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Quotes: a quanto li quotiamo?

Il sentiero del web è costellato di quotes, manco fosse quello di Pollicino. 
Ma quante stelline e quanti pollicini guadagnano i quotes?
A quanto li quotiamo in termini d'interazione e "pane quotidiano"?
Facciamo il punto della situazione.


Inizio questo post con una sottile provocazione; e lo faccio con una variazione sulla congiunzione. 
Mi pare ovvio che Bruto, figlio adottivo di Cesare, non quotava affatto il suo modo di fare politica - e non escludo che l'abbreviazione del vocativo mihi in mi sia da attribuire a questa disamina qui [rido molto].

Ri-componiamoci.
Vero è che mille quotes invadono le pagine web: quel tanto che quand'è troppo... stroppia e scoppia.
Layout, font, strumenti veloci per citazioni visual: ogni mezzo è lecito per colpire l'attenzione dei lettori con parole, parole e... parole. Una mina (?) vagante che rischia di oscurare il senso con l'overload del verbo. Paradossale, non trovi?

Io sono pazza; ma l'esempio latino è parecchio azzeccato: si sappia. Perché la citazione BARRA quote viene da lontano; e la sua etimologia unisce l'inglese al linguaggio... nostrano.


Lo vedo scritto su tutti i muri...
... e pure su tanti diari. Dai su, non abbiamo inventato niente.
Facendo un giro a Pompei, scopriamo che i giovanotti (?) di 2000 anni fa imbrattavano i muri con scritte d'ogni tipo: c'erano quelle dipinte [manifesti elettorali] e quelle incise dalla gente comune; c'erano le frasi, ma anche i disegni. E, ovviamente, non potevano mancare le citazioni dei poeti più in auge: Lucrezio, Virgilio, Orazio, Ovidio; erano loro i "cantautori" del tempo, attraverso cui lasciare messaggi ai posteri. 
I romani, poi, avevano più fantasia di noi e storpiavano i versi a loro piacimento.

E che dire della mitica Smemoranda anni '80?
Non so voi, ma la mia era piena di frasi memorabili: Beatles, Doors, Ghandi, Wilde [non esattamente in ordine alfabetico, ma secondo l'umore del momento]. Da sempre la citazione è un modo di veicolare idea. pensiero, emozione [Sì, lo faceva pure mia mamma secondo me].

Stiamo, quindi, regredendo a una fase adolescenziale? 
Sono le nostre bacheche ridotte a un wall di citazione selvaggia e banale?
No, io non credo: semplicemente il linguaggio visual del web si muove tra il copy-ad promozionale e la necessità d'interazione sociale; il che è uguale al sempiterno quote che nessuno può negare.
"Ue', l'ha detto lui/lei eh; tu sai chi è? Come puoi non approvare?" - Eh certo. 
Peccato accada spesso che non conosciamo bene il personaggio che osiamo citare; e che spesso non è proprio quello corretto per un determinato contesto.
Quotare sì, quindi; ma a caso anche no. Approfondiamo?


Io (ti) quoto
L'italiano proprio non ci piace: pace.
Eppure l'inglese quote - tu guarda un po' - deriva dal latino quotus [quanto? In che numero?] se pur variato dal medievale quotare [segnare con i numeri - riferito alle pagine di un libro].
In italiano la quota è un valore numerico, il cui significato si estende a comprendere molti soggetti diversi: una persona [professionista quotato]; un titolo in borsa; i contributi versati; gli elementi di una lista ben ordinati; le misure di monti, luoghi, edifici più o meno alti.

L'anglosassone quote risale al medievale "segnare le pagine di un libro", dove si annotavano appunti a margine e dove si trovavano le citazioni riportate nelle fonti; per traslazione quotare diventa "riportare una frase dell'autore" - chiunque esso sia. 
Per questo il termine risulta tanto famigliare e spopola sul web: commentare un post con il neologismo "ti quoto", significa appoggiare il pensiero del suo autore - non per forza conosciuto urbi et orbi. 
Un verbo pragmatico, dunque, che spinge all'azione "mi piace, stellino, ri-condivido". 
Un verbo che si adatta bene alla dimensione scritta; meno a quella parlata. 
Un verbo che "pesa", ma non distingue tra la fonte "comune" e quella accreditata.
Ma che cos'è la citazione? Qual è la sua legislazione? E come si usa in comunicazione?


