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Il processo creativo secondo Antonio Canova

Se c'è una cosa che invidio all'uomo straordinario, è quella di lasciare nel mondo un'impronta di sé; quand'è pura, immacolata e indelebile, poi, l'ammirazione si accompagna allo stupore. 
Ecco quello che ho imparato dal lavoro ispirato di Antonio Canova.
La perfezione, abbinata al suo nome, non è certo cosa nuova.


Ho il difetto di dare al termine "vacanza" il significato etimologico che ha: vuoto, privo, libero; e aggiungo volentieri l'accezione latina di otium, tempo dedicato alla cura della mente.
Così ho trascorso il giorno di Pasquetta nel Museo di Canova a Possagno, paese natale dello scultore in provincia di Treviso. Fino al 22 giugno ci sono i calchi in gesso delle Tre Grazie in esposizione; ma, come al solito, ho portato a casa una ben più grande lezione sulle 4 fasi del processo creativo: dall'ispirazione alla perfezione.


1. Ispirazione, intuizione, fantasia [disegno]

Si dice che i geni siano tutti "schizzati" e "fulminati": due participi che sanno di teen-ager non partecipi.
Eppure i termini esplicitano più di qualche verità sul processo di creazione artistica.
Mi sembra di vederlo, il giovane Canova, passeggiare assorto nel suo giardino all'ombra del pino: sguardo fisso davanti a sé, lapis in una mano, taccuino nell'altra; quasi percepisco la tensione che prova nel voler bloccare l'ispirazione: lei arriva in un lampo, si sa; e c'è bisogno di fermarlo.

Gli schizzi a matita, segni rapidi su carta, testimoniano il bisogno urgente di fissare le idee appena escono dalla mente: non c'è definizione né bellezza nella bozza; solo mistura di stato d'animo, libertà creativa, folgorazione intuitiva. E non è un caso se, dopo qualche anno, il fratello di Canova pubblica questi disegni con il titolo "Pensieri delineati a lapis":  pensieri chiusi nella mente, che premono per schizzare sulla carta e diventare forma ideale.
Trovo bello questo concetto dell'immagine mentale che si definisce nei limiti della concretezza.
Antonio Canova dedica molto tempo alla prima fase del processo creativo, che considera una vera e propria palestra: la matita, come uno scalpello, scivola sul foglio a ritmo naturale.
Abbiamo già detto circa l'importanza del segno creativo come sintesi tra corpo e mente; basterà notare che il di-segno non è affatto diverso: di nuovo, l'uso della mano è fondamentale per connettere l'emisfero cerebrale e abbozzare una forma ideale.
In questa fase di lavoro si riconoscono le tappe iniziali della creazione artistica:

  • l'ispirazione che arriva all'improvviso, come un soffio divino
  • l'intuizione che, partendo da uno o più stimoli esperenziali, procede per libere associazioni mentali: folgorazione improvvisa, lampo di genio, soluzione del problema che "si manifesta allo spirito senza bisogno di ricorrere al ragionamento" [Enciclopedia Treccani]
  • la fantasia che permette alla mente di figurare oggetti senza ricorrere a modelli dal vero e senza pensare alla loro utilità finale

C'è tutta la genuinità dell'input creativo.
Quello che ognuno di noi prova nel momento in cui la testa stacca e si rilassa: l'ispirazione giunge in un flash, seguita a "spron battuto" da intuizione e fantasia. Si tratta di un attimo da cogliere al volo e sentiamo il bisogno di fissarlo nella memoria. Spiace dirlo, non esiste applicazione elettronica che possa sostituire lo schizzo a mano della prima impressione: sgrammaticato, abbozzato, orfano d'interpunzione.
Reso così com'è nato: spontaneo, immediato, vivo come un respiro.


2. Immaginazione e invenzione [bozzetto]

Sono una di quelle persone che non capisce mai il percorso delle mostre: capita spesso che io veda prima quello che - a logica - dovrebbe venire dopo. Tuttavia questo modo di procedere al contrario non è sempre un male che viene per nuocere. Ne sono convinta.
Così anche stavolta vedo il bozzetto in terracotta prima della bozza in lapis descritta sopra. Tra uno e l'altro - è chiaro - manca un passaggio: la selezione dei disegni e la loro trasposizione in tre dimensioni.
Mi sembra di vederlo, il piccino Canova, rincasare appesantito dagli appunti sul taccuino: tavolo in legno di fronte a sé, massa informe di terracotta, bulino poggiato sul comodino; quasi percepisco la tensione che prova nel dar forma alla fantasia attraverso invenzione e immaginazione: lei arriva in un lampo, si sa; ma è giunto il momento di concretizzarlo.

La pratica del "bozzetto in terracotta", anche se più ragionata rispetto al disegno, è ancora espressione creativa libera: l'artista/scultore abbandona la forma "piana" per avvicinarsi alla visione plastica, senza imbrigliarla del tutto nella rigidità della stesura definitiva.
La passione sgorga "di getto" dalle mani e si esprime attraverso tutto il corpo:

Sempre ch'ei modellava alcuna invenzione, lo avresti visto investirsi della passione del suo oggetto coll'alterazione della fisionomia, col pianto, con la letizia e con una convulsione generale del corpo [Melchiorre Missirini "Della vita di Antonio Canova" - Libro Quattro]

Trovo superlativa l'immagine della creazione che vibra attraverso l'emozione: qualcosa che anch'io, nel mio piccolo, riesco a provare ogni volta che scrivo.
Canova passa notti insonni sul bozzetto in terracotta, materiale che gli permette di definire le forme in un incessante lavoro di revisione. I modellini testimoniano il tormento dello scultore nella ricerca della bellezza e congelano il suo intervento nel tempo: la sua impronta digitale è ancora in superficie; viva.
Nella prima fase "plastica" si riconoscono le due tappe successive del processo creativo:

  • l'immaginazione che permette di "vedere" l'opera ideata nel disegno ancor prima di crearla
  • l'invenzione, che permette di ripensare l'idea fantastica con finalità pratica  

C'è il primo intervento della sfera razionale.
Quello che ognuno di noi prova quando riprende in mano quel taccuino di appunti strampalati e cerca di dar loro un ordine logico nella prima bozza di un testo. E, spiace dirlo, non esiste metodo migliore di una scaletta disordinata su un foglio di carta. Con tanto di freccette connesse.


