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Il processo creativo secondo Antonio Canova

Se c'è una cosa che invidio all'uomo straordinario, è quella di lasciare nel mondo un'impronta di sé; quand'è pura, immacolata e indelebile, poi, l'ammirazione si accompagna allo stupore. 
Ecco quello che ho imparato dal lavoro ispirato di Antonio Canova.
La perfezione, abbinata al suo nome, non è certo cosa nuova.


Ho il difetto di dare al termine "vacanza" il significato etimologico che ha: vuoto, privo, libero; e aggiungo volentieri l'accezione latina di otium, tempo dedicato alla cura della mente.
Così ho trascorso il giorno di Pasquetta nel Museo di Canova a Possagno, paese natale dello scultore in provincia di Treviso. Fino al 22 giugno ci sono i calchi in gesso delle Tre Grazie in esposizione; ma, come al solito, ho portato a casa una ben più grande lezione sulle 4 fasi del processo creativo: dall'ispirazione alla perfezione.


1. Ispirazione, intuizione, fantasia [disegno]

Si dice che i geni siano tutti "schizzati" e "fulminati": due participi che sanno di teen-ager non partecipi.
Eppure i termini esplicitano più di qualche verità sul processo di creazione artistica.
Mi sembra di vederlo, il giovane Canova, passeggiare assorto nel suo giardino all'ombra del pino: sguardo fisso davanti a sé, lapis in una mano, taccuino nell'altra; quasi percepisco la tensione che prova nel voler bloccare l'ispirazione: lei arriva in un lampo, si sa; e c'è bisogno di fermarlo.

Gli schizzi a matita, segni rapidi su carta, testimoniano il bisogno urgente di fissare le idee appena escono dalla mente: non c'è definizione né bellezza nella bozza; solo mistura di stato d'animo, libertà creativa, folgorazione intuitiva. E non è un caso se, dopo qualche anno, il fratello di Canova pubblica questi disegni con il titolo "Pensieri delineati a lapis":  pensieri chiusi nella mente, che premono per schizzare sulla carta e diventare forma ideale.
Trovo bello questo concetto dell'immagine mentale che si definisce nei limiti della concretezza.
Antonio Canova dedica molto tempo alla prima fase del processo creativo, che considera una vera e propria palestra: la matita, come uno scalpello, scivola sul foglio a ritmo naturale.
Abbiamo già detto circa l'importanza del segno creativo come sintesi tra corpo e mente; basterà notare che il di-segno non è affatto diverso: di nuovo, l'uso della mano è fondamentale per connettere l'emisfero cerebrale e abbozzare una forma ideale.
In questa fase di lavoro si riconoscono le tappe iniziali della creazione artistica:

  • l'ispirazione che arriva all'improvviso, come un soffio divino
  • l'intuizione che, partendo da uno o più stimoli esperenziali, procede per libere associazioni mentali: folgorazione improvvisa, lampo di genio, soluzione del problema che "si manifesta allo spirito senza bisogno di ricorrere al ragionamento" [Enciclopedia Treccani]
  • la fantasia che permette alla mente di figurare oggetti senza ricorrere a modelli dal vero e senza pensare alla loro utilità finale

C'è tutta la genuinità dell'input creativo.
Quello che ognuno di noi prova nel momento in cui la testa stacca e si rilassa: l'ispirazione giunge in un flash, seguita a "spron battuto" da intuizione e fantasia. Si tratta di un attimo da cogliere al volo e sentiamo il bisogno di fissarlo nella memoria. Spiace dirlo, non esiste applicazione elettronica che possa sostituire lo schizzo a mano della prima impressione: sgrammaticato, abbozzato, orfano d'interpunzione.
Reso così com'è nato: spontaneo, immediato, vivo come un respiro.


2. Immaginazione e invenzione [bozzetto]

Sono una di quelle persone che non capisce mai il percorso delle mostre: capita spesso che io veda prima quello che - a logica - dovrebbe venire dopo. Tuttavia questo modo di procedere al contrario non è sempre un male che viene per nuocere. Ne sono convinta.
Così anche stavolta vedo il bozzetto in terracotta prima della bozza in lapis descritta sopra. Tra uno e l'altro - è chiaro - manca un passaggio: la selezione dei disegni e la loro trasposizione in tre dimensioni.
Mi sembra di vederlo, il piccino Canova, rincasare appesantito dagli appunti sul taccuino: tavolo in legno di fronte a sé, massa informe di terracotta, bulino poggiato sul comodino; quasi percepisco la tensione che prova nel dar forma alla fantasia attraverso invenzione e immaginazione: lei arriva in un lampo, si sa; ma è giunto il momento di concretizzarlo.

La pratica del "bozzetto in terracotta", anche se più ragionata rispetto al disegno, è ancora espressione creativa libera: l'artista/scultore abbandona la forma "piana" per avvicinarsi alla visione plastica, senza imbrigliarla del tutto nella rigidità della stesura definitiva.
La passione sgorga "di getto" dalle mani e si esprime attraverso tutto il corpo:

Sempre ch'ei modellava alcuna invenzione, lo avresti visto investirsi della passione del suo oggetto coll'alterazione della fisionomia, col pianto, con la letizia e con una convulsione generale del corpo [Melchiorre Missirini "Della vita di Antonio Canova" - Libro Quattro]

Trovo superlativa l'immagine della creazione che vibra attraverso l'emozione: qualcosa che anch'io, nel mio piccolo, riesco a provare ogni volta che scrivo.
Canova passa notti insonni sul bozzetto in terracotta, materiale che gli permette di definire le forme in un incessante lavoro di revisione. I modellini testimoniano il tormento dello scultore nella ricerca della bellezza e congelano il suo intervento nel tempo: la sua impronta digitale è ancora in superficie; viva.
Nella prima fase "plastica" si riconoscono le due tappe successive del processo creativo:

  • l'immaginazione che permette di "vedere" l'opera ideata nel disegno ancor prima di crearla
  • l'invenzione, che permette di ripensare l'idea fantastica con finalità pratica  

C'è il primo intervento della sfera razionale.
Quello che ognuno di noi prova quando riprende in mano quel taccuino di appunti strampalati e cerca di dar loro un ordine logico nella prima bozza di un testo. E, spiace dirlo, non esiste metodo migliore di una scaletta disordinata su un foglio di carta. Con tanto di freccette connesse.


3. Elaborazione [modello e calco]

Ho sempre pensato che la grandezza delle cose si nasconda nel particolare; e il giorno trascorso a Possagno me ne ha dato conferma definitiva [se mai ce ne fosse stato bisogno].
Mi sembra di vederlo, il minuscolo Canova, arrampicarsi su impalcature a prova di muscolo: piede fisso davanti a sé, sguardo rivolto verso l'alto, asta di ferro con crocette di legno a mo' di pendaglio; quasi percepisco la tensione che prova nella fase di elaborazione: lei non perdona, si sa; c'è bisogno di fissare la dimensione.

