-bla e sul senso del mio bla-terare?
Quando ho scelto questa onomatopea come "suono" di riconoscimento, pensavo alla voglia di condividere, coinvolgere, conversare. Poi, questo lo devo dire, sono stata oppressa dal rumore digitale che stressa: troppi input, selezione difficoltosa, linguaggio contaminato e non sempre pertinente.
L'imbarazzo dello stare al mondo coperto dal costante e continuo chiacchiericcio intermittente.

Le parole, ne sono convinta, hanno il potere di scoprire quell'imbarazzo del vivere in tutte le sue contraddizioni. Ogni parola scritta può essere davvero terapeutica e congelare nel tempo una grande bellezza. Un tempo di memoria che resta inalterato e oltrepassa l'umana limitatezza.

Feedly vuol dire fiducia?

Qual è la cosa più complicata da fare sul web? Beh, hai ragione: ce ne sono parecchie; ma se ci pensi bene, la necessità di fare ordine è tra le prime. 
Fortuna che ci sono servizi per ovviare: Feedly "in primis". 
Vorrei parlarne con te. Che si fa, ti va?



Partiamo da una certezza: oggi ho la febbre a 38 e sono sconnessa.
Ma non ti preoccupare: di Stich e del RobyCopyTelling ti puoi fidare.

Fidare.

Alias "riporre fiducia in una persona"; e siccome di persona non ci conosciamo, tocca riporre fiducia nella parola della persona [cioè me in questo caso].

Più facile a dirsi che a farsi, dirai te; e hai ragione. Affrontare i mille mila contenuti del web è impresa infida: come ordinarli? Dove archiviarli? E, soprattutto, quali scegliere?

Tu sai che dietro lo schermo ci sono persone misteriose che risolvono tutto; ma proprio tutto, tutto, tutto - perdonerai l'espressione in pieno stile D'Urso (la febbre rende l'umanità assai peggiore ahimè).
Mountain View ci aveva pensato con Google Reader, soprannominato da me medesima "EI FU" (+ 1 luglio 2013). La dipartita del figlioletto ottenne (?) ha gettato nello sconforto milioni di utenti: anni e anni di accumulo buttati nei biiiiit del web = disperazione ad alti, che dico... altissimi livelli.
Fin quando s'è scoperto che i feed archiviati si potevano importare in altri aggregatori con le medesime funzioni. Aggregatori come Feedly, ad esempio; e proprio di quello vorrei parlare con te.


Feedly: come, cosa, perché

Come si usa Feedly? Che cos'è Feedly? E perché si chiama così?
Ok: invertiamo l'ordine delle domande e chiariamo un po' di cose.

1. Perché si chiama così?
Partiamo dal concetto generico di Feed RSS.


  • RSS è l'acronimo di RDF site summary; si tratta, detto in modo semplicistico, di un linguaggio informatico in grado d'importare in un solo "luogo virtuale" link e titoli d'articoli pubblicati sul web. Una specie di catalogazione di contenuti, ordinati secondo campi specifici (titolo, autore, testo) e secondo formati predefiniti (comuni a tutti i lettori) 
  • Feed è una parola inglese che significa "collegamento diretto", ma anche "alimentazione, nutrimento, sostentamento". I "flussi RSS" - Feed RSS - sono quelli che permettono di rimanere aggiornati sulle news di nostro interesse, senza doverle consultare una per una.


Diciamo, quindi, che la tecnologia RSS deve gran parte del suo successo alla nascita dei blogs e di due necessità correlate:

  1. ordinare i contenuti 
  2. renderli disponibili per il lettore.

E diciamo anche che la parola Feed non ha nulla a che fare con la "fiducia" disneyana dell'ohana.
Colpi bassi da naming, dici?
Ma no, sai; perché, infondo, sempre di fiducia si tratta: quella che decidi di concedere tu.



2. Che cos'è Feedly?
Abbiamo detto che il linguaggio RSS può catalogare contenuti provenienti dal web, secondo regole standard comuni a tutti i lettori. E abbiamo visto che i Feed RSS non sono altro che "flussi di quei contenuti".
Bene. Aggiungiamo un tassello, dicendo che il lettore può rimanere aggiornato sulle news in due modi:

  1. iscrivendosi ai Feed direttamente dal sito/blog, grazie a servizi come Feed Burner - che prevedono l'aggiornamento tramite mail 
  2. scaricando software/aggregatori, che filtrano le news con algoritmi particolari e secondo quanto indicato dall'utente stesso.

Feedly rientra nel secondo gruppo, quello intitolato "è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare".
Il servizio esiste in versione mobile per iOS, Kindle, Android; ma anche in versione dekstop per i principali browser (Safari, Firefox e Chrome in primis). La cosa bella è che le due versioni non si "pestano i piedi" a vicenda, ma sono aggiornate in tempo reale: il contenuto già letto, eliminato, archiviato rimarrà tale indipendentemente dal mezzo utilizzato.