3. Elaborazione [modello e calco]

Ho sempre pensato che la grandezza delle cose si nasconda nel particolare; e il giorno trascorso a Possagno me ne ha dato conferma definitiva [se mai ce ne fosse stato bisogno].
Mi sembra di vederlo, il minuscolo Canova, arrampicarsi su impalcature a prova di muscolo: piede fisso davanti a sé, sguardo rivolto verso l'alto, asta di ferro con crocette di legno a mo' di pendaglio; quasi percepisco la tensione che prova nella fase di elaborazione: lei non perdona, si sa; c'è bisogno di fissare la dimensione.

Nel "modello di creta" Canova può controllare le proporzioni: vuole rappresentare il "bello ideale" e introduce - per la prima volta in Europa - una serie di fasi intermedie per valutare l'evolvere dell'opera. La creta è un ottimo alleato: a differenza dello stucco, se mantenuta umida, rimane plasmabile per mesi e si possono realizzare sculture a grandezza naturale.
Trovo bellissima l'immagine della revisione manuale alla ricerca della perfezione plastica.
Canova passa mesi sul singolo modello, apportando modifiche anche all'ultimo momento; e introduce un ulteriore passaggio analitico nel processo artistico: pensare e ripensare il particolare fino al calco finale in gesso, ottenuto con la tecnica della cera persa.
Nella seconda fase "plastica" si scorge un nuovo elemento del processo creativo:

  • l'analisi razionale, che permette di guardare quanto fatto con distacco per trasformarlo in quello che si vorrebbe fare; l'emisfero cerebrale sinistro scinde il problema in punti e procede per "scalini successivi" fino a cogitare una soluzione finale

C'è l'intervento della sfera deduttiva.
Quello che ognuno di noi assaggia, quando dalla scaletta strampalata si passa alla stesura organizzata.


4. Revisione e adattamento [scultura]

Ogni processo creativo si conclude con il progetto concreto.
E allora mi pare di vederlo, il geniale Canova, mentre osserva a lume di candela l'opera nuova: dito puntato verso il mento, sguardo riflessivo, felicità e/o sgomento [chissà].

Dopo l'approvazione del calco in gesso con tutte le modifiche del caso, gli apprendisti del Maestro fissano chiodi metallici sui punti chiave della figura per riportare ogni misura e iniziare la sbozzatura.
Inutile spiegare l'emozione provata davanti alle testine color ferro che emergono tutt'ora dalla superficie (in)gessata: quanto lavoro si nasconde dietro un capolavoro!
Canova interviene sulla scultura per "dare l'ultima mano": il tocco finale che dona all'opera una vita propria; inoltre spalma sulla "pelle" diafana una patina giallognola per anticipare gli effetti del tempo che "sovente dà alla creazione quell'accordo e quell'armonia che l'arte può difficilmente imitare": una sensibilità nei confronti del "vissuto" non indifferente. Infine rifinisce la figura iniziando dai singoli particolari: curve del corpo, pieghe dei panneggi, ciocche di capelli. Un vero e proprio lavoro di limatura, che tiene conto di forma e superficie; una fase operativa talmente importante da ritardare di anni la consegna della statua. 
Ecco, quindi, la degna conclusione del processo creativo:

  • la revisione, che permette di controllare forma/superficie, contenuto/particolare, colore
  • l'adattamento, che impone di controllare il risultato in base all'idea iniziale

C'è la connessione definitiva tra sfere cerebrali.
Quella che ognuno di noi prova quando le parole sono stese sul foglio bianco come tanti chiodi neri: ordine, punti chiave in evidenza, ritmo perfetto. 
Eppure, spesso, manca il tocco finale: quel quid che rende il testo diverso. 
Scegliere le parole, limare il particolare, donare al "foglio" un sospiro che possa volare.
Scorgere nel piccolo la cosa grande. 
Forse è questo il mistero dello scrivere con stile: qualcosa che non è facile da spiegare.

Allenare la creatività (2): dall'oggetto al testo

"E quindi fai lo scrittore?"
"Sì, il mio lavoro è scrivere creativo"
... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...
Silenzio. Caput. Nuovo capitolo non pervenuto. E tu capitoli. 
Perché, alla fine della storia, cosa significa "scrivere creativo"?
Domanda retorica, che certo non si spiega in due parole. 
Ma qualche "figura" per non fare "figurette" la possiamo affrontare. 
Pronto per la nuova... avventura?


Hai ragione tu.
E poi non avevamo detto che la creatività è un termine abusato e - quasi - anarchico?
Certo confermo; e nel frattempo ho scoperto che Cesare Marchi, nel suo libro In punta di penna, l'ha infilata tra le parole da evitare per svogliatezza mentale.

"Italiani gente allegra, calorosa e... pigra".
Sull'ultimo aggettivo - ahimè - non ci sono dubbi; soprattutto per quello che riguarda la scrittura.
Ma come? Non eravamo il popolo dell'arte, dei colori e della vita? 
Più a livello di testa che di testi, direi.
Dobbiamo ammetterlo: il termine "creatività" lo appiccichiamo un po' qua e un po' là.