Legislazione e fonti
Citare significa "riportare in un testo l'espressione di una persona diversa dall'autore". 
Ci devono essere le virgolette prima e dopo; e le fonti originarie solo dopo. 
Possiamo citare tutto: anche un luogo comune, un accenno figurativo, un detto proverbiale.
E possiamo anche variare. Ma com'è regolamentato questo... tutto?

Ovviamente dipende da paese a paese; basti sapere che, mentre negli USA vige il Fair Use, qui in Italia abbiamo una legge sulla "protezione del diritto d'autore" che risale - oh my God - al 1.941.
Una cosa nuova, insomma; adatta a regolamentare il nuovo linguaggio digitale. 
Sia messo agli atti che la SIAE ha preteso compensi sui diritti d'autore anche per l'attività didattica. 
Sì hai capito bene: non c'è limite al peggio. In ogni caso, il Governo ha risposto che la nostra legge del 1.941 può essere equiparata a quella statunitense; e noi siamo contenti: WikiQuote forever; ma pure The Oxford Dictionary of Quotation e The Columbia Dictionary of Quotations. 
E be', ma ti pare.


La citazione in comunicazione
Perché si cita tanto?
Le ragioni sono più d'una e dipendono dal mezzo; limitandoci al web, direi che quelle principali sono:

  • visive - le parole emergono dalla pagina con una potenza maggiore e attirano gli occhi del lettore: font, disegno, colore spingono il messaggio oltre il muro nero e bianco; impossibile non leggerle, per quanto i nostri occhi scorrano veloci
  • emozionali - la citazione esprime uno stato d'animo di cui ci sentiamo partecipi e in cui vogliamo coinvolgere il lettore: l'importante è rispettare il contesto
  • evocative - la citazione troneggia su foto, immagini, luoghi che immortalano nel tempo un pensiero riflessivo, ma anche "sensitivo" [vista, olfatto, gusto, udito, tatto]
  • partecipative - la citazione esprime a caratteri cubitali un pensiero che condividiamo; usiamo le parole degli altri per far capire meglio chi siamo
  • interattive - le parole condivise a gran voce, quasi urlate nel mare del web, vogliono (in)cantare; per non interagire, bisognerebbe tapparsi occhi e orecchie a livello mentale

Che dire, poi, dei quote-bio [le citazioni nelle bio di Twitter] o dei progetti come twitteratura, dove si citano autori in 140 caratteri sulla base del tema giornaliero?
Insomma, il quote funziona. E quando una cosa funziona, abusarne è molto facile.
Forse bisognerebbe imparare dalle antiche genti romane: per essere originale, bisogna osare.


Personal Branding: quotare "cum sale"
Sai cosa? Io non quoto più la citazione selvaggia: m'ha scucciat'.
Il messaggio polisenso, buttato là senza senso, alimenta la polemica: personaggi storici, di cui manco si conoscono le vite, vengono scagliati sulle bacheche come un sasso nello stagno per aumentare le cerchie. Non approvo per un semplice motivo: sarebbe come prendere un libro, aprirlo a caso, estrapolare una riga dal contesto e lanciarla nel pubblico consesso - che non ha la giusta autorità [con tutto il rispetto]. Penso a quanti autori si strapperebbero i capelli se assistessero a questo processo - mi vengono in mente quelli del povero Einstein che già erano pochetti e ancor meno n'erano rimasti dopo l'abuso in stile Pop-Art.