Nel "modello di creta" Canova può controllare le proporzioni: vuole rappresentare il "bello ideale" e introduce - per la prima volta in Europa - una serie di fasi intermedie per valutare l'evolvere dell'opera. La creta è un ottimo alleato: a differenza dello stucco, se mantenuta umida, rimane plasmabile per mesi e si possono realizzare sculture a grandezza naturale.
Trovo bellissima l'immagine della revisione manuale alla ricerca della perfezione plastica.
Canova passa mesi sul singolo modello, apportando modifiche anche all'ultimo momento; e introduce un ulteriore passaggio analitico nel processo artistico: pensare e ripensare il particolare fino al calco finale in gesso, ottenuto con la tecnica della cera persa.
Nella seconda fase "plastica" si scorge un nuovo elemento del processo creativo:

  • l'analisi razionale, che permette di guardare quanto fatto con distacco per trasformarlo in quello che si vorrebbe fare; l'emisfero cerebrale sinistro scinde il problema in punti e procede per "scalini successivi" fino a cogitare una soluzione finale

C'è l'intervento della sfera deduttiva.
Quello che ognuno di noi assaggia, quando dalla scaletta strampalata si passa alla stesura organizzata.


4. Revisione e adattamento [scultura]

Ogni processo creativo si conclude con il progetto concreto.
E allora mi pare di vederlo, il geniale Canova, mentre osserva a lume di candela l'opera nuova: dito puntato verso il mento, sguardo riflessivo, felicità e/o sgomento [chissà].

Dopo l'approvazione del calco in gesso con tutte le modifiche del caso, gli apprendisti del Maestro fissano chiodi metallici sui punti chiave della figura per riportare ogni misura e iniziare la sbozzatura.
Inutile spiegare l'emozione provata davanti alle testine color ferro che emergono tutt'ora dalla superficie (in)gessata: quanto lavoro si nasconde dietro un capolavoro!
Canova interviene sulla scultura per "dare l'ultima mano": il tocco finale che dona all'opera una vita propria; inoltre spalma sulla "pelle" diafana una patina giallognola per anticipare gli effetti del tempo che "sovente dà alla creazione quell'accordo e quell'armonia che l'arte può difficilmente imitare": una sensibilità nei confronti del "vissuto" non indifferente. Infine rifinisce la figura iniziando dai singoli particolari: curve del corpo, pieghe dei panneggi, ciocche di capelli. Un vero e proprio lavoro di limatura, che tiene conto di forma e superficie; una fase operativa talmente importante da ritardare di anni la consegna della statua. 
Ecco, quindi, la degna conclusione del processo creativo:

  • la revisione, che permette di controllare forma/superficie, contenuto/particolare, colore
  • l'adattamento, che impone di controllare il risultato in base all'idea iniziale

C'è la connessione definitiva tra sfere cerebrali.
Quella che ognuno di noi prova quando le parole sono stese sul foglio bianco come tanti chiodi neri: ordine, punti chiave in evidenza, ritmo perfetto. 
Eppure, spesso, manca il tocco finale: quel quid che rende il testo diverso. 
Scegliere le parole, limare il particolare, donare al "foglio" un sospiro che possa volare.
Scorgere nel piccolo la cosa grande. 
Forse è questo il mistero dello scrivere con stile: qualcosa che non è facile da spiegare.

Scrivere su Twitter, ovvero l'arte dei 140 caratteri

Cip cip cip
Onomatopea concisa che rende bene l'imperativo di Twitter: di'ci(p) e fallo in fretta; con poco, ma non troppo. L'intento è quello di dare una "notizia flash" in 140 caratteri: problemino che non puoi liquidare con qualche espressione "trash".
Forse non sai che l'illuminazione è alla base dell'intuizione; e che l'intuizione è un elemento base della creatività.
Parliamone un attimo: stai fermo qua.

Twittering Machine, Paul Klee 1922 - fonte Wikipedia


"Sai che c'è? Su Twitter m'annoio; e te?"
"No" (ma secco).
Questa la risposta che do alla domanda frequente di tanta gente che mette il becco (?)
Vivo questo social come una sfida espressiva.
Mia nonna diceva che "nel più ci sta il meno"; qui le parole sono invertite: nel meno deve stare il più.
E qualsiasi cosa vada contro il saggio detto di mia nonna, vale la pena di un assaggio.

STOP.

Faccio questo tipo di riflessione strampalata e (s)connessa, ogni volta che la mia testa è sottoposta alla tensione creativa; quella che stressa. Parlo di scossa positiva, che tutto sconquassa e mai s'arresta.
Lo so: 

  • l'intervento è già finito da un po'
  • ho detto quello che dovevo dire
  • sono contenta 
  • potevo fare meglio

Eppure il cranio rotola intorno alle orbite senza SOSta. 
"Testa dura, testa tosta", diceva mia nonna.
Come darle torto? Quando il cranio si mette in moto, ruota da solo; quasi per inerzia.
La chiamano anche "adrenalina", ma la rotazione pre-rivoluzione rimane la stessa.
Brutta - bruttissima roba - la roby.copy.testa.

STOP

Fatto sta che sabato 15 marzo son tornata al Master in Comunicazione delle Scienze dell'Università di Padova. Stavolta ad ospitarmi è stata la docente del laboratorio di scrittura Alessia Berti che ringrazio per la stima [infinitamente].
Nell'intervento di novembre ho parlato di web semantico; questo giro è toccato a "L'arte di comunicare: la parola tra segno e di-segno". Partendo dal concetto di scrittura in quanto tale, ho cercato di spiegare cosa significhi comunicare digitale:

  • oggetto e rappresentazione si fondono per ampliare il messaggio
  • segno e simbolo si con-fondono nella stratificazione del linguaggio
  • parola e di-segno diventano integrazione come in un paesaggio.

Lo storify superlativo di Elena Milani e il "twittaggio" perfetto di studenti bravi, rendono il concetto.
Tali e tante sono le cose che si possono comunicare in 140 caratteri: tenerlo presente nel tweet perfetto.
Alla fine di quest'esperienza, fatta di persone e condivisione, la mia testa continua a roteare per inerzia. Questo l'ho già detto, mi pare.
Divagando divagando, arrivo a pensare che gli stessi artisti di cui ho divagato tra i banchi sono grandi insegnanti; per tutto, anche per la composizione del tweet. Poi succede che Cristina Rigutto ci mette lo zampino con il Twittering Machine di Paul Klee; e a quel punto l'arte non si può certo mettere da parte.
Un "segno" del destino, che spinge a (ri)condividere quel che segue.