Riporto a questo proposito le parole del già citato Cesare Marchi:
L'amante della pulizia e del decoro deve eliminare senza pietà dal proprio repertorio, con la fiscalità d'un doganiere di frontiera, tutte le parole che vengono in punta di penna.
E in punta di penna vengono quelle parole che la nostra memoria butta fuori per (ri)sentito dire.


Infanzia

Pomposa. Ampollosa. Gonfia per nascondere il vuoto.
Questa è l'immagine che la scuola ci ha dato della retorica; e certo contribuisce anche la "coppia fissa" aggettivo qualificativo/domanda scontata. Ma se da grande hai deciso di fare lo scrittore creativo questa "ideuzza" la devi cambiare: il tuo lavoro è partire dalle regole base della lingua per catturare e tener viva l'attenzione del lettore. Le figure retoriche, se usate con criterio, rendono il testo intenso, misurato, diverso; un po' come faceva il principe number one del foro romano: l'oratore CicerONE.

Eppure, senza pretendere tanto, basterebbe poco.
Bice Mortara Garavelli, una delle più grandi studiose di linguistica, ha scritto un Manuale di Retorica con 300 "astuzie" da usare per differenziare lo stile; e non parliamo dei dizionari come Lettera Tour: graficamente un po' confusionari, ma pieni di contenuti utili.
Quindi, perché impigrirsi? Scrivere significa sperimentare forme nuove.
Proviamo a (ri)partire dall'oggetto comunicativo per arrivare al testo creativo; tu che dici?


Testo creativo

UNO
La parola scritta è un segno che diventa segnale quando si riempie di significato convenzionale. 
Se parlo italiano, capisco l'italiano; ma se parlo italiano e vengo da Napoli, capisco pure il dialetto campano. Adeguare il mezzo al lettore è la prima regola del vero scrittore.

DUE
La parola scritta è un insieme di segni mobili, che si chiamano "grafemi".
Ogni grafema (lettera) ha un suono, un ruolo e si combina con gli altri in sistemi più complessi (frasi).

TRE
La parola scritta comunica qualcosa solo per il fatto di esistere. Ma può avere più significati; e può farlo da sola o insieme ad altre parole.


Esercizio

Ti propongo di partire dal post sull'oggetto comunicativo per fare un parallelo tra segno e di-segno.
  1. Osserva le "coppie" trattate nel post "Allenare la creatività: l'oggetto comunicativo" 
  2. Cerca la figura retorica corrispondente a ogni coppia
  3. Esprimi il disegno e parole e gioca sulla forma retorica: come le potresti usare?
  4. Riconosci un valore a livello testuale: cosa potrebbero comunicare? 

Facciamo un esempio insieme.


Strumenti

Esistono tecniche per trasformare le parole in stimoli nuovi: sono chiamate "figure retoriche", perché molto in voga tra gli oratori dell'antica Roma.
Partiamo, quindi, dall'esercizio precedente e vediamo come la metamorfosi visiva si traduce nei testi.


1. Coppie di contrari
  • Ossimoro - accosta due termini di senso opposto per creare un effetto originale e attirare l'attenzione sul concetto; o per riassumere ciò che non esiste in un termine solo. Partendo dall'ossimoro visivo, mi viene in mente il pay-off di una campagna pro-filattico: "Volersi bene senza farsi male"
  • Antitesi - accosta due frasi che esprimono idee contrarie per aumentare la credibilità, il vantaggio, l'equilibrio del messaggio. Ecco qualche esempio comune: "alta qualità a costi bassissimi"; "eppure senza pretendere tanto, basterebbe poco" (la frase di qualche riga fa)


2. Moltiplicazione
  • Le figure retoriche della ripetizione sono molte; ne ho parlato in Repetita iuvant: parole e concetti: qui aggiungo la reiterazione per sottolineare l'idea più volte con parole diverse.


3. Somma
  • Climax - accosta più parole in in modo da creare una progressione d'intensità (ascendente: "altissima, Purissima, Levissima"; discendente: "La situazione era grave, preoccupante, disperata"); scegli quelle adatte per ampliare il messaggio e costruire una "scala emozionale"
  • Iperbole - esagera il tono e lancia le parole oltre la realtà (per eccesso o per difetto); si tratta di una delle figure retoriche più sfruttate dalla pubblicità. E si usa molto anche nei luoghi comuni ("ti faccio una domanda da un milione di dollari"; "è un secolo che non ti vedo"; "i prezzi sono schizzati alle stelle"). L'uso dell' iperbole presuppone la buona fede di chi scrive: non alterare la realtà per ingannare il lettore; sfruttala solo per mettere in rilievo il messaggio.


4. Sottrazione
  • Asindeto - metti in fila più termini e togli le congiunzioni per dare al testo un ritmo veloce e incalzante: "Pomposa. Ampollosa. Gonfia per nascondere il vuoto" (la mia frase per descrivere la retorica a scuola di qualche riga fa)
  • Ellissi - gira poco intorno (?) ed elimina le parole sottintese; il lettore acchiappa il concetto lo stesso e apprezza lo stimolo mentale (primo paragrafo "Infanzia" dove ho tralasciato di ripetere l'aggettivo "retorica", sottintendendo la conoscenza del luogo comune)
  • Reticenza - sospendi la frase all'improvviso per creare suspence; metti tre puntini e lascia intendere al lettore che non puoi/non vuoi proseguire per ottenere la sua attenzione 
  • Preterizione - ovvero taci, ma parla; fallo per dare più rilievo a quello che dovrebbe passare sotto silenzio, ma che in realtà stai già dicendo: "e non parliamo dei dizionari online" (la mia frase di qualche riga fa: nego, ma poi do l'informazione)


5. Cambio di lettere
  • Anagramma - sposta i grafemi di una o più parole per trovarne di nuove; e fallo anche in inglese per esercitarti su più fronti (io "anagrammo" così)


6. Relazione di affinità
  • Metafora - trasferisci le parole in contesti diversi per esprimere un concetto in modo originale. Quintiliano definiva la figura retorica una "similitudine accorciata" e un "paragone senza il come"; di Cicerone ho già parlato nel post sulla metafora di qualche tempo fa. Puoi leggerlo più tardi, se ti va.


