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Le parole di Google Plus, ovvero come si usa Google Plus

Hai imparato a usare Facebook.
Poi è toccato a Twitter.
Ora devi capire come si usa Google Plus.
Prima di scrivere, però, ti servono le parole giuste.
Quali? Scopriamolo insieme all'esperta Michaela Matichecchia.



Diciamolo chiaro: nessuno ha capito il senso di Google Plus prima d'iniziare a usare Google Plus.
Insomma, perché un altro social?
A cosa serve?
Non bastano i 1000 che ci sono già?

L'hai pensato anche tu social-media coso. Lo so.
Tu, che cammini per strada mangiando un'apple e ti nascondi dietro i tasti.
E l'ho pensato anch'io che social-media coso - fino a prova contraria - non sono.
Infatti ho iniziato un passo alla volta: iscrizione; interazione con chi mi cercava - lui, tanto, andava; curiosità per qualche post sull'argomento; e quando stavo per abbandonare la nave ho parlato con lei - Michaela Matichecchia - e mi si è aperto un mondo.

Ho scoperto che ci sono più ragioni per usare Google Plus.
Infondo lo dice il nome stesso e leggendo questo post - secondo me - ti convinci pure tu.
Parola di Tourtools.

Parole che... contano
Parlando di social e di Plus, partiamo da un concetto base:

  • +1 è condivisione

E +1 è anche il primo termine che s'impara su Google+. 
Un simbolo - più che una parola - capace d'esprimere nel click una filosofia pluralista:

  • la singola persona insieme ad altre persone fa tante persone

Quando regali un +1 al sito o alla pagina di un social-friend aggiungi la tua segnalazione a quella degli altri; anzi, fai qualcosa di più: condividi un contenuto.
Quindi, se due più due fa quattro, fatti in quattro... più uno.

L'importante è non cadere nel solito tranello di Facebook.
Sarà ch'è stato il primo social a introdurre il like, ma - ammettilo - ne sei ossessionato.
Allora meglio dirlo: +1 non è "mi piace" e i due non vanno confusi.
Dire "mi piace un gelato" è ben diverso dal chiedere "vuoi mangiare un gelato con me?". 
O no? E non è un caso se, mentre sui siti web trovi il pulsante +1, nelle singole pagine del sito compare il pulsante "condividi". Il ruolo è lo stesso: dai un occhio alla tab +1 sul profilo per credere. 

Ma torniamo all'incompreso social-network.
Sotto un post di Google+ i due tasti "+1" e "condividi" sono separati.
Nel primo caso stai dicendo "concordo che il gelato sia buono"; nel secondo approvi e diffondi consenso.

Profilo e pagina: tra persona e brand fatto persona
Su Google+ hai un profilo.
O anche più di uno, se vuoi; anzi, tanti quanti account gmail possiedi.
Ma la regola della social netiquette è chiara: devi usare un nome reale.
Non solo.
Ogni azienda, organizzazione, attività può creare dal profilo una o più pagine.
Profili - tuo, nostro, loro - e pagine sono comunque persone: quelle che le hanno create.

Cerchie: suddivisione in gruppi di persone e/o interessi
Su Google+, come nella vita reale, vivi di frequentazioni.
Ma - a differenza della vita reale (o forse no?) - puoi creare cerchie con tanto d'etichette: compagni di scuola, amici dello stadio, colleghi, famiglia; alcune le suggerisce lui di default, altre puoi crearle tu stesso.
Perché?
Lo scopo è facilitare la condivisione mirata e non inviare foto, post, video, eventi sul calcio alla mamma che il calcio non lo guarda - per dire.
Ogni volta che scrivi un post, vai su "A:" e scegli la persona o la cerchia con cui vuoi condividerlo. 
Con due semplici mosse farai... rete. 

Hangout e condivisione dal vivo
Su Google+ puoi parlare dal vivo con chi ti pare: giocatore di pallone, cantante, attore o... Presidente.
Non devi pagare e gli altri possono invitarti all' hangout on-air oppure in presa diretta. 

Già ma che cos'è questo hangout?
Una conference call, trasmessa e registrata su qualsiasi sito, su Google+ e - udite, udite - su YouTube.
Tu, io e altre persone - massimo dieci -  possiamo chiacchierare, scambiare opinioni, chiedere, imparare. 
Il video rimane a disposizione sulle due piattaforme e può essere - indovinate? - condiviso da altre persone.

