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Più "answers", meno ansia: il meccanismo della domanda

Farsele è cosa buona e giusta.
Ma quali sono le domande giuste?
A chi dobbiamo farle?
E, soprattutto, come dobbiamo posizionarle?
Tre domande [e più] per rispondere al meccanismo della domanda.
Leggi di più. Qui giù.


La conoscenza - quella profonda - si nutre del dubbio per trovare forma.
La questione, più che socratica, è logica: non possiamo sapere tutto di tutto; succede, quindi, che l'atteggiamento più conveniente da tenere sulla questione "sapere di non sapere" è quello di farsi quante più questions siamo in grado di contenere. Sulle cose; sui sentimenti; sulla gente.

Trattasi d'istinto naturale, infondo; quello che sorge dal profondo. Un meccanismo oliato che scivola lenta.MENTE dalle "rotelle base" del fanciullo ai "binari elicoidali" dell'adulto. Un atteggiamento che riguarda prima di tutto noi stessi, poi il mondo che ci gira intorno.

Se hai deciso di scrivere per comunicare, non solo devi farti domande varie; devi anche riuscire a prevedere/anticipare quelle di chi legge.


[partire dagli altri] - Leggere per capire chi ti legge
Niente è legge, se non è scritto sul codice.
Ma il caso - amaro - vuole che anche la scrittura sia codice; un codice che, al di là della correttezza grammaticale, ognuno può usare come vuole. L'importante, alla fine, è farsi capire da chi... legge.




Ecco una slide del mio intervento al Master in Comunicazione delle Scienze dell'Università di Padova. Cambia una vocale; cambia tutto. Al di là di questo, credo che la prima question da porsi per scrivere bene su un determinato argomento, sia quella di esaminare il testo di chi quell'argomento lo tratta già - incutendo un certo rispetto. Vestire i panni del lettore vuol dire capire il suo punto di vista. Diventa lettore degli altri, quindi: fai un giro sul web, stampa l'articolo di tizio e segna. Segna tutto quello che va bene con una penna verde; e tutto quello che non va bene con una penna rossa.
Non ti peritare: la scrittura è maestra di se stessa. Scossa? No.
Inizia la tua "analisi sperimentale" dalla struttura superficiale del testo e poniti qualche question:

  • com'è il layout?
  • Come sono i font? Riesco a leggere bene?
  • C'è abbastanza interlinea tra una e l'altra riga?
  • E i colori? C'è distinzione tra titolo, link e il corpo del testo?
  • Ci sono grassetti e corsivi? E il modo in cui sono distribuiti è chiaro?
  • A colpo d'occhio distinguo i paragrafi?
  • A colpo d'occhio il contenuto è ben distribuito nello spazio dell'interfaccia? L'occhio prende un colpo e si blocca... oppure respira e gli pare tutto chiaro?

Poi continua con l'analisi profonda del linguaggio:

  • che parole ha scelto l'autore? Io avrei fatto lo stesso? Sono chiare?
  • Quanto sono lunghe le parole? E le frasi? E i periodi? 
  • Tutto scorre oppure perdo il filo e m'inceppo di netto?
  • In quale forma sono i verbi? 
  • Ci sono avverbi e circonlocuzioni?
  • Ci sono figure retoriche?
  • Il concetto complesso è semplificato?

Sono solo esempi, ovviamente. Ti basti sapere che, dalla revisione sul testo degli altri, s'imparano concetti come "contraddizione" ed "emulazione". Due cose importanti.


[partire dagli altri] - Ascoltare... per essere ascoltati



A te piacerebbe tantissimo scrivere quello che vuoi, come vuoi e dove vuoi.
Infatti, quand'eri piccolo, avevi un bel diario nel cassetto; peccato che, oggi, quel diario è diventato un blog con lucchetto aperto. Oggi, se vuoi essere letto, devi saper ascoltare... e non solo nel senso di soddisfare quello che un pubblico dai contorni sfumati vuole sapere. Oggi saper ascoltare vuol dire intercettare un bisogno e farlo prima di tutto con se stessi; vuol dire farsi delle domande su cosa devi scrivere, quando, perché, dove... e, soprattutto a chi. Potresti prendere in considerazione lo schema della 5 dabliu più uno per farti le domande giuste e rispondere di conseguenza:

  • who = a chi - o meglio "per chi" - sto scrivendo? Quesito fondamentale da cui dipendono tutti gli altri, oltre che scelte quali il "taglio" sull'argomento, il "registro linguistico" e lo "stile"
  • What = cosa voglio scrivere? Una limitazione al tuo ego, spesso; perché, ripeto, il fulcro del testo dev'essere sull'interesse del "pubblico". Attenzione che qualsiasi argomento è vasto: bisogna informarsi, conoscere a fondo le sfumature e decidere cosa valga la pena dire
  • When = quando voglio scrivere? Io scrivo di notte; lui di mattina; lei in pausa pranzo. Il punto non è quello: il punto è scegliere il momento giusto per pubblicare
  • Where = dove voglio scrivere? Ogni mezzo ha il suo linguaggio; lo stesso contenuto si presenta in forma diversa a seconda della piatta.forma scelta
  • Why = perché voglio scrivere? Già... perché hai deciso di scrivere su quell'argomento? Cosa vuoi comunicare al tuo pubblico? E perché dovrebbe ascoltarti invece, che so, di guardare un bel video o farsi due passi? Se non lo sai tu, non sperare che il motivo lo trovi lui
  • How = come voglio scrivere? Eccola qua la sesta dabliu, già conosciuta dai nostri retori romani. Inutile dirlo: il come si dice una cosa, è più importante della cosa stessa. Ricordati che il tuo pubblico deve capire, ma anche provare interesse per quello che legge. Il pubblico non regala il suo tempo e deve avere un vantaggio. Sempre.


[partire dagli altri] - Anticipare per incitare
Il pubblico non regala il suo tempo e deve avere un vantaggio. Sempre.
Voglio ripetere l'ultimo concetto duro e gretto: quest'è l'era della velocità... media.
Infondo il "mercato" non è forse una risposta a "domande latenti"? E se non intercetti le domande giuste, come puoi soddisfarle? Vero: scrivere non è sempre vendere. Oggi, forse, lo è un po' di più.
Ma come puoi riuscire a catturare l'attenzione per suscitare un interesse?
Ebbene ricordi il discorsetto iniziale su quell'istinto naturale di farsi una domanda per curiosare, risolvere un dubbio e provare lo stimolo irrefrenabile di rispondere? Qui sta il potere delle questions.
Quando scrivi devi portare in superficie - nel testo - i dubbi sommersi - nella testa.
Il pubblico non è un'entità astratta: è fatto di persone. Hai mai provato a immaginarlo in senso fisico?
Ti sei mai chiesto dove sarà e cosa starà facendo quando leggerà il tuo testo? Fagli una domanda, vedrai che ti risponde. L'importante è scegliere bene quale porre, come porla e... dove.


[partire da se stessi] -  Scrivere per coinvolgere
Tocca a te scegliere il modo per incuriosire chi ti legge, suscitare dubbi, stimolare risposte.
La meravigliosa lingua italiana dà tante opportunità per gestire la questione... questions.

  • Domande dirette = effetto BUM; provocano il meccanismo immediato di risposta e stuzzicano la curiosità primordiale: l'istinto spinge il lettore a cercare le answers con ansia e l'occhio si SOSpinge a "frugare" tra le righe. Le domande dirette vanno bene ovunque: nel titolo dell'articolo e/o del paragrafo; a inizio/fine sottotitolo; alla fine dell'articolo. Si parla di call to action (= chiamata all'azione), quando lo scopo della domanda è quello di spingere il lettore a compiere un gesto: condivisione, apprezzamento, commento. Questo è anche il motivo per cui, spesso, le domande si trovano su "pulsanti tattici" di siti e blog - iscrizione alla newletter; acquisto del prodotto; partecipazione a un evento; ecc.
  • Domande indirette = sono meno impattanti di quelle dirette, ma - proprio per questo - meno pesanti e più subliminali; la cosa interessante della domanda indiretta è il rovesciamento di prospettiva molto evidente. In pratica, ogni volta che sei tentato di scrivere in prima persona, chiediti se non sarebbe meglio spostare il baricentro su chi ti legge: non "mi sono chiesto perché tizio ha fatto questa scelta"; ma "ti starai chiedendo perché tizio ha fatto questa scelta". Ci sono delle belle differenze. Non trovi?
  • Domande retoriche = te ne ho appena fatta una. Sono un bluff, perché non vogliono una risposta. Quindi... perché? Perché usarle nel nostro bel testo? Ue'! Stai mandando a ramengo millenni di arte oratoria: sappilo. La domanda retorica è "coalizzante": il suo fine è quello di spingere il lettore dalla nostra parte, incalzando il suo consenso "a raffica" - quasi senza lasciarli tempo di ragionare. Il meccanismo botta/risposta avviene in automatico, proprio perché la risposta è sottintesa. "Per dialogare bisogna farsi ascoltare. Ovvio, non trovi? Cerchiamo di capire come: seguimi tra le righe". Il lettore è già dalla nostra parte; la sua risposta sarà la nostra. Non solo. La domanda retorica diventa tattica quando a parlare è un'azienda: "Hanno deciso di farci spendere soldi inutili; hanno scelto di farci credere che le possibilità di scelta non ci fossero; per quanto tempo ancora noi tutti permetteremo che questo avvenga? Noi di X abbiamo deciso di offrirti un'alternativa" - noi tutti = noi azienda.