Mi chiedo, poi, perché l'auto-quote sia out: citare noi stessi è forse un problema? No: sarebbe un ottimo escamotage per fare personal-branding con un sacrosanto pizzico di creatività.
I miei quotes sulla pagina Copywriter Input parlano di me: ironia, variazione sul tema, pensiero. Citazione senza quartiere tra poster e Facebook Cover.
Non è facile e forse è proprio là che sta il problema: tocca pensare a qualcosa di originale; ma anche riuscire a centrare il messaggio in poche, chiare, significative parole.
Scrivere quotes partoriti dal nostro cervellino è un ottimo esercizio riassuntivo: possiamo sfruttare l'ironia, esprimere pensieri sul nostro lavoro, condividere emozioni; e, soprattutto, possiamo distinguerci e risultare originali. Non siamo nessuno, ma i nostri lettori ci devono conoscere; tante volte le citazioni possono nascere proprio con la loro partecipazione. Qualche tempo fa, sempre sulla pagina Facebook, abbiamo creato quotes sulle variazioni latine: eccoli qua.

Ciò non toglie che il quote classico possa risultare comunque vincente; sempre che sia coerente e in linea con la nostra immagine coordinata. Se sono una fashion blogger e cito Audrey Hepburn. per esempio, devo sapere che sto dando un'immagine precisa di me, del mio stile e del mio target: scrivere un post o farsi una foto con la scarpa leopardata potrebbe risultare... destabilizzante.


Teaser su temi, prodotti e personaggi: facciamoli parlare
Il disumano abuso di citazioni si limita all'essere umano. Certo, lui parla... quindi è chiaro.
Ma il mestiere di comunicatore è - prima di tutto - saper creare qualcosa di nuovo.
La mia domanda è: un oggetto si può auto-citare? E il personaggio di un romanzo? O un post che non è ancora stato scritto? Forse sì, se ci muoviamo sul web.

Mi è piaciuto molto il lavoro di Annarita Faggioni con i protagonisti del nuovo libro: una via di mezzo tra storytelling e quote in teaser. Personaggi che si auto-citano e anticipano il loro ruolo nella storia; un espediente per stimolare il lettore e accrescere la sua curiosità. 

Ma se facessimo lo stesso con un prodotto/testimonial? 
Qui si potrebbe spaziare tra storytelling - nel caso in cui il prodotto sia già presente sul mercato; e teaser - nel caso in cui volessimo lanciarlo in un prossimo futuro.
Insomma, cosa racconterebbe l'anziano Coccolino? E come parlerebbe il nuovo fagottino?

Che dire poi del post-blog? E della social-bio?
Nel primo caso penso a poche righe incisive che colpiscano il lettore dritto al cuore - e prima di scoprire il contenuto. Un estratto visuale in teaser che anticipa il messaggio principale.
O più di uno. Chissà.
Poi ci sono le mini-biografie di social network come Twitter, dove la citazione occupa una parte - o tutti - dei 160 caratteri a disposizione; amiamo descriverci attraverso frasi memorabili. Quest'è. E come i nostri antenati andiamo di variazioni o rettifiche dissacranti barra ironiche.


Brand Identity tra copy-ad e storytelling
La strategia del messaggio visuale non è nuova nella comunicazione pubblicitaria.
Ho già parlato del copy-ad [che a malapena si distingue dal quote].
E sono davvero tanti gli esempi di aziende che citano i loro fondatori per raccontare la loro storia e i loro prodotti: il vantaggio è far capire bene chi siamo, da dove veniamo, quali sono i nostri valori e su quali leve vogliamo puntare in futuro. Ma possiamo anche veicolare le nostre capacità e i nostri servizi con piccoli suggerimenti auto-citati: è quello che fa la Glisco Marketing di Veronica Gentili.

Io stessa sperimenterò a breve la prima soluzione: lavoro in un'azienda che ha venduto carta fino a tre anni fa; e che oggi si trova a cambiare il suo core-business per vendere un prodotto elettronico.
Il problema è ottenere la stessa credibilità; perché no, inizialmente non ce l'hai. Nello stesso tempo, però, hai un vantaggio netto sulla software-house che entra oggi nel settore: conoscere bene il tuo cliente e il modo in cui lavora. Un vantaggio da sfruttare in pieno, facendo capire che non ti sei lanciato sul mercato come uno sciacallo a seguito di una legge ministeriale: tu in quel mercato ci sei sempre stato. Sarà, quindi, il fondatore Mario a parlare attraverso le nostre pagine social; sarà lui a raccontare il valore dell'esperienza su carta e il modo in cui l'abbiamo trasferita sul prodotto digitale.