C'è anche il nuovo servizio Google Plus hangouts per chattare o avviare una videochiamata con le cerchie o con qualunque persona abbia la possibilità di contattarti. 
Per gestire questa possibilità vai su impostazioni dell'account Google+.  

Pubblico, ovvero condividere senza confini.
La condivisione può essere su cerchie, singole persone o... pubblico. 
L'opzione "pubblico" è una parola molto importante su Google+: consente a chiunque di vedere i tuoi post, anche al re dei motori di ricerca Google. 
Se non hai scritto un contenuto privato o specifico, scegli sempre "pubblico" tra le opzioni "A:".

Post: cosa condividi?
Altra parola importante è post, sinonimo di pensiero, articolo, foto, video, link, invito a un evento. 
Attenzione che su Google+ il link solo soletto è spam; e sono tante le parole da imparare per segnalarlo: "disattiva", "segnala/blocca", "segnala come spam o abuso". 
Tutte parole che trovi sul menu contestuale dei post e anche su profili/pagine.

+1, condividi, commento, menzione: interazione
Ad ogni post puoi dare un +1 oppure condividerlo.
L'abbiamo già detto.
Aggiungiamo che in quel post puoi lasciare anche un commento. 
Queste 3 parole - +1, condividi, commento - si riassumono con il termine interazione.
Non solo.
Nel commento e/o nel post puoi menzionare una persona, scrivendo il suo nome preceduto da +1 o @: si crea subito un link di notifica al profilo/pagina dell'interessato; come su Twitter, con un +1 in più (?).

Notifiche: aggiornamento e flusso di condivisione
Le notifiche si ricevono in tanti modi, anche attivandole negli stream delle cerchie. 
Calma e sangue freddo: non sputare sangue su questa parola. 
Stream non è altro che il flusso di notizie: c'è quello del profilo, quello della pagina, quello della home e quello... delle cerchie; per trovarlo - sì c'è un flusso di post differenziato per ogni cerchia - vai in home e cerca il menu orizzontale. Cliccando sulla cerchia specifica, appaiono solo i post di quelle persone: puoi decidere se visualizzarli nello stream della home - con quelli di tutti gli altri - o ricevere notifiche mirate.  

Su #Googleplus ci sono anche gli stream degli hashtag, ovvero quelle parole che mettiamo dopo un cancelletto; e si possono avere addirittura gli hashtags automatici.
Sempre nel menu orizzontale home, infine, c'è l'opzione layout stream: serve per visualizzare i post su una o più colonne; infondo trovi le ricerche che hai salvato.

Ricerca: scoprire, esplorare, trovare
Ricerca è la parola d'ordine per entrare nella testa e nei tasti di Google Plus.
Usa la barra di ricerca per trovare tutto quello che vuoi.

Temi caldi: quando la condivisione è... scottante!
Se diventi un mago di Plus e riesci a coinvolgere più persone in poco tempo con il post, t'aggiudichi la top dei "Temi Caldi": lo stream dei contenuti più letti, visibili anche dalla home.

Community: incontro e confronto.
C'è il profilo.
C'è la pagina.
E c'è anche la community: uno spazio d'incontro/confronto tra più persone. Ricorda di scegliere bene le impostazioni sulla privacy - pubblica o privata - perché non potrai più tornare indietro.

Dashboard: tutte le indicazioni per la tua attività
Per la tua attività - qualunque essa sia - crea una pagina e non dimenticare di controllare la dashboard.

Local: fatti raggiungere
Se la tua attività è locale, crea una pagina local e collegala alla tua scheda places: trovarla sarà più facile.

Mobile: per dire dove sei e far sapere che sei felice
Dalla tua app mobile Google+ puoi condividere foto, video, post; ma anche fare check-in o dire di che umore sei. 

Adesso per esempio dimmi la verità: ti è piaciuto questo post?
Hai già preso dimestichezza con le parole di Google+?
E sei pronto a condividere, grazie ai consigli della brava Michaela?

Endorsement

Endorsement: figura con scritta "hai sei minuti per colpire il tuo audience".

Endorsement/Endorser è una parola inglese dall'etimologia complessa. 
Il verbo to endorse deriva dal latino contratto en (in) dossum (antico doRsum da de-vorso, giro) e significa "firmare alle spalle, firmare dietro". Già in epoca medievale esiste la forma indorsare, da cui anche "indossare" - sempre per la trasformazione del gruppo consonantico "rs" in doppia "s". 