Domanda finale: tu da che parte stai?
Forse che scrivere per comunicare significhi non prendere parti?
Oppure, per farsi capire dagli altri, bisogna riuscire a vedere le cose da più parti?
E da quale parte si deve cominciare per dividere il contenuto in tutte queste parti?

Sai cosa?
Forse scrivere è un party: una vera e propria festa aperta a tutti.
Sulla targhetta della porta una domanda netta "decidi di passare dritto? Amico, non sai cosa ti perdi".
Giusto per stimolare il dubbio. Che, poi, è naturale ansia da ricerca continua di... answer.

Trovare il ritmo per imparare a scrivere [bene]

No, non ti sto invitando a fare un giretto sulla macchina vintage. 
Per far girare la testa - sul testo - meglio fare un giro di valzer. 
Ché, se vuoi imparare a scrivere bene, tocca metterti... in ballo.



Um pa pa - Um pa pa - Um pa pa Um

Uhm.
Ti sei mai chiesto perché il valzer è tanto riconoscibile e memorizzabile?
Leggiamo di nuovo l'onomatopea:

um pa pa - um pa pa - um pa pa um

Uhm.
Lettere che si ripetono con la stessa cadenza.
E l'accento? Sempre sulla prima cade.
L'effetto è quello di un ritmo naturale che imita la vita; anzi, potremmo dire che la musica prende vita quando riesce a imitare il suo costante pulsare. Stessa cosa succede con le parole.
Come?
Siamo qui per scoprirlo insieme: tu batti il tempo, che io comincio... a "suonartele" :-)


La variazione? Uno stile... di vita
Diciamo subito che l'um-pa-pa è un'eccezione, perché il fascino del valzer non è certo tutto lì.
Mi viene in mente la frase: "Uhm-papà perché mi ripeti sempre le stesse cose?"
Già, la ripetizione di parole simili annoia chi ascolta e chi legge: lunghezza, suono, tono devono cambiare. I parenti latini avrebbero chiamato l'accorgimento variatio: lunga-breve-lunga-breve-atona-tonica-atona-tonica. Tutta questione di accenti e posizioni.

D'altronde la vita su cui (dis)corriamo non scorre mai tutta uguale; e, non a caso, si dice che "ognuno ha i suoi ritmi". La singole lettere hanno un suono e diventano parola; la parola frase; la frase periodo; il periodo testo. Come la musica è un insieme di note in equilibrio sul pentagramma, la scrittura è melodia in grafemi. Il pulsare della linfa vitale è dentro rigo e... righe.


Parole corte o parole lunghe?
No, non è come scegliere la pasta perché in quel caso mescolare significa caos papillo-gustativo.
Nella scrittura, mio caro, il mix funziona; e ce n'è per tutti i gusti auricol(-)oculari.
Torniamo alla musica in chiave onomatopeica, così ci capiamo:

Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta [breve-breve-breve-breve]
Tarata-tarata-tarata-tarata-tarata [lunga-lunga-lunga-lunga]

La prima riga scorre tanto; la seconda meno.
Ma vuoi sapere il mio parere? Noiose entrambe: l'ideale è alternare, lasciando che l'occhio sorvoli rapido le parole corte per soffermarsi di più su quelle lunghe.
La monotonia uccide il testo vivo e tenere in allerta la testa vuol dire sentire il ritmo del palpito: lento, veloce; sempre diverso secondo il concetto espresso.

D'altronde vita e parola si contaminano a vicenda dagli albori della storia.
Nel IX secolo c'era tempo per leggere e la prosa era lenta: periodi lunghi, verbi al passivo, sintassi complessa; l'avvento del XX secolo, al contrario, vede il trionfo del movimento futurista: periodi brevi, verbi all'infinito, sintassi piana e segno che diventa disegno per comunicare i rumori.
La scrittura evolve, muta e si adatta alla tecnologia per non restare... muta (?)


Le parole hanno un suono
E un peso.
Come un valzer che balla sul penta.GRAMMA (?)
Il suono delle parole è il risultato dell'accostamento fra singole lettere, che insieme creano armonia o cacofonia: bene la prima, male la seconda. Non tornerò qui su aspetti trattati in altri post(i); basti pensare che per cogliere la fluidità di un testo è importante leggerlo a voce alta - quello che il lettore farà inconsciamente; e che anche in questo caso vince sempre l'alternanza: usare lettere giuste in base a suono e ruolo; sciogliere la lingua dall'inciampo; rispettare accenti e lunghezze.