3. Come si usa Feedly?
Semplice: una volta installata la versione compatibile con il browser - download Feedly - s'inizia l'import dei contenuti (colonna a sinistra "add content"), copiando il link del blog nello spazio apposito. Ogni contenuto si può "incasellare" in categorie tematiche e visualizzare in tanti modi diversi: magazine, card, title only, full articles (rotellina "impostazioni" in alto a destra).


















Puoi archiviare il contenuto per leggerlo in un secondo momento (colonna a sinistra saved for later), segnalarlo come già letto e/o modificare la categoria iniziale (colonna a sinistra organize).
Ma la cosa più bella è che puoi condividere quel contenuto direttamente da qui: urbis et orbis, dico. Ogni post inizia e finisce con i pulsanti social, compresi Evernote e Hootsuite.
Basta un click perché la condivisione abbia inizio.









Pro e contro, ovvero... Feedly vuol dire fiducia?

No, l'abbiamo detto qualche riga più su.
Nonostante l'assonanza del naming, Feedly non suona come il mitico slogan di Stich: "Ohana vuol dire famiglia e famiglia vuol dire che nessuno viene abbandonato o dimenticato", dove il concetto di fiducia si dà per scontato. In realtà, a ben guardare, qualche punto in comune ci potrebbe essere; a patto di saper usare il mezzo in modo buono e giusto. Ecco, quindi, i pro e i contro che ho selezionato per te:


  • Pro

Rimanere aggiornati sui contenuti d'interesse, senza doverli spulciare nella "foresta" del web; la cosa risparmia una fatica non indifferente, perché quei contenuti sono davvero tanti: impossibile avere sotto controllo tutto e sempre

Fare una rapida selezione dei contenuti interessanti da mobile e ovunque ci si trovi per poi leggerli e condividerli in un secondo momento.

Imparare a catalogare gli interessi reali: selezionare vuol dire fare chiarezza. Nell'oceano di notizie che circolano in rete, si rischia d'incagliarsi presto; e di tornare indietro non v'è mai certezza (mezza cit.).

Dare fiducia: il contenuto condiviso sui social direttamente da Feedly ha un link che ne denuncia l'origine: il lettore sa che quel blog è nel nostro Feed e si aspetta qualcosa all'altezza. Inutile negarlo: quel link suona come: "non mi voglio perdere manco un post". E se non è fiducia questa...


  • Contro

Feedly non si usa per "fare un favore" a enne-mila persone: la qualità è il primo parametro di selezione.

Feedly non è un servizio di rilettura personale; o meglio, potrebbe esserlo, ma non nasce per quello.
Lo scopo non è solo rimanere aggiornati, ma anche condividere news con i lettori; va da sé che quei contenuti devono interessare a te, ma soprattutto a loro.

Feedly non è uno strumento rigido: se un blog non piace più, si può abbandonare e/o dimenticare con un semplice click... alla faccia di Stich.

Feedly è uno strumento che riduce al minimo l'impatto "visuale".

L'ultimo punto merita qualche riga di approfondimento finale.
Perché il delirio di questo post nasce da una riflessione casuale - che sono febbricitante lo so e te l'ho già detto, mi pare. L'altro giorno mi sono resa conto che non "vedo" alcuni blogs da mesi e mesi. Certo, leggo il contenuto prima di condividerlo; e, in alcuni casi, condivido alla cieca, mettendo il post tra i preferiti per leggerlo la sera - in questo caso l'ohana verso l'autore ci sta in pieno.

Ma la cosa grave è che ho perso il contatto con l'interfaccia grafica originaria: non vedo colori, scelte di stile, numero di condivisioni. Un vero peccato, direi; anche perché si rischia di fare figurette: mai capitato di ricevere tweet post-condivisione con domande tipo: "che ne pensi del mio nuovo blog?" e di rimanere con il mento che tocca il mattone del pavimento? A me sì.

Ogni tanto sarebbe il caso di cliccare sulla barra visit website prima di condividere nello spazio social(e); oltre che leggere sempre il contenuto, visto che esistono enne-mila casi in cui si possono prendere dei bei granchi - i Guest Post, ad esempio, per cui l'autore - quel giorno - potrebbe non essere lo stesso.

Il web è una grande famiglia in continua evoluzione.
E non vuoi certo essere tu quello "dimenticato e abbandonato" dal lettore per un banale errore.
Vero capo?

Il "rumore": quando comunicare stressa

L'esperienza quotidiana mette a dura prova la voglia di comunicare.
Non è questione di poca volontà, ma piuttosto di "rumore".
Cosa significa? Sai che si fa, te lo racconto al bar.