Ovviamente la comunicazione visuale è solo un tassello di un piano ben studiato e si deve sposare con l'immagine aziendale. Ricordiamoci che i quotes - come la scelta dei colori, dei font e del layout - danno un'idea precisa di noi all'esterno: che le parole siano nostre o di altri, cambiare quell'idea nel tempo sarà molto difficile. Ultimo esempio? Il chiacchierato quotes di Ceres sulla questione Napolitano; a me ha fatto tanto ridere... ma può un brand sbilanciarsi su un'idea politica? In questo caso mi pare in linea con la comunicazione aziendale; e, quindi, sì. Un plauso all'originalità auto-quotata.


Concludendo
Tu quote il quote?
Io sì, quando non è bru(t)to abusato e banale.
In pieno stile latino, il quote si confonde tra citazione autorevole e autoriale, poster pubblicitario e manifesto elettorale, immagine aziendale e stile personale.
Ma l'albero della cuccagna, prima o poi, smetterà di dare frutti: non tiranneggiamo sulla creatività.
Come dice Umberto Eco "siate avari di citazioni".
Facciamogli eco (?) noi comunicatori. E facciamolo per tutti.
Cià, cià.

La creatività conquisterà il mondo (?)

Una tavola rotonda.
Un Capodanno medievale.
Un perfetto sconosciuto - fino a un attimo prima - che dice una frase. 
E tu vai fuori fase.
La testa non è più su quella tavola rotonda medievale.
Lei ripete quelle parole e si chiede: "Saranno vere?"


Iniziamo il primo post del nuovo anno con la pubblicità dell'effervescente Brioschi.
Sarà perché ti auguro 365 giorni effervescenti?
O perché ci sarebbe da digerire un bel po' di alimenti?
Mmm... non proprio.


Continuiamo il post d'inizio anno col gladiatore più famoso degli ultimi tempi: Maximus Decimus Meridius.
Sarà perché ti auguro 365 giorni da leone - che non si arena in ogni dove?
O perché vorresti trascorrere ante-meridiem e post-meridiem di ogni singolo giorno in modo sereno, propositivo e... ingordo? Mmm, nemmeno.

A volte metafore visive effervescenti, luoghi comuni irriverenti e personaggi d'altri tempi s'intrecciano in strani presentimenti. Sempre che tu riesca a seguire i miei - astrusi - ragionamenti.


Capodanno medievale
Quest'anno il capo ce lo siamo sparato medievale.
Già da un po' volevo fare questa esperienza: perché non guardare il futuro con uno sguardo al passato? Negli ossimori c'è tutta l'ossatura della vita [secondo me]. E anche l'ottimismo [forse].
Location perfetta, immersa nella nebbia padana.
Menu da acquolina in bocca.
Personaggi d'altri tempi che accompagnano le portate con musiche medievali e gingillose risate.
Unico neo: i tavoli sono per otto persone; e noi siamo due. Il gira-la-ruota sa un po' di Capodanno partenopeo, dove con la fortuna si gioca. Mi piace sfidare la dea bendata, ma non quando si tratta di esseri bipedi mai visti [umana diffidenza figlia dell'esperienza].

E invece... sono stata fortunata; al mio tavolo tre coppie:

  • lui: lavora con le onotologie googoliane del knowledge graph; lei: lavora con la scuola e organizza corsi pedagogici
  • lui: lavora in banca e tratta con le aziende; lei: sta in Brasile e si vuole trasferire
  • lui: avvocato civilista; lei: cubana con partita IVA e occupazione nel visual merchandising

C'è di che parlare; e il vino - buono - scioglie la lingua a fiumane.
Ovviamente trascorsi pochi minuti ci conosciamo da una vita; tutti.


Discorsi romani
Mi stavo già perdendo nella questione "ontologie e ricerca semantica" quando l'Avv. - che sta per avvocato non per avvoltoio come qualcuno ha commentato - mi cita Cicerone.
Scusate l'allitterazione, ma Cicerone è la citazione [in giudizio?] per antonomasia. Il mio orecchio destro capta il nome; e la mia attenzione saluta il gigante Google per entrare di stra-foro (?) nella questione.