I sensi traslati più comuni sono quattro:

1. girare un assegno, una cambiale - ambito bancario/finanziario
2. autorizzare la sostituzione di un biglietto aereo - ambito commerciale (ticket endorsable, ticket endorsement permitted)
3. appoggiare, sostenere pubblicamente un partito/candidato - ambito politico
4. appoggiare, sostenere pubblicamente un prodotto/servizio - ambito pubblicitario

Il concetto alla base è sempre lo stesso: una dichiarazione di garanzia, che inizialmente era solo finanziaria e che ha finito per avere un'inclinazione persuasoria barra commerciale. To endorse vuol dire addossarsi - o indossare? - un impegno nei confronti di qualcuno o qualcosa.

L'Accademia della Crusca spiega così l'entrata del termine anglofono nel vocabolario italiano:

Il sostantivo endorsement inizia a comparire nelle pagine dei giornali a partire dal 2004 [...] In quegli scritti la parola si trova ancora tra parentesi come "investitura" o posta tra virgolette per evidenziare la sua origine straniera. A partire dal 2006 il termine s'inserisce nel testo senza alcuna spiegazione né segnali grafici. Tullio De Mauro accoglie endorsement nel "Dizionarietto di parole del futuro", avvertendo che il termine manca in buoni dizionari italiani o che si cita solo nel senso bancario di “girata”. Da allora endorsement si conquista uno spazio sempre maggiore. Nelle edizioni 2012 dello Zingarelli e del Devoto-Oli al significato di "girata" s'aggiungono quelli di "autorizzazione da parte di una compagnia aerea a sostituire il proprio biglietto con quello di un’altra" e "dichiarazione di sostegno a un candidato o a una posizione politica". Con quest’ultimo significato endorsement è usato spesso nel linguaggio del giornalismo politico, soprattutto in tempo di elezioni. Nonostante i ripetuti inviti, anche da parte dell'Accademia, a evitare parole straniere inutili che sfociano nel provincialismo, i mezzi d'informazione continuano a fare largo uso di anglicismi [...]. Solo il tempo potrà dirci se l’espressione inglese entrerà davvero nell’uso comune o se continuerà a vivere, com'è più probabile - e desiderabile - esclusivamente nel linguaggio giornalistico d'ambito politico.

Oibò che mi tocca leggere.
Oh mamma quante speranze infrante.
Il termine inglese con radici nostrane - lungi dal restringersi - s'è allargato a comprendere l'ambito pubblicitario. E qui l'anglicismo la fa da padrone. Pardon.

In adveritising l'endorser è un personaggio noto che fa uso di un prodotto; il contratto tra lui e l'azienda si chiama endorsement. Per dirla con parole nostre: Mulino Bianco ha stretto con l'endorser Antonio Banderas un contratto di endorsement. Il bel tenebroso si chiude nel rustico di campagna e fa da garante al buonissimo, genuissimo e morbidissimo cornetto ripieno. Piaccia o no; e magari quel cornetto gli piace davvero, che so. In ambito sportivo, l'endorser è più credibile "perché ha un ruolo attivo nel processo di progettazione di quello che utilizza e gli dà un apporto migliorativo".

Ma in tutto questo, che fine ha fatto il buon vecchio testimonial?
La questione semantica si pone solo in italiano, perché - al solito - prendiamo in prestito parole senza rispettare le sfumature di senso. Il copy cugino elisabettiano ci darebbe una bacchettata sulle mani e ci farebbe notare che c'è una netta distinzione tra endorser e testimonial: il primo si usa solo per celebrità; il secondo si riferisce a gente comune, tanto vicina al target da sembrare un vicino di casa (?).
Va da sé che il messaggio e lo scopo della comunicazione sono diversi: immedesimazione nel primo caso; emulazione nel secondo.

Il concetto base, comunque, resta lo stesso: si tratta di un'esplicita dichiarazione di garanzia su un assegno, un partito/candidato, un prodotto.
Il cerchio è chiuso.