Sono cresciuta a pane e parole.
Sono cresciuta balbettando suoni confusi ancor prima d'imparare a camminare.
Fino a una certa età pensavo fosse una cosa eccezionale. E in parte, forse, lo è.

Poi ho scoperto che, dieci anni prima della mia nascita, tre individui dai nomi impronunciabili - Paul Watzlavick, Janet B. Bavelas, Don D. Jackson - hanno pubblicato il manuale "Pragmatics of Human Communication", pietra miliare della psicologia mondiale che mette la comunicazione al centro del processo relazionale.
Si parte dal presupposto che in presenza di altri individui "non si possa fare a meno di comunicare". L'affermazione con doppia negazione stressa, ma tu leggi lo stesso che intanto ti passa:


"Il comportamento non ha un opposto. In altre parole non esiste il non-comportamento o, per dirla più semplicemente, non è possibile non avere un comportamento. Ora se si accetta che l'intero comportamento in una situazione d'interazione ha valore di comunicazione, ne consegue che comunque ci si sforzi non si può non comunicare. L'attività o l'inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono che rispondere a questi stimoli". 


Qui scatta il famoso detto "il silenzio vale più di mille parole": afonia, gesto, cenno si riempiono di significato. Tutto parla: sempre. La comunicazione è l'attività che occupa più tempo nella vita umana, dopo la respirazione. Quest'è: bisogna farsene una ragione.

Pepepepepeeee pepepepepeeeeee pepepepepe pe pe.

Contento eh...
Be', io non farei salti di gioia: esiste una cosa che mette a dura prova il naturale fluire della parola.
Si chiama "rumore" e no, non è il rumors anglossassone - anche se, lo ammetto, può essere più fastidioso d'un pettegolezzo. Se ti va di sapere cos'è, te lo spiego al bar davanti al caffè.


Metti un giorno al bar...

Da quando costa due euro, la colazione al bar non è cosa per me; ma, sai com'è, ci sono giorni in cui ti vuoi coccolare con la schiumetta mondiale sul caffè e - magari - instagrammare questo momento bestiale (nel senso di the best). Sì, perché - ormai è ufficiale - sul web il cappuccino fa concorrenza al gattino.

Oggi è uno di quei giorni.
A giudicare dalla massa di motori parcheggiati fuori, il primo pensiero è un (pro)verbale "rinunciare": la mattina non ho granché voglia di parlare; ma ho fame, quindi entro e affronto con pazienza l'ammasso infernale. Voglio schematizzare la situazione in termini di pura comunicazione:


  • emittente: io
  • messaggio: vorrei un caffèèèèèèè, grazie
  • canale: l'aria
  • destinatario: barista super-affannato
  • codici in successione: lingua italiana, dialetto veneto, mano in aria, cenno con la testa, urlo 
  • contesto: tripla fila, a due passi dalla porta, seconda posizione a destra
  • feedback: non pervenuto in termini di reazione, risposta, retro-azione.


Su tutto aleggia un rumore assordante che impedisce la ricezione del messaggio e, diciamolo, infastidisce l'emittente: bocche aperte, mascelle serrate, sbuffi alitanti, voci squillanti.
Il ponte è interrotto. Il flusso disturbato. Il feedback azzerato.



Fatto l'esempio, direi che quest'è la definizione di "rumore" in comunicazione: qualsiasi cosa disturbi il canale, interrompendo la ricezione del messaggio e, quindi, la reazione del ricevente.
Lo scambio va a buon fine quando il rumore è azzerato: chi abbiamo di fronte capisce in modo chiaro quello che diciamo, reagisce di conseguenza e dà seguito al processo comunicativo.
Il "rumore" è un'esperienza quotidiana che tutti facciamo:


  • musica troppo alta 
  • suono dell'ambulanza
  • petardi e fuochi d'artificio 
  • discussione con gara a chi urla di più
  • interruzione della linea sul telefonino 
  • crollo della connessione sul PC 
  • uso di mezzi diversi per comunicare (anche in digitale)
  • flusso d'informazioni difficile da catalogare (soprattutto in digitale)
  • discoteca con esasperato BUM, BUM, BUM
  • traffico con esagerato BRUM, BRUM, BRUM


Si tratta dell'unico momento in cui la volontà di comunicare non basta: alle volte è casuale, altre servirebbe una buona dose di educazione. Vero è ch'esiste anche il contrario: hai presente quando c'è gente che ti parla piano, piano, piano... e a te tocca tendere l'unico orecchio sano per capire quello che dice? Be', ti sembrerà strano, ma pure quello si chiama "rumore": qualsiasi cosa interrompa il canale, impedendo la ricezione del messaggio, e che possa variare in base al canale stesso.
Qui potrebbe scattare il secondo detto/ossimoro: "Anche il silenzio può essere assordante".