START

Picasso e la semplificazione

"Semplicità" è una legge di scrittura sul web.
Ed è anche il fine ultimo del Cubismo, corrente artistica che si propone di trovare la forma pura attraverso la scomposizione graduale della figura. Scomposizione che non è banalizzazione, ma risultato di un lungo processo: l'adattamento alla semplicità del "segno" complesso. Di questo ho già parlato nel post di qualche tempo fa. 
Aggiungo che la capacità di riassumere su Twitter diventa necessità; nel meno di 140 caratteri stanno i plus: lancio dell'argomento; link d'approfondimento; hashtag d'inquadramento.
Ne consegue, mi pare chiaro, che sia necessario:

  1. andare subito al nocciolo della questione BARRA lettura BARRA condivisione 
  2. esprimere il concetto in modo incisivo - con o senza inciso 
  3. attirare l'attenzione del lettore e spingerlo all'azione - risposta, apertura del link, condivisione (RT)

Gli espedienti per raggiungere lo scopo sono tanti: domanda, sospensione, provocazione, opinione, citazione, approccio negativo. Riguardo il punto 2, mi sbilancio e dico che sfrutto anche l'inciso con tanto di parentesi quadra. Vezzo creativo? Non so, lo devo ancora... inquadrare (?)
In ogni caso il minimo comun denominatore - che mezzo gaudio sempre non è - rimane la capacità di sintetizzare. Guarda un po' in quanti caratteri chiude un concetto complesso il cinico mago del tweet Matteo Grandi:


Sapere cosa dire e come dirlo è fondamentale: togliamo dal becco il superfluo per andare dritti al cuore del CIP e trasmetterlo in modo originale.


Kandinskij e lo spazio bianco

Il più grande esponente dell'astrattismo, considera lo spazio bianco come elemento concreto tra un segno grafico e l'altro: lo dimostra un'opera tratta dal saggio "Punto, Linea e Superficie" del 1926, in cui lo sguardo può esplorare senza fermarsi sul particolare.
Non posso che concordare sulla "divagazione visiva", tirata in ballo più volte anche dal guru della web usability Jacob Nielsen. E lo sono anche nel breve ciack d'un tweet, dove il vuoto si riempie di significato e diventa ordine, organizzazione, ritmo.
Amo sperimentare e Twitter, con i suoi 140 caratteri, dà grande soddisfazione. Ecco un esempio tratto dal filone "fare l'amore con le parole: una #missione", dove gioco con spazio bianco e dimensione:


La "pausa riflessiva" vale anche per il retweet: dà un senso di libertà, che si traduce nella metaforica "boccata d'aria" per il lettore. Certo, lo spazio tra una parola e l'altra toglie spazio (?) al numero di caratteri e lo aumenta nell'affollata TL : una sfida interessante a livello espressivo/visuale.


Wharol e la ripetizione

Fondatore della Pop-Art, Wharol utilizza la ripetizione visiva per lanciare messaggi di vario tipo; primo fra tutti l'opinione personale sulla meccanizzazione industriale. Ma noi writers sappiamo bene che la ripetizione ha un senso profondo anche dentro il testo, tanto che sono arrivata a considerarla l'anello di congiunzione tra la retorica latina di duemila anni fa e il browser del ventunesimo secolo.
Sono da arresto?
Non lo so, ma Twitter non poteva mancare nel quadro totale; questo è certo.
Nel CIP di cui sopra c'è ripetizione plateale: lanciare trend riconoscibili a livello visivo e testuale è un altro degli esperimenti cui sottopongo i followers pazienti. Uno dei tanti modi per distinguere il mio stile da quello di altri enne-mila utenti.
Attenzione però: ognuno deve cercare il suo, altrimenti la ripetizione diventa "imitazione". 
Lo spirito "creativo" s'ispira a idee esistenti, ma solo per trovarne di nuove e utili.
Lo spirito "creativo" non ricicla in modo diverso: trasforma, inventa e diventa; piuttosto.


Duchamp e l'importanza del contesto

Duchamp è l'inventore del ready-made, forma d'arte reazionaria per cui un semplice oggetto quotidiano - tolto dall'abituale contesto - diventa concetto: eccolo qui un vero esempio di creatività: "leggere" un tema comune da un punto di vista originale. Duchamp ci insegna che il contesto è fondamentale per ca(r)pire l'intenzione dell'artista; ogni "segno", si sa, ha un senso letterale e uno più nascosto, intimo, personale: il lettore dev'essere in grado di comprenderli entrambi.
Su Twitter il contesto è l'hashtag: basta un cancelletto e la parola chiave per inquadrare il macro-argomento di cui vogliamo parlare. Risultato immediato? Il lettore capisce l'intenzione. Sulla home, in basso a sinistra, scorrono i trends del giorno: sono hashtag popolari; si può decidere di fare un tweet su uno di quegli argomenti oppure di seguire il "battito" dei nostri utenti. Poi ci sono acronimi e hashtag gergali che diventano virali: #soncose #sonpersone #sallo #sapevatelo #perdire #smm; e quelli più "seri", che devono essere chiari e "rimandare" al contenuto del tweet
Duchamp si sarebbe divertito a giocare sull'ambiguità del contesto per stimolare "spaesamento" nel lettore. Lancio una sfida a chi volesse tentare di creare hashtag provocatori, contraddittori, ironici, sconnessi dal testo; magari delegando il con-testo all'immagine. L'importante è selezionare la notizia - in questo, dice Duchamp, consiste il "taglio" dell'artista.
Ecco un esempio classico della maestra del CIP Valì Jolie:


Protagonista del post e argomento generale diventano hashtag che inquadrano il link.
Io divido il cancelletto dal testo con il segno " | " per l'assillo dell'ordine spaziale; ma ci sono vari elementi grafici che si possono sfruttare: dalla freccetta all'emoticon, passando attraverso le parentesi e il trattino.