Endorsement ci piace per 10 buoni motivi:
  1. ha radici classiche e suono anglosassone
  2. inizia come firma relegata sul dorso e diventa figura in primo piano sugli schermi
  3. indossa bene qualsiasi ruolo
  4. parte nella finanza, si trasforma in supporto e si riduce di nuovo a questione finanziaria 
  5. ha significato pratico, ma anche morale
  6. ha senso velato, ma anche scoperto
  7. è garanzia di successo
  8. è ponte tra business, politica e pubblicità
  9. è fil rouge tra comunicazione istituzionale e commerciale
  10. ha il suono della risacca e trascina come le onde del mare

E tu che fai?
Indossi, addossi o... endorsi?


Visual:
simonedoinel.tumblr.com - Alyson Provax
Fonti:
Wikipedia: "Endorser" e "Testimonial" 

Tablet


Questo dipinto ha più di 600 anni; eppure gli oggetti rettangolari buttati nell'angolo del tavolo hanno un aspetto famigliare: sembrano tablet impilati sullo scaffale di un negozio.
Sono identici, direi.


Questa decorazione su anfora "a figure rosse" ha circa 2.500 anni; eppure l'oggetto sottile tra le mani del giovane ha la forma di un notebook all'ultimo grido con tanto di penna capacitiva.
La somiglianza si nota, direi.

Siamo di fronte allo stesso strumento, ritratto in epoche diverse.
Questo strumento è l'antenato etimologico e morfologico delle moderne tavolette digitali.

Etimologia
L'inglese tablet deriva dal latino ta-bula e significa "stendere, estendere, steso, estensione". Il suffisso -bula e la radice -tab si trovano nelle parole fa-bula (dire per esteso, esporre) e stabilis.
Ma perché uno strumento così innovativo ha un'etimologia tanto remota?
Per scoprirlo dobbiamo retrocedere (?) di qualche secolo.

Nella Roma caput mundi - e prima ancora nell'antica Grecia - i giovani rampanti delle famiglie patrizie imparano a scrivere su tavolette di legno rettangolari, incavate e riempite di cera: incidono i graffiti con uno stilo appuntito - da cui la nostra parola stilografica - e le cancellano con la superficie piatta retrostante - da cui il nostro modo di dire "tabula rasa".

Le tabulae ceratae - questo il loro nome - si usano anche per la corrispondenza quotidiana: il mittente scrive il messaggio sulla cera; il destinatario lo legge, lo cancella e ci riscrive sopra.
E con le missive più lunghe che si fa?
Ecco alcuni escamotages:

1. si legano insieme due, tre o più supporti (dittici, trittici o polittici - come nella seconda figura)
2. ogni supporto si ripiega all'interno per proteggere il messaggio
3. si chiude la missiva con fermagli metallici per garantire riservatezza
4. si dipinge sul dorso un riassunto del contenuto (tipo l'oggetto delle nostre mail).

In periodo romano, le tabulae cerate sono uno strumento importante per scrivere e comunicare. Il prezzo varia in base al materiale e all'eventuale decorazione: si va dalle più economiche in legno, alle più costose in avorio (tabulae consulariis).

Coniazione moderna
Il termine tablet PC diventa comune dopo l'anno 2000, quando Bill Gates presenta l'ultima trovata di casa Microsoft: l'interfaccia utente in touch-screen, mediante la penna e, in seguito, le dita.
I plus del tablet sono - udite udite - "alcune funzionalità integrate in diversi sistemi operativi Windows come l'inchiostro digitale e il riconoscimento della scrittura manuale". Funzionalità che la concorrente Apple imita in un secondo momento, integrando l'offerta con le applicazioni Bamboo paper, Memo, Write 2. Alla "mela" di Jobs si deve piuttosto l'ampia diffusione del tablet PC slate  (piatto, puro, privo di tastiera).

Il cerchio etimologico è chiuso: il tablet è un dispostivo rettangolare, che ti permette di scrivere su una superficie piatta con uno stilo appuntito o con il semplice tocco delle dita; se sbagli fai tabula rasa e tieni vive le tue... corrispondenze.