Chiudo il post lanciando una provocazione (1), facendo una constatazione (2), tirando una conclusione (3) e concedendomi una (semi)citazione (4):

  1. in caso di comunicazione analogica (gestuale) come si potrebbe definire il "rumore"?
  2. fatto sta che non c'è cosa più fastidiosa di questa interruzione un po' qua e un po' là
  3. ricordiamocelo bene quando scriviamo, gesticoliamo e scambiamo un'opinione
  4. magari con quattro amici; al bar.

#4 - Nascita di un copywriter, ovvero l'amore per le parole

Origine, studio, inclinazione.



Borracce piene

Da quando scrivo mi chiedo perché lo faccio in modo istintivo.
Già, come si diventa copywriter?
Da dove nasce questa passione? E quando?

Beh, direi che non c'è stagione migliore dell'estate per interrogare se stessi.
Liberata la testa, diventiamo avidi come borracce vuote in attesa del fluido creativo.  
E ci sono stimoli che aiutano la riflessione, intesa nell'accezione originaria di "piegarsi su se stessi".
Stimoli come questi:

"La prima storia che gli raccontò suo padre, quando aveva cinque o sei anni, non fu quella di Cappuccetto Rosso; ma quella d'Ulisse, Achille e Menelao".

Così Montanelli descrive l'infanzia di Enrico Schlieman, l'archeologo che scoprì Troia. 
Nessuno credeva nell'intuito del tedesco esuberante: tutti lo prendevano per matto.
Eppure Schlieman, alla fine, ha coronato il sogno di una vita intera.

Io non mi paragono certo a cotanto maestro, pur essendo un'archeologa mancata.
Ma tu sai com'è, no?
Ci sono parole che smuovono il ricordo di lunghe serate estive trascorse tanti anni fa: c'ero io, c'erano le stelle, c'era mio nonno; e Dante con i Promessi Sposi sedevano fra noi.

Il sogno all'Indiana Jones è svanito col tempo e la profonda conoscenza di me stessa: R.I.P.
Ma una cosa è rimasta certa: l'amore per le parole.
Te lo racconto nel quarto - e ultimo - post del RobyCopyTelling dedicato alla mia estate.


My lesson number #3, ovvero quello che cerco di fare


                                                Twitta Edgar Laurence Doctorow



Origine



Come t'accennavo, correvano i mitici anni '80.
C'ero io. C'era mio nonno. C'erano la luna, le stelle, il bicchiere di menta.
Le chiamavamo "seratine", per quella strana abitudine che hanno gli adulti d'usare il diminutivo per ogni cosa che riguarda il bambino. E da bambina qual ero, adoravo le "seratine".
Dopo cena - abbrustolita dal sole - attendevo di rinfrescarmi con fiumi di parole.

Ormai lo sai: Toi era un chimico.
Ma, come ripeteva spesso mia nonna, quelle di oggi non sono certo le Università d'una volta.
Quindi lui, mio nonno, sapeva citare a memoria roba come la Divina Commedia, Boccaccio e i Promessi Sposi con tutta la loro storia. E le raccontava a noi, piccoli nipoti curiosi.
Mi chiedevo come facesse a sapere tante cose: affascinata, lo ascoltavo per ore.
E mi dicevo che un giorno sarei stata come lui.
Oggi mi rendo conto che lo sforzo maggiore stava nel raccontare storie complesse in modo semplice, ma non piatto; sintetico, ma non frammentario; mimetico, ma non teatrale.
Quelle avventure piene di mistero e colpi di scena, buoni e cattivi, angeli e diavoli mi coinvolgevano a tal punto che mi rifiutavo di andare a letto quand'era giunta la (mia) ora.
Prima di addormentarmi continuavo a immaginare intrecci, persone, finali diversi.
Ho imparato ben presto che:


  • comunicare significa farsi capire 
  • la veglia è ben più illuminante del sonno
  • le parole diventano memoria al risveglio.


Studio 

A furia di sognare storie e parole, storie e parole sono diventate il mio sogno.
E così mi sono trovata dove volevo stare: studi classici, archeologia classica, percorso "classico".
Non mi pento di niente; anzi, la formazione ha dato buoni... flutti.
Mamma racconta spesso un aneddoto che mi fa capire quanto sia radicato in me l'amore per le parole.
Compivo sette anni, quando suor Maria chiamò dalla scuola; avevo risposto in modo strano a una domanda: "Qual è, Roberta, il tuo libro preferito?" e io: "I Promessi Sposi signora".
Il dubbio era che fossi bugiarda, una delle poche volte in cui ero stata profondamente sincera.
Adoro questo episodio: conferma che la mia strada non poteva ch'essere questa.

Certo non conoscevo ancora me stessa. E ho imparato a caro prezzo che non sempre la passione iniziale coincide con la missione finale: a volte è necessario guardare oltre e respirare a(l) fondo per cogliere il senso della lezione.