Marinetti e la contaminazione tra segno e di-segno

La grande lezione di Marinetti, poeta simbolo del Futurismo italiano, è quella di liberare la parola dalla linearità tipografica e dalla rigida gabbia della sintassi. Con il suo "artificio verbo-visivo" chiudiamo il nostro viaggio creativo: i registri stilistici si fondono nella pagina per emergere dal flusso di notizie e lanciare un messaggio "contaminato" (aggettivo che amo alla follia). Non c'è più distinzione tra "segno" e "di-segno": il grafema evade dalla "griglia letterale" e s'incarna nel linguaggio universale.
Oggi l'artificio verbo-visivo si chiama copy-ad e ha il vantaggio di attirare l'attenzione del lettore sulle singole parole del messaggio. Come nel recente passato futurista - perdonate il triplice ossimoro - la comunicazione digitale "possiede la bellezza della velocità" e sfrutta tutti i mezzi a sua disposizione per dialogare con il lettore. Non a caso, il copy-ad è tornato in auge alla grande su FacebookPinterest, Instagram, Google Plus - sotto le spoglie dei quotes.
Ma - domanda che spesso mi si fa - con Twitter che sa' da fa'?
C'è la possibilità di allegare immagini ai 140 soldatini monocromi; io, però, conosco un vero mago del CIP futuristico, che - con fibra da rapper (?) - trasforma le parole in suono e di-segno.
Guarda quanta concentrazione c'è nell'esplosione creativa di Antonio Colanino:


Conclusione con domanda circolare

Ora io ti chiedo: "Quanto ti annoi su Twitter?"
Forse tanto, ma ancora per poco.
Se vuoi twittare "ad arte" devi sperimentare e trovare il tuo stile; ma, soprattutto, devi leggere il top e-book sull'argomento: "Twitter marketing: la guida completa al marketing su Twitter" di Valentina Lepore.
Poi ci ritroviamo qua, se ti va.
Pronti a (ri)negare la domanda iniziale; ormai è ovvio, mi pare.

Organizzare un post: il "non sense" dello spazio bianco

Scrivere un post vuol dire anche non scrivere.
L'incongruente non-sense è regola d'oro; anzi, bianca. 
Se scrivi sul web lo sai; e Kandinskij sarebbe d'accordo con te.
Perché?



La scrittura è sinonimo d'esplorazione creativa, come l'arte.
Le connessioni tra visual/verbo sono tante, basta tradurle in segni codificati.

Chi writer fa, lo sa.
Succede che mentre accumuli informazioni sulla vita di un artista, inciampi su quella di un altro.
È capitato a me: indagando sulla ripetizione di Wharol, mi sono persa nello spazio vuoto di Kandinskij:




Spazio vuoto = legge per domani.
Antesignano il Kandinskij letterato.

Chiaro: lui si riferisce alla superficie monocroma in generale, che non è solo bianca.
E ovvio: si tratta d'una strategia pittorica cara al modernismo, per cui lo spazio diventa sinonimo di:


  • rifiuto d'imposizione estetica
  • simbolo di ripetizione meccanizzata
  • respiro di libertà interpretativa


Ma quando il web writer legge queste parole, lo spazio vuoto si riempie di bianco.

Io non sono una pittrice; ma anche scrivere è un'arte e il foglio una specie di tela da riempire.
Sì, perché la pagina web si legge "dall'alto", come un grande disegno; al primo sguardo si notano:


  • immagni e colori
  • titoli e sotto-titoli
  • parole in grassetto
  • dimensioni e tipo di font 
  • colore dei link
  • elenchi puntati 


Ma la cosa che risalta di più è quella si vede meno: lo spazio vuoto di Kandinskij.
Paradossale ma vero.
Il lettore ha bisogno di respiro, libertà interpretativa e zero muri di parole; che, in quanto tali, ostacolano il naturale fluire del pensiero.

È un po' come osservare un paesaggio innevato dall'alto, quando l'occhio si "ancora" su case, alberi, macchie e colori per capire dove si trova; e poi - rassicurato - vaga nello spazio imbiancato. 

Andando di metafora visiva, quelle case, vicoli e palazzi (mezza cit.) sono come ancore sparse sul foglio. Quindi, che fare?


  • Evidenziamo titoli e sottotitoli, usando font di varie dimensioni
  • Sfruttiamo il grassetto per le "chiavi": al primo sguardo, devono dare un'idea dell'argomento
  • Mettiamo in corsivo i termini stranieri, gli abstract introduttivi, i brevi incisi.  
  • Introduciamo box, immagini e citazioni per interrompere la monotonia del testo 
  • Usiamo link di colore diverso 
  • Organizziamo la pagina in moduli per convincere lo sguardo a "planare" sul testo. 


Immaginiamo lo spazio bianco come realtà concreta tra un elemento e l'altro: titolo e sottotitolo, paragrafo e paragrafo, parola e parola, lettera e lettera.
Quel vuoto riempie il testo e lo rende più leggibile: il valore semantico si specchia nell'ordine visivo.

Insomma, la "legge per domani" di Kandinskij è legge per i web-writers di oggi.

Diamo spazio per riflettere e concediamolo agli altri.
Abbattiamo il muro di parole, scegliendo la non-imposizione.

Ispirare prima, respirare poi: due verbi che traducono bene il rapporto creativo/spettatore.
Con/senza l'aiuto di parole.

Fonti:
V. Kandinskij - Punto, linea, superficie. Contributo all'analisi degli elementi pittorici (1968)
"Andy Wharol: una retrospettiva", Bompiani 1990
Visual:
utopistianonimi.altervista.org

Repetita iuvant #3: web design tra visual e pop-art

Testo e visual. 
Copywriter e art-director. 
Web writer e web designer.
Sono le coppie creative del mondo pubblicitario. 
Parliamo di ripetizione nell'arte commerciale.













La pubblicità ama la ripetizione?
Sì; e nei due post precedenti ho spiegato perché:
  1. parole e concetti - figure retoriche per slogan e pay-off
  2. suono, gesto e naming - nel mezzo audio-visivo (TV, radio)
Ho anche detto che la ripetizione aiuta a memorizzare, apprendere, persuadere.
Tutte cosine che stanno al messaggio pubblicitario come la ciliegia sulle pastine.
Ma come si usa la ripetizione nel visual?
E qual è il suo significato?



Creatività = immaginazione
La prima parola che viene in mente parlando di creatività è immaginazione, intesa come "facoltà di formare e deformare immagini dal reale con potenza creatrice" (Treccani, Enciclopedia).
Non fa una piega: prima ci si forma un'immagine reale delle cose, poi si elabora una visione nuova attraverso la libera interpretazione mentale.
Bruno Munari, nel celeberrimo libro Fantasia, scrive: 

"Alcuni individui sono privi d'immaginazione, tant'è vero che esistono professionisti per visualizzare loro ciò che la creatività e l'invenzione hanno pensato. In tutte le agenzie pubblicitarie esistono i visualizer, disegnatori che preparano il bozzetto da mostrare al cliente in modo che possa vederlo".