Dunque, che aspetti?

Adesso tocca a te.
Sono tante le figure retoriche che puoi sfruttare per variare il tuo "scrivere creativo".
Sicuramente non devi esagerare. 
Adeguare lo stile al tipo di messaggio e al lettore, poi, è fondamentale.
Una sfida espressiva da affrontare ogni giorno per smuovere la testa di chi legge i (tuoi) testi.

Perché, sai che c'è?
Alla fine della storia, si tratta sempre di parola: un insieme di segni che non sono fissi, ma che si muovono per comporre l'espressione. I vocabolari contengono migliaia di termini; eppure le lettere dell'alfabeto sono sempre ventuno. 
Chiedo: ci ha mai pensato qualcuno?
Tu prenditi un attimo di tempo per cambiare, togliere, sommare, dividere, accostare segni diversi.  
Scrivere creativo è scrivere in un modo tutto tuo.

Allenare la creatività: l'oggetto comunicativo

"Ehi ciao, che lavoro fai?"
"Il creativo. Faccio il creativo"
... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...
Dialogo caduto. Interrotto. Smorzato con segnali Mors.
Succede anche a te? 
Forse l'errore sta nell'abusata definizione; ma la creatività esiste e si può allenare. Che dici, si fa?


Questo post inizia con una frase ch'è anche una provocazione: l'amica d'infanzia Simona, spiace dirlo, ha più di qualche ragione. Creatività è una parola che sfugge a qualsiasi definizione: impossibile ingabbiarla in un raggio d'applicazione.
L'aggettivo "creativo"  fa la sua prima comparsa nel vocabolario durante il Rinascimento; per il sostantivo "creatività" bisogna attendere la metà del '900. Ma il colpo di grazia alla chiarezza semantica lo dà l'aggettivo sostantivato "il creativo", neologismo pubblicitario d'inizio anni settanta.

"Italiani popolo di santi, poeti e... navigatori".
Sull'ultima qualità metaforica da "spippolatori" non ci sono dubbi; ma ne manca una per cui siamo conosciuti in tutto il mondo: creativi. Siamo il popolo dell'arte, dei colori, della vita; e sappiamo adattarci per vivere-sopra.

Mi viene in mente a questo proposito il video-lezione di Bruno Munari, in cui fantasia, invenzione e immaginazione diventano strumenti al servizio della creatività:

  • fantasticare significa pensare a qualcosa che non esiste, se non dentro la propria testa; "fantasia" ha la stessa radice di "fantasma": vedo ciò che non c'è, senza tener conto dell'utilità
  • inventare significa pensare a qualcosa che prima non c'era, ma con finalità pratica; l'inventore può anche non badare all'estetica di un oggetto: l'importante è che funzioni
  • immaginare significa vedere ciò che fantasia e invenzione pensano; possiamo cogitare tante cose, ma se non riusciamo a vederle non c'è creazione

Salto nell'infanzia

La macchina corre veloce: naso schiacciato contro il finestrino, orecchie tese sulla fessura sibilante, sguardo lanciato verso l'orizzonte sognante. Quello di trasformare le nuvole in animali, cibarie e oggetti strani è un gioco che abbiamo fatto tutti: l'essere umano è una creatura che nei primi anni di vita esprime al meglio la sua creatività; partire da cose esperite per combinarle in modo nuovo è un'abitudine che si dissolve col passare degli anni [quelli che ci separano dall'atto della creazione stessa]. Un po' come fanno le nuvole in una giornata... illuminata.

Eppure basterebbe poco.
Edward De Bono, uno dei più grandi studiosi di Pensiero Laterale, consiglia di "partire dagli aspetti comunicativi di un oggetto per trasformarlo in qualcosa di nuovo".
EsattaMENTE quello che fanno i bambini spontaneaMENTE. 
Tu che dici, riusciamo a tornare indietro di qualche annetto?


Oggetto comunicativo

UNO
L'oggetto è un segno materiale che diventa segnale quando si riempie di significato convenzionale.
Se vedo una lavatrice, capisco che la sua funzione è quella di lavare i panni.
Se vedo un ciuccio, penso subito a un bambino.
E se vedo un cartello stradale?
Beh, il senso va interpretato in base alla "convenzione" del luogo in cui mi trovo.

DUE
L'oggetto ha un valore d'uso e un valore percepito: il primo si riferisce alla funzionalità; il secondo al valore - o all'insieme di valori - che riconosco. Un biscotto alla panna con un buco in mezzo è un biscotto alla panna con un buco in mezzo e il suo valore d'uso è quello di sfamarmi a colazione; ma se quel biscotto alla panna con un buco in mezzo si trova nella confezione del Mulino Bianco, diventa una macina: il suo valore è anche simbolico.
Se leggo Chicco, so che là c'è un bambino (?): la marca evoca di per sé un insieme di prodotti.
C'è una grande differenza tra valore d'uso e valore percepito: la pubblicità lavora molto sul secondo.