Tablet ci piace per 7 buoni motivi:

1. è piatto di forma, ma non di contenuto
2. è italiano di contenuto, ma non di forma
3. è utile e dilettevole
4. è cheap or expensive
5. aiuta l'uomo a scrivere e comunicare da più di duemila anni
6. è digitale da più di duemila anni
7. è nato per la scuola e nella scuola deve tornare
Approfondimenti:
Perché "Tabula rasa "?
Tabula rasa in filosofia 

Visual:
it.wikipedia.org
brunelleschi.imss.fi.it
Fonti:
"Impero", Alberto Angela - Mondadori 2012
medievista.it
Wikipedia "Enciclopedia online"
Etimo.it

Nerd


Cosa significa nerd?
Si tratta di una parola misteriosa: se quando la pronunci ti senti un social user moderno e international, ti sbagli. Il termine inglese non è un neologismo: ha più di settant'anni.
Uno: etimologia
Da dove deriva nerd?
Le ipotesi sono tante e... creative.

1936 - Il pupazzo del ventriloquo
Edgar Bergen (originario Berggern) è attore, speaker e ventriloquo. Personaggio eclettico deve il suo successo ai simpatici sketchs radiofonici con i pupazzi Charlie McCarthy e Mortimer Snerd: togli una "s" dal secondo cognome e scoprirai la prima teoria etimologica.
Ecco una foto del ventriloquo con i compagni d'avventura:
Hai capito bene: il nerd è quello con il muso da topo, la faccia addormentata e due denti in bocca.
Tra le tante attività, Bergen ha lavorato come illustratore di fumetti: sue sono le famose strisce Mortimer e Charlie, apparse su molti quotidiani americani tra il 1939 e il 1943.
Un vero creativo con i fiocchi.

1950 - L'animale fantastico
Il Dottor Theodor Seuss Geisel (in arte Dr. Seuss) è uno scrittore di racconti per bambini, che ama creare personaggi fantasiosi e comporre rime. Nel suo libro If I ran the zoo, si nasconde la seconda teoria etimologica. Il protagonista è Gerald McGrew, un fanciullo sensibile che visita lo zoo e resta impressionato dalle condizioni not good enough degli abitanti. Gerald si propone di liberare le strane creature, dando loro nomi fantasiosi. Descrive, tra gli altri, un leone con dieci piedi; un grande uccello, che chiama Fizza-ma-Wizza-ma-Dill; e il nostro nerd, un cane canuto (?) con una maschera rossa da eroe. Ecco la frase del racconto:  "And then, just to show them, I'll sail to Ka-Troo/And Bring Back an It-Kutch, a Preep, and a Proo,/A Nerkle, a Nerd, and a Seersucker too!" - e questo è il personaggio illustrato dall'autore in persona.
Carino vero?
Seuss ha lavorato come illustratore di campagne pubblicitarie per la Standard Oil e nel 1947 ha vinto l'Oscar con un film documentario scritto per l'Air Force. I suoi racconti hanno ispirato undici specials televisivi, tre lungometraggi, un musical a Broadway e fruttano ancora 15 milioni di dollari l'anno. Un altro creativo con i fiocchi.

1970 - L'impiegato impegnato 
La Northern Electric Research and Development è un dipartimento per la ricerca e lo sviluppo nel settore delle telecomunicazioni, nato dalla fusione tra i due colossi Bell Canada e Northern Telecom. Nell'acronimo del nome si trova la terza teoria etimologica: gli impiegati dell'azienda, infatti, portavano sulla camicia un astuccio da tasca (pocket protector) con una sigla stampata sopra: N.E.R.D. 

1960 - L'accezione moderna
Ispirato dal racconto del Dott. Seuss, il giornale Newsweek cita l'uso popolare di nerd come sinonimo di drip (fesso, inetto) e square (serio, quadrato, convenzionale). La parola comincia a diffondersi nei colleges americani come sinonimo di "secchione socialmente inetto". Di quegli anni è la sitcom "Zero in condotta" con l'attrice di Sex&TheCity Sarah Jessica Parker nei panni di una nerd emarginata.

1970 - I giorni felici 
La parola nerd compare nella sitcom Happy Days e si diffonde in tutto il mondo. Con questo termine, Arthur Fonzarelli definisce gli studenti poco interessati all'altro sesso. Purtroppo la traduzione italiana non permette di cogliere a pieno il significato, liquidandolo con "imbranato".

1965 e 1975 - Le storpiature
Philip K. Dick è uno scrittore statunintense, con un passato burrascoso e un presente difficile: ama la fantascienza e l'anfetamina. Sostiene di aver coniato il termine storpiato nurd nel 1973, ma noi sappiamo che la prima apparizione di questa parola risale al 1965: si tratta di una pubblicazione stundentesca del Rensselaer Polytechnic Institute. Secondo la tradizione orale, nerd deriva dall'alterazione del verbo inglese drunk (bevuto) - poi diventato knurd - e definisce in modo ironico i ragazzi studiosi e astemi.
La variante gnurd è in uso al Massachusetts Institute of Technology fin dalla metà degli anni '70.