D'altronde quando "leggiamo a nastro" vuol dire che il testo è melodia.
L'espressione gergale non è casuale: imparare a cogliere il ritmo del testo è come ascoltare una melodia con gli occhi chiusi e il dito che batte sul petto [esercizio che consiglio di prendere come vizio]. Per essere orecchiabile, la melodia è cadenzata - non a caso "ritmo" e "ritornello" hanno la stessa etimologia - ma non la singola nota: quella è variata. Il tutto diventa armonia quando non contempla il verbo "stonare": note che cozzano e stridono fra loro sarebbero solo rumore. Tu fai conto che il tono sia l'accento, la lettera una nota, le parole insiemi di note accentate e le frasi ritornelli che scorrono fluidi per comporre un testo melodico. 
"Non so, a me pare che suoni proprio male" è un modo di dire che non ci può stare. 


E i periodi?
Anche loro sono come le parole [e differiscono dalla pasta].
Ci sono quelli lunghi che cullano l'occhio fino alla riga successiva; e quelli brevi che incalzano e non lasciano tregua. Troppo lunghi stancano, troppo brevi stressano.
Di nuovo la scrittura s'adatta al periodo storico e assistiamo inermi al tripudio del testo conciso: poco tempo, mezzo veloce, lettura su schermo. Sì, viviamo nell'ossimoro di un passato futurista; ma tu fai conto d'essere passato dal valzer settecentesco al futuro (fis)armonico del nostro secolo [che rende bene crisi e crasi]: apro e chiudo; apro e chiudo.
Il testo ideale alterna paragrafi lunghi a paragrafi brevi: la sua lunghezza varia in base al senso che gli vogliamo dare. Se sto descrivendo una scena concitata sarò breve; se mi sto perdendo in una riflessione pacata, farò in modo che l'occhio del lettore stia sulle mie parole il più a lungo possibile.
Posso anche scegliere di stupire, lanciandomi in ardue contaminazioni grafiche e creative: font tondi e spaziosi per concetti mmmorbidi; o duri e stretti per slogan taglienti.

Italo Calvino nelle sue "Lezioni Americane" fa notare come rapidità e mancanza di particolare lascino spazio all'immaginazione. Per quanto possa valere, io faccio lo stesso nei post Facebook dove racconto la mia giornata concitata: uno perché concitata lo è; due perché lo spazio limitato del social network impone la strozzatura del testo. Come esiste l'economia della lingua, secondo la quale lo stesso termine può avere più significati; così esiste l'economia del racconto, che lascia volare l'immaginazione del nostro lettore: mentre legge... riempie.

D'altronde l'alternanza lungo/breve ha un vantaggio visivo che sul web ha la sua importanza: paragrafi di consistenza diversa attirano la curiosità e fanno respirare l'occhio. 
Blocchi di testo sì, quindi; ma anche variati.


Ritmo è scorrevolezza
Perché, se il flusso dell'acqua interrotto dal sasso può essere bello e produrre un effetto a mulinello, il lettore s'è già imbarcato nel tuo testo: non lo sta contemplando seduto sulla riva mentre scorre; un salto improvviso potrebbe sbalzarlo fuori dalle righe in un attimo fulmineo.
Come quando s'avverte un temporale e tutto inizia a tremare. Per evitare?

  • Assegnare a ogni periodo un solo pensiero; e a ogni paragrafo un argomento preciso
  • Collegare bene i pensieri fra loro e mettere il punto solo dov'è necessario
  • Buttarsi a capofitto sull'elenco puntato, quando i concetti sono troppi

D'altronde la punteggiatura è un'arma potente per comunicare pause, sospiri, emozioni.
E anche intonazioni.


Intonazione tra segno, disegno, posizione [e altre cose]
Nella scrittura l'intonazione non c'è: tutto si concentra su parole e punteggiatura.
Poi, da quando è arrivato il web, la seconda è diventata anche "disegno emozionale".
Ma ecco qualche altro particolare che aiuta il ritmo testuale:

  • la posizione di parola e frase in base a suono e rilevanza
  • l'alternanza tra punteggiatura forte/debole
  • la contaminazione tra congiunzioni/interruzioni
  • la variazione tra sillabe toniche/atone - Alessandro Lucchini in Business Writing fa notare, ad esempio, che la parola accentata sull'ultima sillaba (tronca) enfatizza la domanda interrompendola all'apice e lanciando la palla all'interlocutore [sarà per questo che alla domanda "Vuoi un caffè?" tronchiamo sempre con un "sì"?]

D'altronde il valore della domanda è ben noto anche nella scrittura di CTA: usarla.