Inclinazione

Oggi, nel dormiveglia, sento ancora parole.
Mi girano in testa tutto il giorno e rimbombano tutt'intorno, finché la sera si addormentano con me. Ma restano nella veglia del subconscio, perché io sono una di quelle persone che fa parlare le ombre; quelle che al risveglio svaniscono come fantasmi, lasciando un'eco dialogica nella memoria. 
No, nemmeno quando dormo e sogno rinuncio alla parola.

Oggi mi conosco un po' meglio.
So che amo comunicare con le persone, seguendo la mia inclinazione: quella creativa.
So che m'affascina la persuasione: quella positiva.
So che la parola non viene meno da sola: anche senza voce, quella è sempre viva.


Quindi...

... siamo arrivati alla fine di questo percorso diviso in quattro parti.
Un percorso che avevo bisogno di fare, per raccontarti chi sono e quello che vale la pena cercare.
Comunicare è un bisogno affettivo e naturale che - unito all'inclinazione creativa - fa di me quella che sono oggi: una scribacchina radicata poco radical chic, che si nutre d'osservazione, magia, istinto, curiosità, invenzione, mistero, immaginazione.
Spero di averti lasciato qualcosa della mia storia e della mia passione per le parole; soprattutto la mia emozione, nel senso etimologico del termine: qualcosa che si muove da me per coinvolgere te.
Da lì comincia tutto e poi s'arriva qui.

Quando sei muto, stanco e vuoi ricaricarti... torna pure da noi.
E perditi ancora nel fantastico mondo di nonno Toi.



Fonti: Indro Montanelli, "Storia dei Greci" - Rizzoli, 1959

#2 - Copywriting e scrittura creativa: 3 ingredienti utili

Mistero, magia, curiosità.


Domande e risposte

Stai entrando nel capitolo 2 della sezione RobyCopyTelling dedicata alla mia estate.
Non solo.
Stai entrando anche nella mia Ceradonna, casa estiva dove ho imparato - e imparo tutt'ora - a stimolare scrittura e creatività.
Già, ma chi è questo scrittore creativo? E che fa?
Bel domandone.
Forse sarebbe meglio abbandonare il tentativo "definitivo", per caRpire i segreti della sua arte.
In linea di massima si tratta di una persona che legge molto, scrive molto, rilegge e riscrive; ma certo non si può dire un tipo mono-tono, anzi: conosce tutte le sfumature delle parole per comporre romanzi, poesie, racconti, scenografie, commedie, drammi, poemi, tragedie.

E la pubblicità dove la mettiamo?
Il copywriter non è forse uno scrittore - creativo - che costruisce storie, identità e messaggi?
Secondo lo IED sì; almeno a giudicare dal contenuto di questo corso datato.
Forse lo storytelling fungerà da trait d'union - scuserete il francesismo - tra il writer commerciale e quello tradizionale. Chissà. Certo sono tanti gli scrittori famosi che sono passati attraverso la pubblicità.

Gli aspiranti pensano che avere una buona dose d'autocritica e capire i propri limiti sia un ottimo esercizio di sé; e io sono d'accordo con loro, ché - troppo spesso - l'illusione coincide col sogno.
Ma il sostantivo di cui stiamo parlando è accompagnato dall'aggettivo "creativo", sinonimo di coraggio, brio, curiosità e un pizzico di... magia. Ti racconto dove si origina la mia.

My lesson number #2, ovvero quello che ho applicato


                                             Twitta H. Matisse

Curiosità

Tutto parte da qua.
Sono nata mentalmente curiosa, fisicamente paurosa: solito dualismo contenuto/contenitore.
Mandavo avanti gli altri e non rischiavo; ma rosicavo se non conoscevo e, quindi, indagavo.
Mio nonno Toi era abbastanza tollerante; ma c'erano cose che non si potevano vedere senza di lui, altre ch'era meglio non sapere e altre ancora ch'erano assolutamente vietate.
Ho imparato presto che rispettare le regole coincide con l'incolumità fisica, morale e mentale.
Nessuno, però, mi vietava di chiedere cosa nascondesse questa finestra:


Sapevo ch'era il laboratorio chimico del nonno, ma cosa succedeva là dentro?
Certo non si possono sfidare con mano infantile boccette fragili, colorate e pericolose. Molto pericolose.
Mi sembrava lo scienziato pazzo di qualche film disneyano, Toi; e, curiosa, aspettavo i fumi di una pozione velenosa per sconfiggere il drago - incarnato in una povera, piccola, innocente salamandra.
L'immaginazione, stimolata  dalla curiosità, è il primo strumento per raccontare storie condivise.