TRE
L'oggetto comunica qualcosa solo per il fatto di esistere; e si può "leggere" in tanti modi quante sono le sue componenti: forma, materia, colore, funzione.
Riuscire a mutarlo, dividerlo, moltiplicarlo, completarlo significa stimolare la creatività: o, per citare ancora Munari nel libro di Geppi de Liso Creatività&Pubblicità, giocare sulle "coppie creative".


Esercizio

Ecco, quindi, l'esercizio che ti propongo di fare:

  1. scegli un oggetto qualsiasi
  2. concentrati sulle singole componenti
  3. gioca sulla forma: cosa ti ricorda?
  4. Cambia la materia: di cosa potrebbe essere fatto?
  5. Immagina un colore diverso: cosa potrebbe diventare?
  6. Riconosci un valore nuovo: cosa potrebbe comunicare?

Strumenti

Esistono tecniche precise per trasformare la realtà; potrei definirle "artistiche", perché molto sfruttate da correnti pittoriche moderne e contemporanee.
Facciamo alcuni esempi, partendo dall'oggetto comunicativo "cartello stradale":

1. coppie di contrari: "ossimori visivi" che giocano sugli opposti [bene-male, per esempio]



2. moltiplicazione: replicare un particolare significa ampliarne l'effetto visivo (Wharol docet)



3. somma: aggiungere un particolare significa variare la percezione dell'oggetto



4. sottrazione: togliere materia, significa scolpire una nuova forma (Michelangelo docet)



5. cambio di materia: usare sostanze diverse, significa lanciare nuovi messaggi



6. affinità: trovare punti di contatto nel "segno", significa dargli un significato nuovo



Dunque, che aspetti?

Adesso tocca a te.
Sono tante le "coppie creative" da sfruttare per stimolare la creatività: fusione di elementi; spaesamento (Duchamp e la fontana orinatoio); cambio d'suo, dimensione e peso (Magritte e la pietra volante). Puoi anche lanciarti nel procedimento inverso: trovare le "astuzie" nell'immagine finita.

Sicuramente c'è un'inclinazione naturale alla meta-competenza, ma non esiste bambino che non sia creativo; e tutti siamo stati quel bambino. L'esperienza di vita è un valore aggiunto per liberare la fantasia, piegarla all'invenzione e utilizzare tecniche base per tornare a creare.
Una sfida che andrebbe alimentata con entusiasmo.

Qualsiasi oggetto, solo per il fatto di esistere, può diventare qualcosa di nuovo.
Prenditi un attimo e osserva bene quello che ti circonda: il punto di vista dipende solo da te.

Assassino

Durante le "pause" mi dedico a lettura, ricerca e connessione fra le cose. 
Sfoglia di qua e sfoglia di là, spuntano sempre chicche nuove; si sa, è la storia infinita delle parole.



Roma caput mundi.
Si sappia: sono la più accanita sostenitrice di questo slogan coniato da Marco Anneo Lucano nella sua Pharsalia. Parliamo di un grande poeta latino, che "snobba" l'impero romano con i seguenti versi:

  • Ipsa, caput mundi, bellorum maxima merces. Roma capi facilis. 

"La stessa Roma, capitale del mondo, la più importante preda di guerra. Roma, facile a soggiogarsi".
Non proprio un complimento, che dimostra quanto citiamo male l'intenzione dell'autore originale - a meno che quel caput non sia da intendersi come prevedibile "finale" del secondo capoverso.
Pax all'anima di Lucano: beviamoci su (?)

In ogni caso, non si può negare che Roma è stata per lungo tempo il perno della storia mondiale.
Da archeologa mancata, faccio notare che tre quarti delle parole moderne hanno radice latina.
Tre quarti: c'è di che andarne fieri; ma resta pur fuori quel quartino che vale la pena esplorare.


Non so te,

ma io adoro passare il tempo cercando connessioni impensate tra le cose, che a volte - lo ammetto - rischiano di trasformarsi in elucubrazioni al limite del paranoide. Devo pur nutrire la creatività, no?
Questo post potrebbe essere un buon esempio, ma ci sono coincidenze che ti fanno pensare.
Ecco la mia in sequenza temporale:

  • ottobre: riguardo "Jhonny Stecchino" e, come sempre, mi piego dal ridere sulla scena della vecchietta che sillaba "A-S-S-A-S-S-I-N-O" in faccia a un Benigni esterrefatto
  • novembre: seguo la serie "The following", in cui un pazzo paranoide è a capo di una setta d'assassini ispirata, niente popo' di meno che, al poeta Allan Poe (ri-pax all'anima che fu)
  • dicembre: sfoglio l'editoriale "Storica" del National Geographic e becco un articolo - figo - sulla storia della parola "assassino"

Inciso 1: l'editoriale è dell'aprile 2012.
Inciso 2: si tratta di una parola che fa parte del sopra-citato "quartino".
Inciso 3: penso subito "è destino" e ti racconto, in breve, la sua storia


Sette sì, ma di mille anni fa

La storia della nostra parola si lega a quella di un losco individuo a capo di una frangia islamica estremista e violenta: Hasan-i Sabbah.
Nasce nella città persiana di Qom, da famiglia originaria dello Yemen. Compiuti 7 anni, si consacra alla teologia e aderisce alla corrente sciita maggioritaria dei Duodecimani; la vera svolta avviene una decina d'anni dopo, quando il giovane decide di schierarsi con il ramo minoritario dell'ismailismo. Completata la formazione universitaria in Egitto, Hasan torna in patria e presta la sua voce al malcontento popolare nei confronti dei sultani Selgiuchidi. S'impossessa della fortezza di Alamut, letteralmente "il luogo indicato dall'aquila" a sud del Mar Caspio, e ne fa il suo quartier generale. Da qui organizza la resistenza e raduna intorno a sé una setta di spietati assassini - in seguito chiamati "Nizariti" per l'appoggio alla successione dell'imam egiziano Nizar - al cui confronto quelli di "The Following" sono dilettanti spauriti. 