2012 - L'alterazione
Il Dizionario etimologico inglese spiega il termine nerd come un'alterazione della parola nert, in uso fin dagli anni '40 per definire una persona "stupida o pazza", a sua volta un'alterazione di nut.
Due: forma
Chi è il nerd?
Un individuo con precisi connotati fisici e morali.

Aspetto esteriore
Hai presente il classico secchione da primo banco con l'aria corrucciata e la mano sempre alzata? Quello è lo stereotipo del nerd secondo i mass media.
1. Indossa vestiti rubati dall'armadio di tuo nonno: gilet, mocassino e pantalone stile "acqua alta".
2. Studia troppo e perde la vista: ha grossi occhiali dalla montatura pesante, meglio se rattoppati con un metro di nastro adesivo.
3. Nota e annota tutto: ha un taschino munito di pocket protector per tenere le penne stilografiche e non macchiarsi con le perdite d'inchiostro.
4. Odia le feste: quando ci deve andare, veste abiti troppo formali e suscita il riso dei presenti.
5. Preferisce l'attività cerebrale a quella fisica: è sempre magro, grasso e/o pieno di brufoli.

Aspetto interiore
Hai presente il classico secchione da primo banco, silenzioso, timido e con lo sguardo perso nell' universo? Quello è il clichè del nerd secondo i mass media.
1. Ama stare chiuso nel suo mondo: è introverso, impacciato e solitario.
2. Ha un'iclinazione naturale per la ricerca intellettuale: classica, fisica e matematica.
3. Non riesce a instaurare rapporti sociali o non gli interessa più di tanto; anche quando si tratta dell'altro sesso e, quindi, non fa sesso.
4. Non si dedica allo sport: preferisce partecipare a dibattiti su argomenti culturali.
5. Passa le ore davanti al computer, rinunciando alla vita sociale.
6. Ha un animo pacifico e gentile, incapace di rispondere ad atti di bullismo da parte di persone inferiori dal punto di vista intellettuale.

Gli anni novanta e la rivincita del nerd
Con l'avvento di Internet e la rivoluzione informatica, il concetto di nerd comincia a cambiare in senso positivo: si tratta di una persona preparata a livello tecnico, che ottiene successi finanziari.
Bill Gates e Linus Trovalds, padri di Microsoft e Linux, si sono definiti nerds. E che dire di Mark Zuckerberg? Timidezza e incapacità di comunicare diventano una molla imprenditoriale: da ragazzo timido e impacciato a uomo desiderato e socializzato.   
Monologhi e serie televisive descrivono bene l'era dell'orgoglio e della rivincita nerd.

1. Le parole di Gerald Sussman professore del MIT: "La mia idea è presentare ai bambini l'immagine che sia giusto essere intellettuali [...] Voglio che ogni bambino diventi nerd, dove questo significa qualcuno che preferisce studiare e imparare per poi competere a livello sociale"
2. Il film cult Revenge of the Nerds (1984), che esplora il concetto di nerd in modo comico
3. Nell'episodio del cartone animato Freakazoid, il protagonista Nerdator usa il potere della mente per annientare il nemico e tiene un memorabile monologo sulla sua importanza: "[...] quello che a loro manca in forza fisica lo compenso con il potere della mente. Chi ha scritto i libri più venduti? I nerds. Chi ha diretto i film di maggior incasso? I nerds. Chi ha creato alta tecnologia avanzata che possono capire solo i creatori stessi? I nerds. E chi sono le persone che concorrono per la Presidenza degli Stati Uniti? Nessun altro che i nerds".
4. La serie televisiva Chuck ha come protagonista un nerd esperto di computer e appassionato di video-game; lavora per un'azienda dal nome esplicativo: la Nerd Herd.
5. La recente serie Diario di una nerd super-star racconta le avventure/disavventure di Jenna, adolescente innamorata e socialmente complessata - vedi "Zero in condotta" di Sarah Jessica Parker.
Super-eroi e cartoni animati
La figura stereotipata del "secchione buono" esisteva già in tempi non sospetti: che dire del magro, pallido e occhialuto insegnante Peter Parker alias Spider-Man? O del timido e impacciato giornalista Clark Kent, alter ego di Superman? Veri e propri nerds ante litteram, che si trasformano in super-eroi e salvano il mondo. Prendendosi al contempo una bella rivincita. 
Antagonisti degli eroi sono i nerds cattivi e vendicativi, resi pazzi per i danni subiti nel corso della loro esistenza: scienziati, maniaci o maschere schizofreniche.
Poi ci sono i nerds dei cartoni giapponesi, muniti di occhiali opachi con spirali colorate o in versione lente trasparente con riflessi di luce abbagliante. Tali personaggi  hanno un ruolo chiave nella cultura nipponica, che dà più importanza al successo accademico che al consenso sociale.