Anche la cassaforte nella camera padronale era off-limit.
Che poi secondo me non c'era niente; ma le regole erano regole. 
Lo so, perché quando giocavamo alla caccia al tesoro con le caramelle, a volte capitavano là dentro; altre nel forno o nel vecchio lavabo. Per un attimo restavo delusa dal vuoto inspiegabile, ma poi continuavo a fantasticare di misteriosi tesori nascosti da briganti pericolosi. Non valeva la pena crucciarsi con stupide questioni: volevo proteggere il mio cosmo creativo. 

Alla botola nel palmento si poteva accedere solo se accompagnati. Io non ci andavo volentieri: sapevo già quello che c'era dentro; il coperchio in ferro era durissimo da sollevare; le scalette arrugginite sfidavano il mio senso di vertigine; ed era troppo vicina alla stanza dei briganti. Sì, perché a Ceradonna ci sono stati pure quelli; si mormora di un anfratto "segreto" - e murato a posteriori - dietro la sala da pranzo.
Sarà vero? Non mi sono mai presa la briga (?) di sfondare il muro per saperlo.

Ma so quello che ho imparato ben presto:

  • il non vedere/sapere stimola domande curiose
  • le domande irrisolte spingono all'immaginazione e alla ricerca delle verità nascoste
  • l'immaginazione è all'origine dell'essere creativo 

Mistero

Anche il mistero si nutre di domande e curiosità, ma c'è una differenza fondamentale: restano entrambe irrisolte. Sperimentare il mistero non è possibile; alimentarlo sì.
E quand'ero piccola c'era pane duro per i miei denti... da latte.


Questa casa sorge tuttora su una collina di fronte alla mia e si raggiunge da un sentiero sterrato.
Si vede da sempre e io, curiosa, da sempre chiedo qual è la sua storia.
Fino all'età immatura, sapevo che mia mamma e i suoi quattro fratelli vi si recavano spesso per fare festa. "Eppure" mi dicevo "ha un'aria così tetra e funesta!".
"L'abbandono, si sa, fa questo effetto" mi veniva risposto.

Oggi so che non mi sbagliavo.
Ecco cos'è successo: te lo racconto in diretta.
Una notte come tante scoppia un temporale. Buio. Silenzio. Poi, un urlo improvviso strazia l'aria; anche mio nonno urla forte, in un lugubre gioco di echi. Nessuna risposta chiara; solo grida scure. A quel punto, insieme ai due figli maschi appena tredicenni, decide d'affrontare la notte furiosa.
La scena al suo arrivo è, a dir poco, agghiacciante: il fulmine di fuoco, entrato dalla soffitta e sceso lungo le scale, ha carbonizzato un abitante della casa. C'è dolore; tanto dolore.

Ecco ogni volta che guardo quella casa, sento dolore. E la guardo spesso: chiusa, abbandonata, passata come oggetto di poco valore da un proprietario all'altro. Tutti con un triste destino di morte.
Qualcosa a metà tra il castello di una principessa e quello di una strega.
Qualcosa che incuriosisce e apre universi di ossimori sconosciuti.
Rovine che parlano di vita... finita.

Ho imparato ben presto che ciò che appare - con l'impegno - si può sempre cambiare.

Bene, quest'anno ho deciso di entrare là dentro.
Un mistero l'ho risolto: la "casa fantasma" non è grande come sembra da lontano. Fin su non ho avuto il coraggio di salire, ché un pipistrello s'aggirava sul balconcino in tutto il suo orrore.
Ma devo dire che queste stanze, con i loro soffitti angelici e decadenti, parlano di solitudine e miseria: quella della superstizione umana. Ci sono ancora i caminetti, i letti, la vecchia cabina telefonica; pare quasi di sentire le voci. Ma poi tutt'intorno incombe un silenzio... rispettoso.

Ho capito che l'unico mistero che valga la pena esplorare è quello della conoscenza senza velo.

Magia

Quando si cresce, misteri e domande si risolvono; purtroppo.
Di pari passo diminuiscono curiosità, osservazione, immaginazione.
Eh già, quanto male fa scontrarsi con la realtà!
Io credo che proteggere e alimentare questo mondo interiore renda creativo qualsiasi scrittore.
Soprattutto il copywriter ch'è un vero comunicatore.
La magia si nutre di mistero e curiosità; e la creatività - si sa - è magica: persuade, avvolge, coinvolge.

Ho imparato adesso che alcune domande - quelle giuste - devono rimanere irrisolte...

  • anche se so che, infondo, non è così 
  • anche se non ho più il tempo di chiedermi il perché
  • anche se non sono più disposta a credere nel mistero 
  • anche se sono sempre tesa a scoprire il trucco
  • anche se, quando scrivo, non mi ascolto

... io continuo a pensare che mio nonno fosse un mago in grado di resuscitare le mosche col sale.
Perché l'esperimento dello "scienziato pazzo" mi ha regalato stupore e voglia di capire come si fa. 
Ma, soprattutto, stimolo per comunicarlo a chi non lo sa.