Dedizione, droga e missione alla 007

Hasan pretende dedizione assoluta e la ottiene con un massiccio condizionamento psicologico a prova di 007.
Gli adepti vestono tuniche bianche legate da fasce rosse, colori che simboleggiano l'innocenza e il sangue; ma sono camaleontici: assumono modi, comportamenti e abitudini delle loro vittime, infiltrandosi nelle loro vite. Sono disposti a tutto per la causa: anche a sacrificare la vita; e sono uomini dannati, costretti in una realtà di omicidi e torture.
Hasan è un leader carismatico, ma - per farsi appoggiare nelle sue crudeltà - costringe gli adepti a fare uso massiccio di hashish. Si racconta di un fantomatico "Giardino delle delizie", incastonato in una valle tra due alte montagne e ricco di piante esotiche, uccelli, animali; a circondarlo palazzi in marmo, fontane, donne meravigliose. L'iniziato, annebbiato da una potente bevanda a base di hashish, si sveglia qui tra massaggi, canti e suoni.
Un'estasi da paradiso, che Hasan promette eterna in cambio d'aiuto.
Un vero e proprio plagio a tutti... gli effetti.

Gli orrendi omicidi politici, esasperati dalle massicce dosi di droga assunte prima delle spedizioni, valgono alla setta ismaelita il nome di "Assassini". 


Derivazioni

Eccoci giunti alla fine della storia: tiriamo le somme.
Le ipotesi etimologiche per la parola "assassino" sono due:

  1. deriva dall'arabo hashishiyya "uomini dediti all'hashish" 
  2. deriva dal nome del leader Hasan e indica i suoi seguaci assetati di sangue

Va da sé che oggi questo termine si riferisca a chi uccide con accanimento, ferocia e premeditazione.
Pesantino vero? Altro che The Following e Jhonny Stecchino: qui c'è del materiale per un thriller.
Uffa: come al solito non abbiamo inventato niente.


Curiosità e conclusioni

Marco Polo, nel suo Milione, parla di un "vecchio della montagna" che conduce una vita ascetica, talmente austera e ligia da portarlo all'assassinio dei due figli colpevoli di aver peccato contro la regola maomettiana: uno ha trangugiato vino; l'altro ha partecipato a un omicidio non giustificato da religioso motivo. Polo racconta che il vecchio droga i suoi discepoli, li circonda d'ogni piacevolezza e promette il paradiso eterno in cambio della loro missione. Chiama la setta "Assassini".

Al tempo dei fatti, Roma era caput da circa 600 anni.
300 lustri dopo, Dante quel Paradiso non l'avrebbe concesso manco... morto.
Ma il sommo poeta conosceva bene la parola "assassino": dai tempi delle crociate designava ladri e malandrini che assalivano i viandanti.
Oggi alterniamo l'uso della parola araba a quella d'origine latina "omicida".

Connessioni, coincidenze, strane... elucubrazioni.
Io non saprei dire: cert'è che le parole svelano sempre storie meravigliose.
Tu sei d'accordo con me?

#2 - Copywriting e scrittura creativa: 3 ingredienti utili

Mistero, magia, curiosità.


Domande e risposte

Stai entrando nel capitolo 2 della sezione RobyCopyTelling dedicata alla mia estate.
Non solo.
Stai entrando anche nella mia Ceradonna, casa estiva dove ho imparato - e imparo tutt'ora - a stimolare scrittura e creatività.
Già, ma chi è questo scrittore creativo? E che fa?
Bel domandone.
Forse sarebbe meglio abbandonare il tentativo "definitivo", per caRpire i segreti della sua arte.
In linea di massima si tratta di una persona che legge molto, scrive molto, rilegge e riscrive; ma certo non si può dire un tipo mono-tono, anzi: conosce tutte le sfumature delle parole per comporre romanzi, poesie, racconti, scenografie, commedie, drammi, poemi, tragedie.

E la pubblicità dove la mettiamo?
Il copywriter non è forse uno scrittore - creativo - che costruisce storie, identità e messaggi?
Secondo lo IED sì; almeno a giudicare dal contenuto di questo corso datato.
Forse lo storytelling fungerà da trait d'union - scuserete il francesismo - tra il writer commerciale e quello tradizionale. Chissà. Certo sono tanti gli scrittori famosi che sono passati attraverso la pubblicità.

Gli aspiranti pensano che avere una buona dose d'autocritica e capire i propri limiti sia un ottimo esercizio di sé; e io sono d'accordo con loro, ché - troppo spesso - l'illusione coincide col sogno.
Ma il sostantivo di cui stiamo parlando è accompagnato dall'aggettivo "creativo", sinonimo di coraggio, brio, curiosità e un pizzico di... magia. Ti racconto dove si origina la mia.