Figure retoriche e conclusione [altrettanto] retorica
Sì ci sono anche loro; e col ritmo c'entrano parecchio.
Abusate, odiate, lanciate nel testo come un boomerang ad effetto vanno sfruttate con cura: no ai luoghi comuni, sì all'originalità; no all'estro spinto, sì alla delicatezza; no alla lunghezza, sì alla brevità.
La figura retorica colpisce il lettore e rompe la monotonia del testo; ma lo costringe a uno sforzo interpretativo non indifferente - oltre al fatto che deve "uscire dal filo" per tornare a riprenderlo.
Alcune espressioni figurate sono divagazioni tali da confondere lettori e motori.
Meglio saperle dosare a costo di tarparsi le ali.

D'altronde usare la retorica è come scivolare sulla spirale del nostro DNA.
Per questo chiudo il post così come l'ho iniziato, cioè con un detto latino che riassume bene la variatio: festina lente. Affrettati lentamente.
Ché, nell'ossimoro sinfonico dell'alternanza, c'è tutta l'ossatura della buona scrittura.

Grazie ad Alessandro Lucchini e al suo prezioso Business Writing

Il ritmo della scrittura [tra cuore, sangue e... gambe]

Qualsiasi cosa ha un inizio. 
E qualsiasi cosa ha un(a) fine.
Non per forza la stessa cosa.
Ma qualsiasi cosa tu stia facendo in quel momento, il bello del vivere sta sempre nel mezzo. Lui scandisce il "battito" del tempo e pompa sangue fino alle gambe. Perché quando il ritmo c'è, tutto - anche ciò che scritto è - (s)corre dritto.

Pic: Laura Williams


Questo lunedì pensavo ch'è da un po' che non scrivo sul mio blog.
Si sa, giorno di "lune" in cui sensi di colpa e autocritica portano al Cratilo.
"Panta rei" avrebbe detto Eraclito, secondo quanto riportato da quel Platone cavernoso e lunatico.
"Beh, se tutto scorre" - ho pensato - "... allora il tempo corre".

Già.
Il tempo è scandito da anni, mesi, giorni, ore, minuti e secondi. E non siamo secondi a nessuno nel buttarlo a quintalate, soprattutto d'estate. Ma nella corsa contro il tempo, ho deciso ch'era giunto il momento di correre un po' per tenermi in forma; ché, oltre quella del testo e della testa, c'è pure quella fisica. Ahimè.


Al parco fra me(e)me 
Sembrano tanti Mercurio scesi da Mercurio quelli che corrono al parco; non hanno il "cromo" addosso - ma il cronometro sì. E due ali ai piedi iconizzate nel Nike's logo.
Così l'idea di vittoria s'è insinuata in me e mi son detta:"Sai che c'è? Yes, you can".
Ho calato l'auricolare nelle orecchie e via, con sottofondo musicale [da Olimpiade mondiale].
Peccato che dopo appena un minuto non ero più atleta, ma torcia: rossa, ma rossa che più tramonto non si può. A quel punto mi s'avvicina una signora biondina con la tuta da puffetta - rigorosamente senza un filo di pancetta: "Ehi" - accenna saltellando su se stessa - "non sforzare: ti conviene trovare un ritmo naturale".

Ah! Il ritmo: ma tu guarda che parolina magica ha tirato fuori l'insospettabile puffetta senza un grammo di pancetta. Mi sono messa a pensare... volevo correre a casa, abbracciare la scrivania e scrivere, scrivere, scrivere come se non ci fosse mai stato un domani salutare. Tra l'altro frugavo nella scatola cranica per risalire a quello che mi sfuggiva: l'etimologia.
Tu hai presente no, quando tenti di ricordare il ritmo di quella canzone che ti piaceva tanto e te ne vengono in mente 100.000 in un solo canto. Ecco. Pensavo "rima-risma-rituale-ritornello", senza ri-salire alla foce delle parole]. Così ho rimpallato il "tutto scorre" di Eraclito dal lobo sinistro: accomodati sulla riva, la soluzione ti passerà davanti. E poi, per non pensarci troppo, mi sono rimessa a correre veloce.


Battito, sangue, gambe
Sai cosa? Aveva ragione la signora: troppo veloce no; troppo lenta, nemmeno; costante era l'aggettivo vincente. Sentivo il mio cuore accelerare e - man mano - pulsare in modo naturale; le mie gambe sibilavano di sangue; le mie orecchie acchiappavano il basso dei Depeche per scandire il tempo; i miei occhi stavano fissi sul manto stradale.
Il ritmo era dentro e fuori di me.
E ho pensato che io - solo io - potevo sentirlo; per chi mi avesse guardata dall'esterno, ero solo una persona goffa che correva lungo la pista ciclabile. Una vista ri-ciclabile come tante altre persone uguali a me; forse più agili, forse meno. Ma l'interesse che provocavano era lo stesso: Z-E-R-O.
Il ritmo non è un'aurea magica che sta tutta intorno a te come l'aria di un... phon. Quest'è.