Quindi...

... siamo arrivati alla fine del capitolo 2.
Spero di aver (re)suscitato il creativo ch'è in te - se mai ce ne fosse stato bisogno.
Sopravvissuto incolume? 
Sei d'accordo con me che uno scrittore creativo si nutre anche di curiosità, mistero e... magia?
Allora ti aspetto per il capitolo 3: parleremo di gioco, immaginazione e manualità.


Puoi vedere tutte le foto della mia estate su Instagram

#1 - Trovare l'ispirazione per scrivere [sul blog]

Ritorno alle origini e rispetto per la natura.











Domande e risposte
Da quando ho aperto un blog, mi chiedono spesso come trovo l’ispirazione per scrivere un post.
Già: dove mai si nasconde questa fantomatica ispirazione e da dove nasce?
Bel domandone.
Cercare gli argomenti, combattere il blocco dello scrittore e superare quello del lettore non è facile.
C’è chi legge, chi guarda, chi parla, chi s'illumina d'immenso.
Io, semplicemente, penso.

Il risultato delle mie - pazze? - riflessioni si concretizza nella rubrica RobyCopyTelling, inaugurata un paio di mesi fa; non ha scadenza periodica ché si sa, "all'ispirazion non si comanda" (mezza cit.) 
e in questo spazio voglio essere fluida, incanalata, rapida, rapita, in piena. 

Certo non poteva mancare la - micro - storia della mia estate.
Già, perché ho la fortuna di passarla da sempre in un luogo speciale, intriso di magia, natura, poesia - che poi diventano immagine, curiosità e creatività. Insomma un luogo che ispira solo per il fatto di esserci dentro. 

Te lo voglio raccontare in quattro post a edizione limitata. Perché il mio amore per la scrittura è nato proprio qui. E qui torna sempre alla ricerca dell'ispirazione profonda: quella per parole nuove.


Lesson number #1: quello che ho imparato


                                               Twitta la riflessione

Tornare all’origine
C’era una volta Ceradonna.
Non è un gioco di parole: è il nome di un luogo dove una piccola donna ha imparato ad amarle.
Un nome di cui non è dato sapere l’etimologia, purtroppo.
Mia madre racconta la storia di una donna rimasta prigioniera fra gli ulivi, che poi si sarebbe confusa con loro, infusa del loro olio, in una metamorfosi vitale di ovidiana memoria.
Mio nonno, invece, ipotizzava che sul luogo dov'è nata la casa fossero state trovare delle statue di cera ancora intatte di un'atavica classicità.

Dire che questo luogo si trova nel comune di Rossano calabro, sospeso a metà tra il mare e la Sila, sarebbe riduttivo. Si tratta di un ristoro fisico e mentale, un vero e proprio rifugio naturale.

La casa appartiene alla mia famiglia da qualche generazione: riposa solitaria su una terrazza naturale, arida e profumata di salsedine. Silenziosa, osserva il mare mentre volge le spalle alla montagna.


Al tempo dei miei bisnonni, Ceradonna contava poche stanze: i loro ritratti severi, che trasudano storia - la mia storia - campeggiano ancora sulle pareti della sala. Anche la palma ritratta nella foto qui sopra, al tempo dei miei bisnonni, non esisteva: l'ha piantata mio nonno dopo vent'anni, quando mia madre aveva più o meno quattro anni, più di sessant'anni fa; al tempo, era alta come lei.
Ho imparato presto che guardarsi indietro è un punto di partenza, non d'arrivo. Guardarsi indietro con occhio critico significa crescere.   

Ed è proprio sulle radici profonde che si eleva l'ispirazione emotiva:

  • ripercorrere la propria storia
  • fare il punto - interrogativo - della situazione 
  • cercare stimoli per scriverne un'altra: diversa, uguale a se stessa, e poi nuova

Quand'ero piccola questi avi dai vestiti bombati e dagli sguardi aspri m’inquietavano un po’, devo ammetterlo, ma, allo stesso tempo, m'incuriosivano parecchio: già al tempo ero un'amante della storia e del mistero. Quante volte ho importunato nonno Antonio, detto Toi, con raffiche di domande sulle loro vite! Chissà come vivevano, chi erano e cosa penserebbero sul mondo odierno... chissà, poi, se mi assomigliavano almeno un po'.

Sarà la coincidenza di nomi propri con quelli di film e di giochi, ma nonno Toi sapeva davvero trasformare ogni cosa in un fantastico mondo di balocchi. Con lui queste mura antiche, accasciate da più d’un secolo su una collina sperduta, diventavano un mondo allegro, inesplorato, affascinante. Gli occhi che lo guardavano erano quelli di una bambina di città, che ogni estate passava le sue vacanze proprio qua, fra gli ulivi e i sassi e le palme. Quella bambina ero io, oggi una donna. Ma ogni volta che torni qui, a Ceradonna, la donna diventa un "c'era" e la bambina torna.