Gli anni 2000 e la rivalutazione "social"
Il ventunesimo secolo inizia con la rivoluzione del web 2.0: dammi un computer e conquisterò il mondo. Da questo punto di vista, siamo tutti un po' nerds. Eppure il termine ha spesso un'accezione negativa, diventando sinonimo di a-socialità, chiusura, snobismo. Questo pseudo-bullismo digitale è tipico del nostro Paese, dove lo stereotipo del secchione resta quello d'una persona evoluta e intelligente, ma sfigata e socialmente "scomoda". La verità è che il social nerd suscita l'invidia del bulletto smanettone, perché tratta argomenti complessi e si esprime in modo eccellente. Argomenti che hanno a che fare con l'informatica, i fumetti, i giochi di ruolo, la musica classica, gli scacchi, i film, la fantascienza, i giochi virtuali, la letteratura fantasy e la cultura tutta.
La parola nerd ci piace per 11 buoni motivi:
  1. ha più di 70 anni, ma sembra nata ieri
  2. ha un'etimologia creativa e misteriosa
  3. ricorda i giorni felici di Happy Days (?)
  4. è breve, ma intensa
  5. è concisa, ma complessa
  6. è accademica, ma comune
  7. è simbolo di un movimento sociale e culturale: la rivoluzione dell'orgoglio intellettuale
  8. è pedagogica e camaleontica: sta la passo con i tempi e si evolve con le situazioni
  9. è umanistica e scientifica, come l'insieme della cultura
  10. è comica e drammatica: l'ironia stereotipata rischia di sfociare in stupido bullismo
  11. è l'espressione di un'evoluzione estetica: da anti-sex a Sex&TheCity.

Digitale


Digitale è una parola alla mano (?) con una lunga storia alle spalle.
Il termine deriva dal latino digitus (dito), da cui digitalis (proprio del dito e della sua punta). 
Basti pensare all'impronta digitale o alla digitalis purpurea, pianta velenosa con fiori simili al ditale.

In inglese, il sostantivo diventa digit (cifra) e l'aggettivo digital (proprio della cifra, del numero).
Perché?
Il motivo risale al modo di contare romano, basato sul sistema matematico decimale: dieci sono le dita e ogni dito corrisponde a una cifra.
L'inglese coglie bene la sfumatura di senso e rispetta in toto l'etimologia latina.
L'italiano, invece, deriva:

1. dal latino ---> dito della mano, impronta digitale, modo di contare
2. dall'inglese --> il verbo "digitare" nel senso di "premere un dito sul tasto"; e l'aggettivo "digitale", nel senso di "tutto ciò che si rappresenta con un sistema di numeri".

Bene.
Ma la parola come si rappresenta?
In comunicazione le cose si complicano, perché l'essere umano scambia informazioni in due modi:

1. codice analogico = una serie di gesti non verbali.
Il linguaggio del corpo è analogico, perché i gesti sono continui e non numerabili: non esiste interruzione tra un gesto e l'altro; e il non-comportamento, si sa, è paradossale
2. codice verbale = una serie di parole (orali o scritte).
Il linguaggio verbale si dice digitale, perché le parole sono unità numerabili disposte in sequenze finite: prima e dopo ogni sequenza, c'è sempre uno spazio vuoto (= silenzio). 

Ma se la parola è un codice numerabile, la comunicazione verbale è sempre stata digitale?
Sì, anche prima del web: ogni volta che scriviamo e/o parliamo usiamo codici decifrabili (segni convenzionali e/o segnali); ma se guardiamo una serie d'ideogrammi cinesi, riusciamo a coglierne solo l'aspetto visivo - a prescindere dal contenuto. Significa che le parole hanno una forma analogica e un contenuto digitale: la prima è ciò che vediamo; il secondo è ciò che leggiamo.