Ho pensato al lettore: anche lui non è dentro la nostra testa e non ha scritto quel testo; anche lui legge mille cose uguali; forse ci sono quelle meglio e quelle meno. Ma come catturare l'attenzione per evitare il carpiato nel (ri-ciclabile) bidone? L'avvento della "spazzatura differenziata", non migliora affatto la situazione ipotizzata. Bisogna trovare una soluzione.


Occhio, memoria, orecchio, pensiero
Neanche a dirlo, quando sono tornata a casa ho scartabellato il vocabolario etimologico con il dito sudato - il vantaggio della mia corsa incident(al)e è stato evidente: non doverlo leccare. 
E allora sì, mi è tornato in mente che "ritmo" contiene la radice greca ru-reo e significa "scorrere", ma in modo ordinato, cadenzato, percepibile.

Percepibile. Sì, ma da cosa? E come? Perché il ritmo tocca più ambiti: biologico; musicale; pratico; metrico/linguistico; fenomenologico e temporale [che tutto spazza via].
Rima, ritornello, rituale: parole che hanno in comune il sequenziale; anche "risma", la carta che (s)corre a fiumi, fa parte del gruppo.

Ritmo, quindi, si riferisce a più campi diversi; ma il modo in cui lo "percepiamo" è lo stesso:

  • occhio - presente quando una lampadina si accende e si spegne a regolari cadenze?
  • Orecchio: presente quando un rumore da basso diventa alto, provocando fastidio? O quando suoni e pause alternati fanno cogliere segnali allarmanti?
  • Memoria: presente quando hai detto a quel tuo amico che lui "non aveva senso del ritmo?"
  • Pensiero: ecco.

Pensiero: voce interna che resta impressa; mentre leggiamo, per esempio... o ascoltiamo qualcuno parlare. Ecco il punto: la scrittura è ritmo pratico che si esprime nell'atto stesso di scrivere; è ritmo biologico che può far smuovere le cose; è ritmo metrico e linguistico che nasce da posizione, sensibilità e accostamento di parole; è melodia che rimane scalfita nella memoria. E nel cuore. 


Costanza, pazienza, danza
Quando correvo in quel parco, tutto era ritmo: occhi, gambe, orecchie, memoria e pensiero.
Mi ascoltavo e ascoltavo. Ma la scrittura non è una corsa: il ritmo deve scorrere in base al testo e al concetto espresso; non basta far battere cuore e tasti all'unisono: è la storia che deve TOCcare.
La definirei, piuttosto, una danza: prima veloce; poi lenta, indolente, stanca. Mai uguale a se stessa.
Come la vita d'altronde. Puoi mai descrivere una scena concitata con una serie di avverbi in sequenza?
Magari lunghi e in... -mente? Non sempre.

Per questo ho deciso di pubblicare una serie di articoli sul concetto di "ritmo" nella scrittura, per come lo percepisco io [al limite della paranoia]:

  • lunghezza e posizione delle frasi
  • legami fra parole e scelta di parole (cacofonie)
  • tono e punteggiatura
  • verbi, sintassi e figure retoriche

Conclusione
Per cogliere il ritmo e saperlo trasmettere dobbiamo ascoltarci e ascoltare; amare le parole e rendere le situazioni; usare occhi che guardano altrove, voce che rimbomba, orecchie che scivolano, cuore che scandisce, mani che scorrono, pensiero d'archivio. E memoria profonda.

Spero che tu mi accompagnerai in questo (per)corso (di) vita, che andrà oltre l'estate.
Attraverseremo parchi di fiori e incontreremo lupi perigliosi.
Anzi guarda, potresti cominciare adesso a trovare il ritmo per scrivere meglio.


Grazie a Luisa Carrada per:

Scrivere semplice, ovvero (s)comporre il tecnicismo

Tecniche, gergali, piatte.
Concrete, false, astratte.
Ambigue, doppie, bi...strat(ta)te.
Le parole sono labirinti d'espressione, in cui si rischia di smarrire la direzione. 
Ma esistono metodi per tenere saldo il timone durante la navigazione. 
Ognuno ha i suoi; io ti racconto uno dei miei. Se vuoi.


Se lavori, devi esprimere concetti ai non addetti ai lavori: sembra un gioco di parole, ma non è. 
[Che fai, strabuzzi gli occhi come un pollo(n)?]
I concetti, poi, non sono altro che insiemi di termini - spesso ambigui, gergali, tecnici.
E fare lo scrittore professionale significa sperimentare nuovi metodi per ottimizzare i processi.

Ti piace l'ultima frase?
Se pensi di schiaffarla sul sito aziendale, sappi che la cosa non s'ha da fare; abundare si può, ma poi tocca deficiere - senza indugiare nella forma participiale al presente, ché non sei deficiente.