Dico: "Il grande oratore! Principe della retorica! Il faro che illumina ogni giurista degno di questo nome...!" - poi non ricordo gli altri sproloqui, ché a un certo punto parlava l'Amarone.
L'Avv. s'illumina più del candelabro purificatore che ci divide e urla: "Quale onore parlare di Cicerone a una tavola rotonda medievale!"

Non mi avesse mai dato il "la".
Mi è toccato metterlo in guardia sul fatto che Cicerone - ormai anziano - era stato messo nel sacco - o, meglio, la sua testa - dal diciassettenne Augusto: l'unico essere umano che aveva sottovalutato. L'esile, pallido, femmineo Ottaviano l'aveva colpito nel suo tallone d'Achille: l'orgoglio vanesio; e, fingendo di pendere dalle sue labbra come il pregevole lampadario in vetro di Murano che oscillava pericolosamente sul nostro tavolo, l'aveva infine raggirato per scaraventarlo nelle liste di proscrizione. Con lui, la sua testa forata - e appesa sui rostri del foro.
"Quindi attenzione alle false lusighe Avv.: quelle, ancora oggi, sono il vostro tallone d'Achille" - gli dico sorseggiando il bianco. Risata generale.


Pubblicità
Non so come siamo passati alla pubblicità. Anzi sì.
Da Cicerone alle serie televisive americane che massacrano usi, costumi e verità romane è stato un attimo. L'Avv. mi dice che qualche anno prima su Men's style - in effetti si vede che ci tiene al suo aspetto - avevano pubblicizzato una palestra con l'immagine del Gladiatore: un testimonial d'eccezione per energumeni gonfi, bombati e fissati col body-building - in effetti lui, gracilino, gracchia su terzultimo e penultimo aggettivo.

Povero gladiatore: che fine! E, a seguire, le solite riflessioni su marketing, comunicazione, target, status symbol e pubblicità nel grande spazio.
Chi fa questo mestiere è un genio: siamo d'accordo sulla tesi, anche se il limite etico è spesso sfumato [con il bianco dell'antitesi]. Ed è così, in un lampo, che salta fuori l'esempio della creatività per eccellenza: l'effervescente Brioschi e il suo cinghiale nello stomaco - ci mancava il luogo comune medievale per chiudere il cerchio. Sarà che avevamo mangiato tanto.

L'Avv. ride stridendo come un avvoltoio - ma con un becco acuto e buono.
E poi dice: "Chi ha una creatività così può conquistare il mondo".

A questo punto mi perdo nell'oblio e non seguo più.
Avere una creatività così fa conquistare il mondo?


Più creat(t)ivi
Collegando periodo romano e Capodanno partenopeo, mi viene in mente l'eruzione vesuviana del 79 d.c. - sì, devo allontanarmi dal mio Google cerebrale.
Voglio, quindi, citare l'educatrice Sylvia Ashton-Warner, che - al di là del secondo cognome cartonato e premonitore della missione - definisce così il suo ruolo:

Vedo la mente di un bambino come un vulcano con due sfoghi: distruzione e creatività

Il bambino, si sa, è più vicino al momento della creazione: lo diceva anche Picasso.
Ma vero è che per creare bisogna prima distruggere e scomporre: singoli elementi già esistenti si uniscono - trasformandosi - per dar vita a un'idea nuova. Che vi dicevo sulla potenza dell'ossimoro?

Quindi: la creatività può conquistare il mondo?
Forse sì, a costo di saperla valutare, esaltare e... calibrare. Direi piuttosto incanalare, come l'acqua di un fiume nel condotto di un acquedotto.
La creatività nasce spesso dalla crisi: una scelta diversa in un momento storico difficile. Tant'è che non esiste creatività senza invenzione, immaginazione e fantasia. Si sa.

Eppure, sapere di averla e non potersi mettere alla prova... be'... quello non va per niente bene.