Nell'era 2.0 l'aggettivo "digitale" può essere tradotto "la comunicazione di notizie attraverso mezzi informatici": non c'è più distinzione tra parola e immagine, tutto diventa codice - informatizzato.
E come si trasmette questo codice se non con le dita della mano e/o con i movimenti del corpo davanti a una tastiera?

Il cerchio è chiuso: la comunicazione moderna è sintesi tra verbale e non verbale, perché la parola è codice digitale, analogico e numerico allo stesso tempo.
Digitale ci piace per 9 buoni motivi:

1. è circolare:
  • gira intorno al dito, ma non lo giri sul dito
  • parte dal dito, si trasforma in codice, torna al dito
  • nasce dal latino, rinasce con l'inglese, si riassume in italiano 
  • è internazionale e tondo come il mondo
2. coniuga tradizione e innovazione
3. ha un senso fisico e astratto
4. ha significati diversi, ma complementari
5. è fatto di numeri e parole
6. appartiene al sapere informatico e a quello umanistico
7. è ponte tra comunicazione tradizionale e moderna
8. è sintesi tra comunicazione verbale e non verbale
9. è proprio dell'essere umano

L'amica Veronica Martini riassume il concetto con la variatio del motto cartesiano: Digito, ergo sum.

Pollice alzato (?) se lo pensi anche tu.
Dito sui tasti (?) se vuoi dire di più.
Fonti:
Annamaria Testa "Farsi capire" - Bur Saggi, 2011
Wikipedia - Enciclopedia online
Wrodreference.com
Etimo.it
Visual:
fotoccomunity.it

Pinterest

"Inchioda i tuoi interessi. E condividili".
Ecco il mio slogan per Pinterest.
Il neologismo nasce dalla contrazione dei sostantivi inglesi pin (appendi, ferma) e interest (interesse). Il social network è una sorta di "galleria d'arte digitale", dove il responsabile dell'allestimento sei tu.
Gusto estetico, ispirazione, creatività e coerenza sono doti necessarie per organizzare i contenuti in bacheche (boards) originali.
L'immagine è il tema centrale del "museo-nline", ma è meglio individuare un filo conduttore e integrare con spiegazioni, descrizioni, approfondimenti.
Di solito nella sala di Raffaello non trovi Wharol; ma Pinterest ti dà la possibilità di scatenare la tua fantasia e cercare connessioni poco scontate. 
La parola d'ordine nel social è sempre interazione.
 
Il termine Pinterest ci piace per 4 buoni motivi:
  1. contiene il prefisso pin: se non impari il codice, non entri
  2. include la parola interest: se non ce l'hai, non puoi condividerlo
  3. ricorda il termine pin-acoteca, derivato dal greco πίναξ ("quadro, tavola") e θήκη ("scrigno, ripostiglio"): il luogo dove si custodiscono opere d'arte dipinte
  4. richiama le mitiche pin-up statunitensi degli anni '40, fotografate in costume e appese (to pin-up) dai soldati in tende e armadietti. Dive come Batty Grable, Rita Hayworth, Greta Garbo e Marilyn Monroe hanno inziato così la loro fulgida carriera. 
 
 
 
Fonti:
Wikipedia - Enciclopedia Online - Pinterest, Pin-up, Pinacoteca
Visual:
sensesofcinema.com
 
 

Netiquette

Netiquette è un neologismo, che nasce dalla contrazione del sostantivo inglese network (rete) con quello francese étiquette (buona educazione).
La Netiquette consiste in una serie di regole atte a disciplinare il comportamaneto degli utenti sul web, la cui forma definitiva risale all'Ottobre 1995; oltre a quelle ufficiali, si trovano:
  • i comandamenti per l'e-mail
  • i consigli per i social network (da me ribattezzati Social Netiquette)
  • i principi di etica e buon senso.
 
Il termine "Netiquette" ci piace per 4 buoni motivi:
  1. è una parola nuova;
  2. è internazionale;
  3. riassume bene il concetto di regola, dettata dal buon senso e dall'educazione;
  4. richiama l'italiano "etichetta" (seguire l'etichetta = seguire le norme della buona educazione).