My lesson number #2, ovvero quello che ho applicato


                                             Twitta H. Matisse

Curiosità

Tutto parte da qua.
Sono nata mentalmente curiosa, fisicamente paurosa: solito dualismo contenuto/contenitore.
Mandavo avanti gli altri e non rischiavo; ma rosicavo se non conoscevo e, quindi, indagavo.
Mio nonno Toi era abbastanza tollerante; ma c'erano cose che non si potevano vedere senza di lui, altre ch'era meglio non sapere e altre ancora ch'erano assolutamente vietate.
Ho imparato presto che rispettare le regole coincide con l'incolumità fisica, morale e mentale.
Nessuno, però, mi vietava di chiedere cosa nascondesse questa finestra:


Sapevo ch'era il laboratorio chimico del nonno, ma cosa succedeva là dentro?
Certo non si possono sfidare con mano infantile boccette fragili, colorate e pericolose. Molto pericolose.
Mi sembrava lo scienziato pazzo di qualche film disneyano, Toi; e, curiosa, aspettavo i fumi di una pozione velenosa per sconfiggere il drago - incarnato in una povera, piccola, innocente salamandra.
L'immaginazione, stimolata  dalla curiosità, è il primo strumento per raccontare storie condivise.

Anche la cassaforte nella camera padronale era off-limit.
Che poi secondo me non c'era niente; ma le regole erano regole. 
Lo so, perché quando giocavamo alla caccia al tesoro con le caramelle, a volte capitavano là dentro; altre nel forno o nel vecchio lavabo. Per un attimo restavo delusa dal vuoto inspiegabile, ma poi continuavo a fantasticare di misteriosi tesori nascosti da briganti pericolosi. Non valeva la pena crucciarsi con stupide questioni: volevo proteggere il mio cosmo creativo. 

Alla botola nel palmento si poteva accedere solo se accompagnati. Io non ci andavo volentieri: sapevo già quello che c'era dentro; il coperchio in ferro era durissimo da sollevare; le scalette arrugginite sfidavano il mio senso di vertigine; ed era troppo vicina alla stanza dei briganti. Sì, perché a Ceradonna ci sono stati pure quelli; si mormora di un anfratto "segreto" - e murato a posteriori - dietro la sala da pranzo.
Sarà vero? Non mi sono mai presa la briga (?) di sfondare il muro per saperlo.

Ma so quello che ho imparato ben presto:

  • il non vedere/sapere stimola domande curiose
  • le domande irrisolte spingono all'immaginazione e alla ricerca delle verità nascoste
  • l'immaginazione è all'origine dell'essere creativo 

Mistero

Anche il mistero si nutre di domande e curiosità, ma c'è una differenza fondamentale: restano entrambe irrisolte. Sperimentare il mistero non è possibile; alimentarlo sì.
E quand'ero piccola c'era pane duro per i miei denti... da latte.


Questa casa sorge tuttora su una collina di fronte alla mia e si raggiunge da un sentiero sterrato.
Si vede da sempre e io, curiosa, da sempre chiedo qual è la sua storia.
Fino all'età immatura, sapevo che mia mamma e i suoi quattro fratelli vi si recavano spesso per fare festa. "Eppure" mi dicevo "ha un'aria così tetra e funesta!".
"L'abbandono, si sa, fa questo effetto" mi veniva risposto.

Oggi so che non mi sbagliavo.
Ecco cos'è successo: te lo racconto in diretta.
Una notte come tante scoppia un temporale. Buio. Silenzio. Poi, un urlo improvviso strazia l'aria; anche mio nonno urla forte, in un lugubre gioco di echi. Nessuna risposta chiara; solo grida scure. A quel punto, insieme ai due figli maschi appena tredicenni, decide d'affrontare la notte furiosa.
La scena al suo arrivo è, a dir poco, agghiacciante: il fulmine di fuoco, entrato dalla soffitta e sceso lungo le scale, ha carbonizzato un abitante della casa. C'è dolore; tanto dolore.

Ecco ogni volta che guardo quella casa, sento dolore. E la guardo spesso: chiusa, abbandonata, passata come oggetto di poco valore da un proprietario all'altro. Tutti con un triste destino di morte.
Qualcosa a metà tra il castello di una principessa e quello di una strega.
Qualcosa che incuriosisce e apre universi di ossimori sconosciuti.
Rovine che parlano di vita... finita.

Ho imparato ben presto che ciò che appare - con l'impegno - si può sempre cambiare.

Bene, quest'anno ho deciso di entrare là dentro.
Un mistero l'ho risolto: la "casa fantasma" non è grande come sembra da lontano. Fin su non ho avuto il coraggio di salire, ché un pipistrello s'aggirava sul balconcino in tutto il suo orrore.
Ma devo dire che queste stanze, con i loro soffitti angelici e decadenti, parlano di solitudine e miseria: quella della superstizione umana. Ci sono ancora i caminetti, i letti, la vecchia cabina telefonica; pare quasi di sentire le voci. Ma poi tutt'intorno incombe un silenzio... rispettoso.

Ho capito che l'unico mistero che valga la pena esplorare è quello della conoscenza senza velo.

Magia

Quando si cresce, misteri e domande si risolvono; purtroppo.
Di pari passo diminuiscono curiosità, osservazione, immaginazione.
Eh già, quanto male fa scontrarsi con la realtà!
Io credo che proteggere e alimentare questo mondo interiore renda creativo qualsiasi scrittore.
Soprattutto il copywriter ch'è un vero comunicatore.
La magia si nutre di mistero e curiosità; e la creatività - si sa - è magica: persuade, avvolge, coinvolge.

Ho imparato adesso che alcune domande - quelle giuste - devono rimanere irrisolte...

  • anche se so che, infondo, non è così 
  • anche se non ho più il tempo di chiedermi il perché
  • anche se non sono più disposta a credere nel mistero 
  • anche se sono sempre tesa a scoprire il trucco
  • anche se, quando scrivo, non mi ascolto

... io continuo a pensare che mio nonno fosse un mago in grado di resuscitare le mosche col sale.
Perché l'esperimento dello "scienziato pazzo" mi ha regalato stupore e voglia di capire come si fa. 
Ma, soprattutto, stimolo per comunicarlo a chi non lo sa.