Tutti questi pensieri li ho fatti nella mezz'ora prima del BOTTO.
E prima di fare il botto, auguro a questo paese di saper riscoprire i suoi talenti e di dar loro il giusto valore meritocratico: Università private, agenzie pubblicitarie, aziende che operano nel settore del management culturale... sappiate guardare oltre le vostre "conoscenze". Fate rete nel modo giusto.
Augurare una rinascita, non è affare da aùgure romano che prevedeva il futuro nelle viscere della vittima sacrificale: tutti noi vogliamo vivere; e, con il vostro permesso, lavorare.

QUINDI(DI)CI anche tu duemila volte sì a parole come rinascita, cambiamento, speranza.
Più fiumi di creatività per tutti.
E che siano liberi di (s)correre a dovere dentro le viscere italiche e nelle nostre... vene.

Comunicare digitale #1: dal feedback all'interazione

Ue' comunicatore, ti sei accorto che l'Internette ha messo in atto una rivoluzione? 
Il digitale è sceso fra noi carico di scosse elettr(on)iche. Nulla è più come prima. 
Elettrizzante? Già; ma tutto questo che "senso" ha?



O no?

La comunicazione è un circuito che mette in relazione più persone: alcune lanciano messaggi, altre li ricevono e rispondono di conseguenza. Il meccanismo è quello dello scambio continuo.

Ma può succedere che il circuito tradizionale faccia il corto in un tempo... corto (?)
Quasi un lampo di luce - elettrica - che squarcia il ciel sereno.
Perché se il mondo della comunicazione è scambio, c'è anche cambio, rotazione, rivoluzione.
Quel circuito elettrico diventa elettronico. E niente è più come prima: manco la gente.
BIT BIT.


Scambi e (ri)cambi

Noi tutti, oggi, abbiamo avuto la fortuna di vivere in linea diretta, on-line, una grande rivoluzione: l'avvento della tecnologia digitale. La reazione iniziale è stata rotazione di cose che non dico; ma alla fine ecca-allà: tutto cambia e si trasforma al battito di un click. Sì ma... tutto cosa?
Tiriamo giù qualche (ap)punto/assunto:

  1. il circuito comunicativo avviene tra chi lancia un messaggio e chi lo riceve
  2. il "codice" del messaggio dev'essere capito e "condiviso": ovvio che il pubblico italiano non è in grado d'interpretare un'ideogramma giapponese [evitiamo di consigliarlo]
  3. il "codice" del messaggio dev'essere accettato e "condiviso": ovvio che il pubblico giapponese non può comprendere la gioia del bianco, dato che per loro è il colore del lutto [è così, ebbene sì]

Conseguenze in filo diretto?
Chi emette il messaggio - scritto, visuale, corporeo, vocale - deve curarlo in termini di chiarezza, gusto estetico, coerenza; e calibrarlo sul tipo di ricevente: pena una comunicazione perdente.
Fin qui niente di nuovo sotto il cielo - solare - della comunicazione tradizionale.

Ma cos'è cambiato all'orizzonte? 
"Tutto. Niente" - direbbe Saladino alla fine della sua crociata.

Lo schema di base rimane lo stesso, ma ci sono alcune variazioni:

  • il canale verbale e analogico comprende il digitale 
  • il rumore aumenta di pari passo con l'accelerata diffusione
  • il contesto diventa globale e - spesso - ambiguo
  • l'interlocutore è il lettore, ma anche il motore che tutto filtra e... "move"

Questo richiede competenze diverse.
Ma la vera svolta nel meccanismo di "scambio" è sul feedback, che diventa interazione.
Il perno su cui ruota il circuito elettronico è la parola ripetuta nel primo elenco: condivisione.


Dal "Business to Consumer" al "Business and Consumer"

L'abbiamo detto:

  1. condiviso dev'essere il codice
  2. condiviso dev'essere il contenuto del messaggio
  3. e condiviso dev'essere anche il contesto, che lega le singole parole all'ambiente coerente

Ma oggi la "condivisione" assume una quarta dimensione: la diffusione del messaggio dopo la ricezione. Chiamala interazione prima, condivisione poi..