Sì, perché pensare senza vedere è difficile. E dopo che il cliente privo di fantasia vede lo storyboard, tocca all'art director e/o al webdesigner materializzare i suoi pensieri in... visione.
Nei post dedicati alle coppie creative, ho citato ancora Munari per dire che le idee nascono sempre da idee vecchie accostate in modo nuovo: c'è la sottrazione, c'è il cambio e c'è pure la moltiplicazione.
Intuire in cosa consiste è semplice: si parte da una cosa reale e si trasforma in cosa nuova attraverso l'uso della ripetizione visiva; la dea Kalì e il cane dell'Agip sono ottimi esempi. 
Non c'è da inorridire sull'accostamento blasfemo: il procedimento è quello; tutto sta a capirne il significato. 
La domanda giusta da farsi è: perché la pubblicità sfrutta la ripetizione?
La risposta è sepolta nella pop-art di Wharol e dell'artista commerciale.



Il XX secolo = inversione dei canoni
La fine della seconda guerra mondiale sconvolge l'ordine sociale: aristocrazia e latifondi lasciano spazio alla democrazia borghese. Industrializzazione e consumo di massa plasmano l’economia dell’Europa occidentale sui modelli nordamericani: nasce la società capitalistica.
Il risvolto culturale più vistoso si ha - come al solito - nel campo delle arti visive: elités e cultura di massa si trovano faccia a faccia nella nuova realtà sociale: in alcuni casi s'integrano; in altri vince l'estetica della merce - design di prodotto, packaging, pubblicità.
Il trionfo della "massa" sui concetti estetici tradizionali produce due tipi di personalità:

  1. pubblicitari - appassionati collezionisti d’arte d'avanguardia... creativa 
  2. artisti tradizionali - che per campare diventano artisti commerciali

Andy Wharol s'impone sulla scena come interprete visionario di entrambi i mestieri. Quattro le ragioni:

  1. intuisce le connessioni tra cultura massiva e artistica, dovute al crollo della seconda nella prima
  2. impara a sfruttare l'integrazione delle due grazie all'esperienza come artista commerciale
  3. si sbarazza presto di concetti superati come "originalità" e "autenticità"
  4. appoggia la collaborazione e la comunanza d’idee - molto social-adicted non vi pare?

L’arte commerciale è il passo successivo dell’arte. Ho iniziato come artista commerciale e voglio finire come artista affarista. Volevo essere un art businessman ovvero un business artist. Essere bravo negli affari è il genere d’arte più affascinante [...] Il dipinto eseguito a mano richiede troppo tempo e non è questa l’epoca in cui viviamo [...] I mezzi meccanici offrono più arte a più persone. L’arte dovrebbe essere per tutti. La pop-art è per la massa del popolo”

Oltre che social-adicted antesignano, Wharol gioca bene con le parole; sì, perché all'epoca l'artista commerciale non è inteso come business artist, ma come individuo creativo che presta la sua opera all'immagine del prodotto. Il nostro art director insomma; che infatti è sempre... art.


Pubblicità = tabloid e business artist
Nel 1949 Wharol inizia a lavorare come disegnatore pubblicitario presso un'agenzia di New York. 
Più tardi dirà: “Mi piaceva fare pubblicità, loro mi dicevano che cosa fare e come farlo e io lo correggevo". 
I suoi lavori promuovono indumenti, profumi e cosmetici per grandi magazzini. 
Andy non ha nessun problema di coscienza; secondo lui "l’artista è una persona capace di trasformare cose banali in cose diverse e di rendere straordinario l’ordinario" [twitta]

In questo periodo inizia l'ossessione per il tabloid: un veicolo pubblicitario di grande incidenza, una vetrina per esibire oggetti di desiderio in un modo che Wharol - esperto di annunci stampa - considera creativo e capace di soddisfare i bisogni del consumatore; adora l'annuncio diretto e fedele all’imperativo del marketing: ottenere il massimo effetto con la minima spesa. Non solo. 
Wharol intuisce il potenziale del fumetto nella comunicazione commerciale e ne afferra subito il senso narrativo/seriale, come il contemporaneo Lichtenstein [scarica la guida al fumetto di Adevrcomics].
Nei suoi dipinti non aggiunge mai un tocco personale: lascia trasparire gli oggetti nella loro crudezza e nudità, simbolo lampante del consumismo di massa. 

Presto gli annunci per grandi magazzini cedono il passo alle famose pubblicità per alimenti e bevande: Coca-Cola e Pepsi, pesche sciroppate Del Monte, minestre Campbell’s
Il quotidiano rimane un'ossessione, anche come formato artistico: diffuso, ripetitivo, pieno di grandi titoli e fotografie; proprio quello che  risponde meglio alla nuova concezione artistica di Wharol. 
Le immagini di tabloid mass-media - i Disaster e le Celebrities - diventano opere d'arte manipolate. 
Il metodo è quello della fotografia, ricalcata con matrice serigrafica; l'intervento dell'artista è quasi nullo, ma Wharol trasforma il visual d'impatto in simbolo iconico, ancora oggi ben presente nella mente.

Sulla trascorsa esperienza pubblicitaria dirà: “Difficile essere creativi; e difficile pensare che ciò che fai non sia creativo. Ognuno è sempre creativo" [twitta]. 
E ancora: "fa ridere sentir dire che certe cose non sono creative: come se la scarpa che disegno per un annuncio possa essere definita creazione, mentre non lo è il progetto della scarpa stessa. Io credo nell’una e nell’altra cosa. Mi pagavano per farlo. Dovevo inventare, mentre adesso non ho più questa necessità; dopo tutte le “correzioni” quei disegni avevano qualcosa: uno stile. Coloro che mi assumevano, erano sensibili allo stile [...] Il lavoro in campo commerciale era meccanico, ma l’atteggiamento partecipe”.


Wharol = ripetizione nella pubblicità contemporanea
“Con la reiterazione, Andy ha voluto mostrarci che in realtà non c’è ripetizione: tutto ciò che guardiamo è degno della nostra attenzione. Ed è stata, mi sembra, un’importante indicazione per comprendere il XX secolo” [twitta Cage]

Con queste parole Jhon Cage interpreta il senso della ripetizione visiva nell'opera di Wharol.
In realtà il padre della pop-art sfrutta questo escamotage per diverse finalità.
Analizziamone alcune, facendo un parallelo - ove possibile - con la pubblicità odierna.