Negli ultimi tempi ho scritto pagine web, flyers e manuali utente per un prodotto elettronico.
Avere a che fare con argomenti pieni di tecnicismi, ambiguità e anglicismi a volontà ti costringe a procedere per step. Devi scervellarti, insomma; e devi farlo in fretta, perché spesso il tempo di sfogliare un blog sui dieci comandamenti del bravo scrittore professionale proprio non c'è.
Io parto sempre dal fine ultimo: farsi capire; e so che il benedetto scopo da uno diventa trino:

  1. comunicare il prodotto in modo chiaro - dove "chiaro" è un parametro che appartiene al lettore e al suo bagaglio di conoscenza
  2. aggirare l'ambiguità, spiegando il significato della "parola labirintica"
  3. coinvolgere chi legge, attraverso la condivisione di esperienze 

Ecco la mia tecnica per centrare i tre obiettivi; te la spiego in quattro step. 
[Se arrivi alla fine di questo post, poi, c'è uno slide-tool per te].


1. Ogni parola ha la sua storia [etimologia]
Tu hai presente quando t'innamori e vorresti sapere tutto di una persona? Ecco, approfondire significa conoscere, comunicare, capire; non esiste memoria senza storia, possiamo dire.
Perché dovrebbe essere diverso con la parola?
Scavare fino a scoprire le "radici", è fondamentale per diversi motivi:

  • dialogare sui significati
  • connettere termini - apparentemente - diversi e giocare su quelli globali
  • costruire ponti tra mondi passati, presenti, geograficamente lontani
  • controllare la lingua parlata e dare a ogni termine il peso che merita
  • intrecciare tes(su)ti divisi dai mille pieghi di un vocabolario 

Studiare la storia delle parole è di grande aiuto per la loro comprensione - dove "com-prendere" significa prendere-con un balzo la palla per usare la lingua in modo corretto.
Il tempo che risparmi sulla lettura dei dieci comandamenti per il bravo scrittore professionale, dedicalo al vocabolario; e procedi così:

  1. scrivi il tecnicismo sulla sinistra del foglio 
  2. al centro fai un elenco chiaro dei passaggi attraverso i quali si è formato (etimologia)
  3. a destra scrivi, per ogni passaggio, l'elenco dei significati e le possibili derivazioni 


2. Ogni parola è più parole [scomposizione e sintesi]
Ma come? Non avevi detto che scrivere significa semplificare per farsi capire? E cos'è tutta questa confusione di termini, partendo da una parola sola?
A parte il fatto che io sono d'accordo con Picasso quando dice che prima di togliere bisogna aggiungere, ammetto che qualche ragione ce l'hai: si passa dalla singola voce a un elenco di voci.
Ma è proprio questo il momento in cui devi scegliere le parole giuste per il tuo pubblico e sintetizzare. Paradossalmente syntesi deriva dal greco syntithemi e significa "mettere insieme, comporre le parti per formare il tutto". Te l'ho detto: il pittore spagnolo aveva ragione; se unisci più elementi semplici e parziali, ottieni una conoscenza complessa e unitaria.
Procedi ancora per step, quindi:

  1. (s)componi l'elenco = sottolinea i termini più validi tra significati e derivazioni
  2. elimina il superfluo = seleziona i termini giusti in base al contesto e al lettore del testo
  3. riorganizza il resto = metti in ordine i termini scelti per spiegare bene il concetto 
  4. riscrivi la parola (alla luce della sua storia) = prima allunga e poi sintetizza per semplificare

In Business Writing Alessandro Lucchini scrive:

[...] forse che "comporre" non sia infondo "distillare"? Offrire un cognac dei nostri pensieri? La verità è nelle cose semplici. Comporre diventa riassumere se usi bene le forbici; se sai tagliare. E non sarà un caso se "tagliare" somiglia molto a "togliere".  

No, il mio metodo non l'ho imparato da lui: l'ho studiato sul campo; e mi ha dato soddisfazione scoprire più di qualche coincidenza tra i miei arrangiamenti e i suoi insegnamenti.
Questo è il grande valore dell'esperienza diretta.



3. Ogni parola ha una spiegazione [sostituzione]
Ci sono argomenti per cui l'uso del tecnicismo è d'obbligo: per quanto fastidioso possa essere, non si può eliminare; ma limitare sì. Come dialogare, infatti, coi non-addetti ai lavori? Come spiegare loro i vantaggi di un prodotto elettronico, senza cadere nelle trappole del bilinguismo e dell'aziendalese?
Io non sopporto l'abuso di termini stranieri tanto per riempirsi la bocca: esistono degni sostituti italiani, che tutti capiscono - soprattutto; eppure tecnicismi e anglicismi non sono il male peggiore: puoi rimediare con dosi massicce di vocabolario/dotto(re).
Ma come la mettiamo col termine gergale? Lui sul dizionario non compare; lui si nutre di persone che lavorano nel settore e che si capiscono solo fra loro - con grande soddisfazione [ahimè].
Poi ci sono gli acronimi e le parole tanto comuni da risultare ambigue: "applicazione", per citarne una.
Colpa della lingua che fa economia. E colpa dello strano caso per cui semplificare una cosa complessa è difficile; complicare una cosa semplice è facile.
Come ovviare, quindi, all'uso di tecnicismo, anglicismo, acronimo e locuzione gergale?