Sembra poco, invece è tanto.
Il feedback non si misura più con i soliti meccanismi di risposta auto-referenziale a colpi di percentuale commerciale; o, almeno, non solo con quelli.
Il gradimento passa attraverso il dialogo, la diffusione globale e la condivisione di valore.
L'azienda di oggi deve lanciare messaggi e rispondere in modo diretto, veloce, schietto; la responsabilità aumenta in termini di coerenza, storia, qualità.
Il business si costruisce anche CON il pubblico e non solo per/verso il pubblico; la differenza è sottile, ma spessa al tempo stesso (?) Le paroline magiche, già incontrate nel post sull'etimologia di comunicazione, sono ascolto e partecipazione.


Schemi capovolti

L'abbiamo detto:

  • c'è chi emette un messaggio e attende la risposta
  • c'è chi riceve il messaggio, valuta se accettarlo e interagisce di conseguenza

Il difetto della comunicazione tradizionale è che a volte funziona come un circuito elettrico: il segno positivo sta dalla parte di chi conduce il gioco; quello negativo di chi lo subisce.
Una logica unidirezionale che non rispecchia l'origine della parola e il senso di "dono/scambio".

Il merito della comunicazione digitale è stato quello di mandare in corto il circuito, per sostituirlo con quello elettronico. Le carte in tavola sono cambiate: se non dialoghi e non racconti chi sei, il pubblico risponde "picche".  Perché lui, il pubblico, non ci sta più a essere considerato meno; e oggi ha tutti i mezzi per far risuonare le sue ragioni/opinioni.

Adeguarsi a questo stato di cose significa recuperare il senso di comunicazione come osmosi bidirezionale: prima si ascolta; poi si risponde per soddisfare.
Il dialogo diventa fondamentale tanto quanto il monitoraggio del feedback.
Cambio imposto e stravolgimento unidirezionale stramazzano sotto i colpi del mezzo social(e).
Inutile starnazzare doloranti: tutto questo è poco male, quando tutto si fa bene.


Qualche steps [secondo me]

Sono sei gli steps della nuova comunicazione digitale per mettere in circolo know how globale:

  1. dialogare con il pubblico e capire le sue esigenze
  2. scegliere il mezzo adeguato per veicolare i plus
  3. lanciare un messaggio chiaro, fresco e trasparente 
  4. ascoltare, di nuovo, la gente (interagire)
  5. rispondere sempre e in modo coerente
  6. sperare nella condivisione di valore ai quattro angoli del world [wide web]

Alcuni punti sono gli stessi della comunicazione tradizionale; la vera differenza, a mio parere, sta nella modalità di approccio/risposta:

  • dall'ascolto massivo in termini di ricerca di mercato ---> al dialogo con il singolo "sul campo"
  • dal mezzo unidirezionale ---> a quello interattivo
  • dal messaggio - spesso - ambiguo ---> a quello trasparente
  • dal feedback "numerico" ---> al dialogo costruttivo
  • dalla risposta imposta ---> alla responsabilità coerente
  • dal passa-parola ---> alla condivisione globale

Cambia, poi, e si allarga a dismisura il "mercato di riferimento": essere sul web significa essere in contatto con il world; l'epic fail non si lava più in casa, ma si asciuga con le gocce di sudore di fronte a un pubblico di vasta dimensione.
Ne consegue che per comunicare digitale ci vogliono conoscenze diverse, che prima avevano solo le grandi agenzie internazionali - in primis l'ormai imprescindibile legame tra immagine e parola, tradotto in una serie interminabile di copy-ad/quote.


Il buono, il brutto e il cattivONE

C'è del buono, del brutto e del cattivo nella rivoluzione digitale dell'Internette.
Stavolta non l'ha detto Saladino, ma lasciatemi passare il titolo poco aulico e divino.

Di buono c'è che la comunicazione torna ad essere bidirezionale e condivisa: sbagliare, oggi, significa pagare. Tutti possono comunicare = tutti sono emittenti e riceventi di BIT/click; ma sopra-tutto, tutti leggono, si confrontano, esprimono il loro parere. Su tutto: anche te, il prodotto e/o l'intero brand.