#1 - Ripetizione psicologica = morbosità
In opere seriali come i Disaster, Wharol sfrutta la ripetizione visuale per:
  • sottolineare il modo ossessivo con cui i nostri pensieri tornano a fissarsi su una tragedia 
  • mettere in risalto la fama tragica di vittime sconosciute, quando i loro corpi compaiono su migliaia e migliaia di giornali.
Anche la pubblicità odierna usa il meccanismo della ripetizione per mettere in risalto la tragedia di alcune situazioni, la loro diffusione e la loro vastità; come in questo esempio sull'incidente favelas




#2 - Ripetizione mediatica = tabloid e televisione
Centrale nell’uso della ripetizione di Wharol sarà l’assassinio di Kennedy del 1963. Durante quel lungo week-end la TV si trasforma in elemento unificante del paese, facendo propria la nuova definizione di coscienza nazionale. La reiterazione diventa più d'un espediente estetico: l'immagine moltiplicata offre un’ossessiva revival dell’evento. L'impatto visivo, unito all'alternanza d'immagini felice/triste in dipinti come Jackie, contribuisce a veicolare il messaggio: l'evento ripetuto s'imprime nella memoria collettiva.
La pubblicità odierna sfrutta lo stesso meccanismo ante/post per messaggi ironici, moralistici, tragici, riflessivi. Il paragone barra confronto rende bene i plus del prodotto.





#3 - Ripetizione complementare = pieno e vuoto
La ripetizione c'è anche in assenza di segno e Wharol la sfrutta per provocare una reazione, come si nota nella serie Electric Chairs. Qui, l'artista contrappone l'immagine della sedia elettrica al pannello vuoto per accostare la vita di prima al nulla di poi. 
La pubblicità odierna conosce questa tecnica e la sfrutta in pieno (?) per enfatizzare il messaggio.




#4 - Ripetizione massiva = ready-made e cultura commerciale
Nei primi anni ’60 Wharol sperimenta la riproduzione meccanica di oggetti ready-madeappartenenti alla vita quotidiana e lontani da ogni sentimentalismo. Le singole immagini si svuotano di significato, perché isolate o soffocate dalla loro ripetizione. L'obiettivo è quello di sottolineare la natura meccanica della produzione industriale e il carattere pratico dell’immagine.
La pubblicità odierna sfrutta questo tipo di ripetizione non per svuotare, ma per mettere in risalto il prodotto e imprimerlo nella memoria visiva del target: sono quelli che chiamiamo patterns o loops.




#5 - Ripetizione gestuale = abitudine e provocazione
La scelta della ripetizione sulla famosa serie di barattoli Campbell’s Soup Can denuncia l'abitudine del gesto quotidiano come negazione dell'esperienza soggettiva. Wharol è convinto che la base materiale della cultura di massa non sia il consumo fisico, ma il consumo di prodotti. A chi lo critica, dicendo che le sue gallerie sembrano scaffali del supermercato, risponde deciso: “Un tempo mi piaceva bere quella minestra. Ho fatto lo stesso pasto ogni giorno, per vent’anni, sempre la stessa cosa e nient’altro che quella. E ho voluto raccontare la mancanza di scelta”. Della serie: o te becchi 'sta minestra o te butti dalla finestra. 
La pubblicità odierna usa molto la ripetizione meccanica per sottolineare l'unicità del prodotto e stimolare la scelta di consumo. Della serie: trova le differenze, confronta e poi... compra.





#6 - Ripetizione equivoca = percezione del target
Klein, artista contemporaneo di Wharol, sostiene che lo spettatore percepisce come diverse... opere identiche; anche Wharol crede in questo equivoco percettivo e lo sfrutta per agire sull'esperienza visiva.
La pubblicità odierna usa la reiterazione equivoca per colpire l'attenzione del pubblico, mettere in risalto le caratteristiche del prodotto e sfruttare l'esperienza ludica.




#7 - Ripetizione bifocale = scelta del target
Wharol condivide con altri artisti dell'epoca la tecnica della composizione bifocale, che obbliga lo spettatore a guardare l’una accanto all’altra - o una sotto l’altra - due immagini identiche. Lo scopo è quello di minare l'unicità dell'opera d'arte, creando una situazione di aut-aut o un mondo di repliche multiple.
La pubblicità odierna utilizza la ripetizione bifocale per mettere in evidenza il prima e il dopo, per creare un paragone o per lasciare al pubblico l'onere di fare una scelta.





#8 - Ripetizione spaziale = organizzazione e movimento
Alla ripetizione seriale Wharol aggiunge la disposizione delle immagini nello spazio su estremi opposti: ordine ossessivo e disordine altrettanto ossessivo. Si crea un dialogo tra contraddizioni estreme: ragione/ordine e negazione/caos. Gli oggetti sono disposti nello spazio con rigore geometrico oppure sparpagliati a caso; stessa cosa succede nello spazio espositivo - galleria - che ritrae prodotti seriali simili agli scaffali del negozio. La ripetizione ordinata, poi, rende bene l'idea di movimento. 
Oggi la pubblicità replica il meccanismo per comunicare precisione, alterazione, cambiamento.




Ripetizione oggi = conclusione
I primi indizi pop-art di Wharol si trovano nel design pubblicitario: frammenti e particolari ingranditi; contrasti grafici; forme ridotte; schemi; colori; contrasti; composizione seriale
La disposizione delle opere in griglie geometriche imita la natura della merce industriale, il packaging tutto uguale, la posizione sullo scaffale; ma l'artista aggiunge creatività, immaginazione, eleganza.

La ripetizione è il principale elemento strutturale e percettivo del XX secolo; e Wharol è un prodotto dei media e del loro studio: s'interessa di grafica pubblicitaria e fa della riproduzione meccanizzata – copia, duplicato, multiplo – l'elemento fondante della sua arte, un simbolo del consumo industriale di massa. Qualcosa che, ancora oggi, fa tendere verso l'unicità.

La pubblicità odierna è il riflesso di una società capitalistica, in cui mezzi e stimoli visivi si moltiplicano a dismisura. Si parla di ripetizione industriale consapevole, che - non a caso - si esprime al meglio nell'arte commerciale e nel visual di prodotti meccanici.

Approfondimenti:
Advertising, web-design, pop-art: my Pinterest board
Patterns all around, Pinterest board
Patterns, Pinterest board
Viaggio nel mondo del loop, Cowinning's post


Le immagini di questo post sono tratte dal libro "Andy Wharol: una retrospettiva" in edizione Bompiani 1990
E dal sito ibelieveinadvertising.com
Le mie fonti sono:
"Andy Wharol: una retrospettiva" - Bompiani, 1990

Scrivere sul web? Una cosa futurist(ic)a

Inglesismi, tecnicismi, keywords.
Parole che si vedono, si leggono, si ascoltano.
Testo scomposto, ordinato, trasformato.
Questo significa scrivere sul web 2.0.
Ma siamo sicuri di essere così... avanti?
Torniamo all'anno zero.