L'ispirazione infantile è imbattibile, perché significa fantasia: una storia nasce per morire subito dopo. Così, senza egoismo e senza rimpianto - quasi che quella storia fosse nata solo per il piacere di esistere nello spazio di un attimo e a te protagonista già annoiata non importasse nemmeno più di tanto. L'importante era inventarsene subito un'altra; così mi trasformavo ogni giorno in una cosa diversa, la tipica principessa disneyana rinchiusa nella torre arroccata, per esempio. Il principe, si sappia, m'interessava poco... anzi, speravo di non esser mai trovata. 
In quello spazio solo, tutto mio, il mondo fuori, potevo essere libera d'inventare, sognare, osservare. 




Ancora oggi questo è il mio angolo di mondo dove tutto è fermo e lontano.
Un luogo di memoria introspettiva, dove il tempo si azzera del tutto. Per questo lo amo.
Qui ho imparato quello che so(no): fantasia, curiosità, mistero, creatività, paura, coraggio, valore, arte. 
Qui si nasconde un angolo inesplorato della mia storia e del mio cuore: l'amore per le parole.

Contatto e rispetto per la natura
Non sono mai stata una bambina coraggiosa.
E ancora oggi mi risulta più difficile proteggere il corpo, e non la mente, dagli attacchi esterni. 

Corpo e mente.
Una dualità tra contenuto e contenitore che mio nonno Toi conosceva bene e, sarà che faceva il chimico di mestiere, cercava di farmi superare le paure con il metodo sperimentale: fare per credere. Così, attraverso il gioco, trovavo il coraggio di lanciarmi in avventure stile “Libro della Giungla” con mio fratello e i cuginetti. Il nostro aspetto quotidiano era proprio quello di 4 selvaggi: piedi nudi, mani nude, torso nudo. Armati solo di bastone, cerbottana e pistola finta si partiva in avanscoperta e si finiva sempre per infrattarsi fra i rovi della montagna. Ricordo nonno Toi ridere, raccomandare, incitare, annaspare di preoccupazione. Ricordo gli odori, l’adrenalina, i piedi neri, i graffi sui rovi.

Poi c’era l’orto, la semina e la raccolta di frutta: melanzane, zucchine, pomodori, more, prugne, fichi, susine; ceste stracolme da portare in cucina, alla nonna, aspettando il gong per andare a tavola (nient'altro che una vecchia padella da battere con un batacchio per farsi sentire il più lontano possibile; e, infatti, lo sentivamo più che bene!). Mi ricordo soprattutto le more: quelle nascoste fra i rovi, piccole e dolcissime; quelle appese ai rami del gelso, grandi e così succose da colarci come sangue fra le dita delle mani (dopo di che, ovviamente, scattava all'instante il gioco dello zoombie).
Ho imparato molto presto che nutrirsi di ciò che s'è seminato ha tutt'altro gusto.

Infine c’erano gli animali: mucche, capre, cani, topi, salamandre, vipere, scorzoni, falchi, insetti...
molti insetti (ragni, cervi volanti, maggiolini, grilli, cavallette, calabroni, vespe).
Oggi mi spaventano parecchio quando la sera, accecati dalla luce artificiale, mi si schiantano addosso ronzando. Una volta, però, c’era mio nonno e il suo: “Stai tranquilla Roberta, se non gli dai fastidio, loro non ne daranno a te". C'erano nidi di calabroni a pochi metri da me. Uccelli predatori a fischiare nel cielo. Lotte fra vedove nere, attirate fuori dalla tana con l'espediente del bastone intriso di saliva. 
Mantidi religiose che mi salivano sul braccio, mi giravano intorno al collo e con le loro zampine rachitiche mi pettinavano i capelli biondi. Conservo foto incredibili di quei musetti vispi e triangolari: testimonianze vivide della mia grande vittoria infantile sulle piccole paure. 
Ho imparato presto che la semplicità è molto complessa. Mai piatta. Conoscere e rispettare i ritmi della natura è una mappa per cercare l'ispirazione creativa: 

  • toccare con mano 
  • osservare
  • rischiare
  • espirare e inspirare per respirare 
  • adeguarsi al ritmo naturale delle cose

Ecco
Siamo giunti alla fine del primo post di quattro, che chiuderei degnamente con una frase di Karen Salmanshon: "Your words have great power. Use them to support&Inspire".

Concordi?
Secondo te l'ispirazione sopravvive nella memoria naturale?
Io t'aspetto qui per il capitolo 2: parleremo di curiosità, mistero e magia.
Tre ingredienti fondamentali per la scrittura creativa.