Quindi...

... siamo arrivati alla fine del capitolo 2.
Spero di aver (re)suscitato il creativo ch'è in te - se mai ce ne fosse stato bisogno.
Sopravvissuto incolume? 
Sei d'accordo con me che uno scrittore creativo si nutre anche di curiosità, mistero e... magia?
Allora ti aspetto per il capitolo 3: parleremo di gioco, immaginazione e manualità.


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Quante facce ha la creatività?

“Nulla si crea e nulla si distrugge. Tutto si trasforma”
Ha detto il chimico francese Lavoisier.
E il copywriter è d’accordo.
Perché?



La solita (s)cena
Sei a cena con un gruppo d’amici, quando arriva il momento della fatidica domanda: “Tu cosa fai nella vita?” Il primo pensiero è un dubbio: “Lo dico o non lo dico?”
Sai già l’effetto che la parola copywriter avrà sull’interlocutore: fronte aggrottata, occhio a fessura, bocca arriciata, espressione dura. Bene che vada, lui è un individuo orgoglioso e preferisce far finta di aver capito. Male che vada, hai di fronte un curioso noioso che ama le domande velate del tipo: “Ti occupi dei diritti d’autore? Figo!”. È uno di quei momenti in cui rimpiangi la borsa di Mary Poppins, con dentro un vocabolario di tremila pagine da schiaffare sul tavolo in tempo due. Ma quel vocabolario non è la soluzione ai tuoi problemi. La definizione di copywriter come “redattore di testi per la comunicazione pubblicitaria”, stimolerebbe altre tremila domande del curioso (noioso).
Come uscire dal vicolo… cecato?

Ricorri al sinonimo
Quello di copywriter è “creativo”.
Affascinante vero?
La resa del termine inglese richiede all'italiano un piccolo sforzo: sostituire il sostantivo con un aggettivo qualificativo, che racchiude un mondo di significati.
 
Parti dall'origine
Quella di "creativo" è “creare”.
Ecco qualche definizione del verbo:
  • crescere (radice in comune kere-)
  • produrre dal nulla, riferito anche a essere divini (Dio creò il cielo e la terra)
  • far nascere qualcosa di nuovo, elaborando in modo originale elementi preesistenti
  • ideare, inventare
  • concepire
  • comporre, costruire
  • suscitare, eccitare, provocare
  • Plasmare
  • Formare, foggiare
Chi è, dunque, il "creativo"?
Una persona estroversa, dotata di fantasia, inventiva, immaginazione.
Per affrontare un progetto, si basa sul metodo costruttivo:
  • parte da elementi preesistenti
  • li elabora in modo originale
  • concepisce un’idea nuova (big idea)
  • la compone, plasmandone la sostanza
  • la realizza con il mezzo adeguato
  • stimola l'input
  • suscita emozioni
Si chiama “processo creativo”: lo usa il pittore, lo scultore, l'architetto, il poeta e anche il copywriter.
Creare significa far nascere qualcosa di nuovo.
E quello costruttivo non è l’unico modo possibile.
Se c'è un sinonimo, esiste anche il contrario.

Pensa al contrario
Quello di copywriter è “non creativo”.
Strano vero?
La resa dell'idea richiede alla lingua italiana l’introduzione della negazione.
Chi è, dunque, il non creativo?
Verrebbe da rispondere una persona razionale e pragmatica.
Eppure l'analisi è una dote necessaria per stimolare la creatività.

Valuta l'estremo opposto
Quelli di “creare” sono:
  • distruggere
  • decomporre
  • abolire
  • sciogliere
Il breve elenco uccide la creatività.
Eppure un’idea può nascere anche da un processo razionale di… decomposizione.

"Memoria salda e fedeltà alle regole sono punti considerati come il culmine del buon “giocare”. Ma ciò che non rientra nelle semplici regole si rivela l’abilità del giocatore. Silenzioso, ininterrottamente osserva e deduce […] e la diversa misura dell’informazione dipende non tanto dal rigore della deduzione quanto dalla qualità dell’osservazione. È bene sapere cosa osservare […] l’oggetto è il gioco, ma non per questo si deve escludere ciò che è estraneo al gioco stesso".
 
Sono le parole di Edgar Allan Poe in “Gli omicidi della Rue Morgan”.
Prova a sostituire “gioco” e “giocare” con “scrittore” e “scrivere” e il gioco è fatto (?).
Il creativo, quindi, è un acuto osservatore, che analizza il reale e lo traduce in sogno.
Per trovare l'ispirazione, si basa sul metodo di de-composizione:
  • libera la mente
  • inverte le regole
  • sovverte i punti di vista
  • analizza e segmenta il generale
  • osserva il particolare
  • trae le conclusioni
Si chiama “processo deduttivo”: lo conoscono bene Sherlock Holmes, Aristotele, Picasso e anche il copywriter.
Creare significa analizzare il reale per trovare qualcosa di nuovo.

Tutto si trasforma
Il mese scorso ho iniziato su Facebook il gioco “Caccia allo slogan”.
Si parte dall’immagine di un poster, per risalire al prodotto pubblicizzato e al suo slogan.
È come quando guardi il quadro di un autore sconosciuto e cerchi di carpirne il siginificato: osservi, deduci, ti fai un'idea.
Non si vince nulla.
Ma è dal nulla, che tutto prende forma e si trasforma.
Provare per credere.



Visual:
Christoffer Relander on simonedoinel.tumblr.com
Fonti:
Edgar Allan Poe "Gli omicidi della Rue Morgan" - Repubblica, inserto
Vacbolario di italiano Zanichelli