  • Cambia significati e derivazioni con i sinonimi 
  • Parti dai sinonimi e gioca sui contrari
  • Traduci nella lingua più comprensibile al lettore
  • Scomponi in più termini per spiegare il senso in base al contesto
  • Inventa neologismi pertinenti
  • Parti dal termine generale per scendere fino al particolare


4. Ogni parola è un'esperienza [condivisione]
L'immedesimazione ha un grande valore: trascina il lettore dalla parte dello scrittore; e viceversa.
Questo principio è ancor più manifesto quando si tratta di veicolare i plus (qui m'involo sull'anglicismo per non sbattere le ali sull'allitterazione). Non c'è arma migliore della condivisione d'esperienza per stimolare la comprensione in termini di un prodotto/azienda:

  1. Parti dall'oggetto
  2. Gioca sul linguaggio
  3. Azzarda un paragone, una metafora, un'analogia
  4. Fai vivere il prodotto nell'esperienza quotidiana

Il buon Lucchini cita a questo proposito due "semplificatori" storici: il poeta latino Lucrezio, che nel De Rerum Natura traduce il tecnicismo greco "atomo" con l'insieme di parole latine: "principio primordiale delle cose"; lo scienziato Galileo Galilei, che nel Dialogo sulla relatività del moto sceglie l'italiano al posto del latino per amor di divulgazione. Entrambi spiegano le loro teorie attraverso l'esperienza quotidiana dell'oggetto: i "semi" Lucrezio; il "navilio" Galileo. Per farti capire bene cosa intendo, riporto un piccolo brano del genio pisano:

Rinserratevi con qualche amico nella maggior stanza cha sia sotto coverta di un gran navilio, e quivi fate d’aver mosche, farfalle e simili animaletti volanti; siavi anco un gran vaso d’acqua e dentrovi dei pescetti; sospendasi anco in alto qualche secchiello che a goccia a goccia vadia versando dell’acqua in un alto vaso di angusta bocca, che sia posto in basso: e stando ferma la nave osservate come quelli animaletti volanti con pari velocità vanno verso tutte le parti della stanza; i pesci si vedranno andar notando per tutti i versi indifferentemente.

Tutti potrebbero farlo; e attraverso l'uso dell'esperienza diretta, tutti potrebbero capire in modo semplice la relatività del moto: teoria complessa. Un'arma potente, la condivisione d'esperienze.

L'ho fatto io stessa, ben prima di leggere i brani riportati da Lucchini.
Ecco come ho veicolato la sicurezza dati garantita dal prodotto elettronico, i cui server Microsoft si trovano collocati fra Amsterdam e Dublino - cosa che al pubblico di non esperti piace poco, preferendo server interni (di fatto molto più costosi/rischiosi):

se tu avessi la responsabilità di custodire informazioni preziose, come ti comporteresti? Le chiuderesti dentro i cassetti? Davvero ti fideresti? Oppure sceglieresti una banca con sedi esterne, ma più sicure? Bene ti sei appena messo nei nostri panni: per blindare i tuoi dati e garantire una sicurezza del 99.9% sulla loro conservazione, ci siamo rivolti alla più grande azienda del settore: Microsoft.

Analogia, gioco di parole, immedesimazione, condivisione d'esperienza: tutte cose che aiutano il lettore a comprendere il problema sulla sua pelle; e, ovviamente, il vantaggio della soluzione.



P.S. Ogni parola è un mondo [lo scrittore esploratore]
Siamo giunti alla fine del nostro viaggio nel labirintico mondo della parola; farlo sembra difficile, ma in realtà non è [che fai ributti fuori gli occhi come un pollo(n)?]
Scrivere tanto, lavorare sul campo e cercare un metodo personale è fondamentale.
Quando sei sulla strada giusta, il cerchio si chiude presto.
Fai un giro intorno a te stesso: se la testa gira, avrai la certezza che la terra è tonda.
E tu sarai pronto per mirare dritto al centro, senza "aggravare" le cose. 

-------> Vieni a trovarmi in Community e scarica lo slide-tool per scomporre il tecnicismo.
[Slide-tool = neologismo - da me coniato - per definire le slide riassuntive su quello che ci siamo detti finora; tanto per non smentirmi sull'(ab)uso di astrusi anglicismi :-D]