Pioggia nel Pineto in "Parole in libertà" di Paolo BuzziAnnuncio stampa con le parole di Thomas Edison
Connessioni pericolose

Oggigiorno il risveglio equivale a un passaggio traumatico dal silenzio al frastuono.
Apri gli occhi con il trillo della sveglia elettrica; accendi la luce elettrica; fai il caffè con la moka elettrica; ti lavi i denti con lo spazzolino elettrico; ti vesti a ritmo di radio, TV, I-Pod; accendi telefono, PC, I-Pad.
Due secondi. Due secondi appena e sei connesso con il mondo.
Poi apri il cancello elettrico; accendi il motore elettrico e ti lanci nel traffico rombante.
Il silenzio non è dentro, né fuori.
Velocità, dinamismo, immediatezza.
Scrivere su nuovi mezzi di comunicazione che accorciano le distanze a ritmo di connessione.
Cose già viste in un passato futurista

No, non è un ossimoro.
Solo futuro accellerato.
Quel futuro che tu, web writer, vivi nel presente.
Sei nato "illuminato", ma sai che negli ultimi tempi tutto è cambiato.
Che effetto ha fatto un simile cambiamento sulla gente del passato? 
Milioni di uomini non avvezzi a rumori, né accellerazioni?

Scoprirai che concetti come simultaneità e percezione sono la base fondante del movimento futurista.
Un movimento artistico e culturale, che ha cambiato il modo di comunicare.
Sì, ma quanto? E per quanto tempo?
Andiamo a ritroso.
[Se non t'interessa la premessa, salta al paragrafo "Manifesto del web writer futurista"].


Uragano tecnologico

L'inizio del Novecento è un periodo segnato da evoluzioni culturali profonde.
Certo, quale epoca non lo è? Ma qui si parla di una vera e propria rivoluzione tecnologica.
Vero, ci sono le guerre con la loro trasformazione politica/sociale; ma anche scoperte che cambiano per sempre la comunicazione analogica e verbale. S'inventano aereo, radio, auto, luce artificiale. Tira un vento nuovo; anzi, un uragano che investe tutto e tutti ad altissima velocità. E gli uomini che fanno? Dipende. Alcuni restano ancorati alla tradizione; altri decidono di farsi trascinare e cercano d'interpretare la rivoluzione. In questo clima di fermento nasce in Francia il Futurismo, movimento artistico/letterario che s'impone ben presto anche in Italia.


Concetti futuristici

I capisaldi della corrente futurista - nome coerente - sono elencati nei tre manifesti (1909, 1910, 1912) composti dal poeta Filippo Tommaso Marinetti - coniatore del nome - col pittore Carlo Carrà. Sorvolando sul significato di manifesto, che ancora oggi sottolinea il fine persuasorio di politica e pubblicità, vale la pena concentrarsi sui nuovi concetti che investono l'ambito artistico e letterario:

1. velocità e dinamismo
2. immediatezza di pensiero e visione
3. coinvolgimento emotivo/attivo dello spettatore/testimone
4. rumore 
5. fiducia nel progresso

Questi concetti, strettamente connessi con la rivoluzione industriale, si traducono in immagini e parole nuove. Il taglio futurista con il passato è evidente e cercato. Artisti e poeti, musicisti e attori, cineasti e lavoratori sostengono che il mondo ha ereditato "una nuova bellezza: la bellezza della velocità" e la rendono con "una diversa concezione dello spazio".
Per capire quanto il futurismo colga alcuni aspetti della società moderna cito il fondatore Marinetti:

"[...] il futurismo si fonda sul rinnovamento della sensibilità umana per effetto delle grandi scoperte scientifiche. Coloro che usano oggi telegrafo, transatlantico, dirigibile, aeroplano, cinepresa e che leggono il quotidiano non pensano che queste nuove forme di comunicazione, trasporto e informazione esercitano sulla loro psiche una decisiva influenza [...] accelerazione della vita, coscienze molteplici e simultanee, amore del nuovo e dell'imprevisto, conoscenza di ciò che ognuno ha d'irrealizzabile e inaccessibile, visione dell'uomo moltiplicato dalla macchina, terra rimpicciolita dalla velocità, nuovo senso del mondo, voglia di comunicare con tutti i popoli, bisogno di sentirsi centro, urgenza di fissare rapporti con l'umanità, abitudine alla sintesi visuale, amore della velocità e orrore per la lentezza, sensibilità moltiplicata, inno all'abbreviazione e al riassunto".

Oibò, ma di quale epoca stiamo parlando? Quanto c'è di scrittura per il web? E i futuristi come esprimono questa rivoluzione?


Immagine

Pittori e scultori come Carrà, Boccioni, Balla e Severini rendono velocità, percezione e rumore attraverso alcuni espedienti:

1. linee di forza direzionali, che spingono l'occhio all'interno e all'esterno del dipinto
2. onomatopee intessute nella tela
3. ripetizione del particolare per rendere l'effetto del movimento in fotogrammi 
4. scomposizione della figura su più piani
5. divisionismo del colore come elemento fondante della trasformazione


Parola

Stesse intenzioni si trovano nella composizione letteraria; anzi, possiamo affermare che parola e immagine si fondono spesso in un solo significato.
Il saggio del 1913 "Distruzione della sintassi/Immaginazione senza fili/Parole in libertà" segna l'apice della letteratura futurista. Marinetti fissa nuovi mezzi espressivi per esprimere a parole l'evoluzione tecnologica di quegli anni e i concetti di velocità, rumore, simultaneità.
Il titolo esplosivo poggia su alcuni capisaldi:

1. brevità, riassunto e sintesi per comunicare l'immediatezza tra pensiero e scrittura
2. parole "liberate" dalla rigida sintassi per coinvolgere il lettore nell'ispirazione
3. artificio verbo-visivo per slegare le parole dalla monotonia tipografica e trasformarle in immagine
4. scomposizione del periodo per stimolare l'emozione e cogliere le infinite pieghe della vita
5. analogie per tradurre l'immagine in verbo
6. onomatopee per sentire il rumore della vita nel testo


Parole in libertà

Cito il fondatore Marinetti, ché ne vale la pena:

"Il lirismo è la facoltà di descrivere il mondo con i colori del proprio io mutevole. Supponete che un amico dotato di lirismo si trovi in una zona di vita intensa e venga immediatamente dopo a narrarvi le impressioni avute. Sapete cosa farà? Inizierà con il distruggere la sintassi nel parlare. Non perderà tempo a costruire i periodi. S'infischierà di punteggiatura e aggettivazione. Disprezzerà cesellatura e sfumature di linguaggio per gettarvi nei nervi tutte le sensazioni visive, auditive, olfattive al ritmo serrato delle sue osservazioni fulminee. L'influenza del vapore emozione farà saltare il tubo del periodo, le valvole della punteggiatura e i bulloni dell'aggettivazione. Mante di parole essenziali, senza alcun ordine convenzionale. Sarà più importante rendere tutte le vibrazioni dell'io [...] Lui lancerà immense reti d'analogie sul mondo [...] Questo linguaggio risponde alle leggi di velocità che ci governano [...] Il rapporto dello scrittore con il suo pubblico è come quello fra due vecchi amici che si capiscono con un'occhiata, un gesto, una mezza parola. Per questo l'immaginazione dello scrittore deve allacciare fra loro cose lontane senza fili conduttori, con parole essenziali e libere".
Parole in libertà, dunque. Parole senza fili. Parole che vivono di luce propria.


Manifesto del web writer futurista

Ti sei mai chiesto quanto siano libere le parole oggi?
Ho tratto dal saggio marinettiano alcuni spunti per la scrittura sul web, tenendo presente che in origine si riferivano al linguaggio poetico e non alla prosa.
Ma quale epoca più della nostra subisce gli effetti dell'evoluzione tecnologica e della velocità?
L'input è interpretazione: sfoghiamolo.

  • #1 Morte del verso libero
- Rivolgiti al lettore senza filtri, seguendo l'intuizione e abbattendo gli argini della sintassi: immediatezza e ispirazione devono essere fiume in piena come la correttezza.
- Stimola la partecipazione: coinvolgi, avvolgi, abbatti i costrutti.
- Evita la retorica e i luoghi comuni, espressi in modo telegrafico.

  • #2 Immaginazione senza fili
- Azzarda analogie originali e libera le immagini. "L'analogia è l'amore profondo che collega cose distanti, apparentemente diverse e ostili [...] Le immagini non sono fiori da scegliere e cogliere con parsimonia: quanto più contengono rapporti vasti, tanto più conservano la loro forza stupefacente".
- Aiuta la percezione con "metafore condensate, somme di vibrazioni, nodi di pensieri, ventagli chiusi o aperti di movimenti, bilanci di colore, dimensioni, pesi, misure, velocità delle sensazioni, tuffo della parola essenziale nell'acqua della sensibilità senza i cerchi concentrici che la parola stessa produce, riposi dell'intuizione".

  • #3 Morte dell'io letterario
- Rendi esplicito l'impercettibile, l'invisibile, l'infinitamente piccolo "non già come documento scientifico, ma come elemento intuitivo [...] La vita molecolare deve mescolarsi nell'opera d'arte e far vibrare le parole insieme al dramma dell'infinitamente grande: questa fusione è la sintesi della vita"
- Sottolinea con artificio verbo-visivo i termini più importanti - colore, grassetto, corsivo
- Evita il più possibile l'aggettivo qualificativo, perché arresta l'intuizione; se isolato è come un semaforo che blocca l'immediatezza del testo e diventa più ingombrante del sostantivo.
- Sfrutta il verbo all'infinito, ch'è "tondo come una ruota e adattabile a tutti i vagoni del treno discorsivo/analogico. L'infinito anarchico dà velocità allo stile: rifiuta il soggetto, nega il periodo, impedisce al discorso d'arrestarsi e sedersi in un punto determinato. L'infinito è tondo, gli altri modi e tempi verbali sono triangolari, quadrati, ovali".
- Ricorri all'onomatopea e fai vibrare nel testo i rumori della vita moderna

  • #4 Rivoluzione tipografica
- Rompi l'armonia tipografica della pagina, ch'è "contraria al flusso e al riflusso, ai sobbalzi e agli scoppi dello stile scorrevole". Quando scrivi sul web fai vedere il ritmo attraverso:
  1. organizzazione e scomposizione della pagina in micro-contenuti: blocchi, elenchi, link, paragrafi, sottotitoli, spazi bianchi
  2. fantasia dei caratteri in manifesti, annunci e copy-ad: font diversi, distribuzione casuale nello spazio, uso del colore per comunicare emozione
Cito Marinetti: "con la rivoluzione tipografica e la varietà dei caratteri voglio raddoppiare la forza espressiva delle parole e imprimere loro tutte le velocità: degli astri, delle nuvole, degli aerei, dei treni, delle onde, della schiuma marina, delle molecole e degli atomi".

  • #5 Ortografia libera espressiva
- Rendi immediatezza e velocità con riassunto, sintesi e brevità.
- Elimina la punteggiatura eccessiva.
- Deforma, taglia, allunga le parole "rinforzando il centro o l'estremità, aumentando o diminuendo il numero di vocali e consonanti". Scrivi come parli e libera il testo in nome dell'ortografia espressiva.


Futurismo tra passato, presente e futuro

Per concludere torniamo alla domanda iniziale: quanto rimane dell'eredità futurista nell'era 2.0? 
Un bel po' mi pare, sul piano visivo e anche verbale. Inutile far notare che c'è coincidenza storica: l'evoluzione tecnologica investe la società moderna alla velocità della luce.
E l'uomo che fa?
Dipende: qualcuno rimane ancorato al passato; altri si fanno trascinare dal presente.
Immediatezza, brevità, rumore, connessione, partecipazione, coinvolgimento. 
Un modo nuovo di relazionarsi con il mondo, attraverso mezzi di comunicazione che abbattono le distanze e ampliano le prospettive
A distanza di cent'anni, i concetti alla base dell'evoluzione sono gli stessi: aumenta solo la potenza.
Oggi, come ieri, la parola cambia, evolve, s'adatta; si legge, si vede, s'ascolta.
Sempre la stessa musica?
In un certo senso sì, ma il web writing 2.0 battezza il "testo a fisarmonica": s'accorcia nell'intuizione fulminea di 140 caratteri; s'allunga nei link; s'organizza in elenchi puntati; si scompone in caratteri tipografici; si ordina nella pagina web; si lib(e)ra nello spazio di annunci, board, manifesti.
Le singole lettere sfuggono al controllo per investirci con la loro irruenza evocativa.
La parola si forma, deforma, trasforma; diventa chiave del motore che tutto (s)muove.
Il confine tra testo e visual è sempre più labile; quello tra passato e presente quasi assente.
La scrittura interpreta l'evoluzione e crea il suo spazio sui nuovi mezzi di comunicazione.
Uno spazio che parla sempre di noi, del nostro tempo e della nostra psiche.
Ieri, oggi e - forse - anche domani.
Approfondimenti:
Analogia, Treccani
Word's Art, board Pinterest
Fonti:
Manifesto Tecnico della Letteratura futurista, maggio 1912
Saggio "Distruzione della sintassi, immaginazione senza fili e parole in libertà", Marinetti - maggio 1013
Wikipedia: "Futurismo" e "Parole in libertà"
Treccani.it "Futurismo"
Visual:
"La pioggia nel pineto dannunziana", Paolo Buzzi - 1914
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