Qui arriviamo al brutto, ch'è - ovviamente - anche cattivo.
Perché se dialogare è giusto e fondamentale, il fine dev'essere sempre costruttivo e non... gratuito.
La libertà ha un costo più alto della prigionia; vero, quanto paradossale.

Liberare le parole significa farle circolare per una condivisione di valore. O no?

Allenare la creatività: l'oggetto comunicativo

"Ehi ciao, che lavoro fai?"
"Il creativo. Faccio il creativo"
... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...
Dialogo caduto. Interrotto. Smorzato con segnali Mors.
Succede anche a te? 
Forse l'errore sta nell'abusata definizione; ma la creatività esiste e si può allenare. Che dici, si fa?


Questo post inizia con una frase ch'è anche una provocazione: l'amica d'infanzia Simona, spiace dirlo, ha più di qualche ragione. Creatività è una parola che sfugge a qualsiasi definizione: impossibile ingabbiarla in un raggio d'applicazione.
L'aggettivo "creativo"  fa la sua prima comparsa nel vocabolario durante il Rinascimento; per il sostantivo "creatività" bisogna attendere la metà del '900. Ma il colpo di grazia alla chiarezza semantica lo dà l'aggettivo sostantivato "il creativo", neologismo pubblicitario d'inizio anni settanta.

"Italiani popolo di santi, poeti e... navigatori".
Sull'ultima qualità metaforica da "spippolatori" non ci sono dubbi; ma ne manca una per cui siamo conosciuti in tutto il mondo: creativi. Siamo il popolo dell'arte, dei colori, della vita; e sappiamo adattarci per vivere-sopra.

Mi viene in mente a questo proposito il video-lezione di Bruno Munari, in cui fantasia, invenzione e immaginazione diventano strumenti al servizio della creatività:

  • fantasticare significa pensare a qualcosa che non esiste, se non dentro la propria testa; "fantasia" ha la stessa radice di "fantasma": vedo ciò che non c'è, senza tener conto dell'utilità
  • inventare significa pensare a qualcosa che prima non c'era, ma con finalità pratica; l'inventore può anche non badare all'estetica di un oggetto: l'importante è che funzioni
  • immaginare significa vedere ciò che fantasia e invenzione pensano; possiamo cogitare tante cose, ma se non riusciamo a vederle non c'è creazione

Salto nell'infanzia

La macchina corre veloce: naso schiacciato contro il finestrino, orecchie tese sulla fessura sibilante, sguardo lanciato verso l'orizzonte sognante. Quello di trasformare le nuvole in animali, cibarie e oggetti strani è un gioco che abbiamo fatto tutti: l'essere umano è una creatura che nei primi anni di vita esprime al meglio la sua creatività; partire da cose esperite per combinarle in modo nuovo è un'abitudine che si dissolve col passare degli anni [quelli che ci separano dall'atto della creazione stessa]. Un po' come fanno le nuvole in una giornata... illuminata.

Eppure basterebbe poco.
Edward De Bono, uno dei più grandi studiosi di Pensiero Laterale, consiglia di "partire dagli aspetti comunicativi di un oggetto per trasformarlo in qualcosa di nuovo".
EsattaMENTE quello che fanno i bambini spontaneaMENTE. 
Tu che dici, riusciamo a tornare indietro di qualche annetto?


Oggetto comunicativo

UNO
L'oggetto è un segno materiale che diventa segnale quando si riempie di significato convenzionale.
Se vedo una lavatrice, capisco che la sua funzione è quella di lavare i panni.
Se vedo un ciuccio, penso subito a un bambino.
E se vedo un cartello stradale?
Beh, il senso va interpretato in base alla "convenzione" del luogo in cui mi trovo.

DUE
L'oggetto ha un valore d'uso e un valore percepito: il primo si riferisce alla funzionalità; il secondo al valore - o all'insieme di valori - che riconosco. Un biscotto alla panna con un buco in mezzo è un biscotto alla panna con un buco in mezzo e il suo valore d'uso è quello di sfamarmi a colazione; ma se quel biscotto alla panna con un buco in mezzo si trova nella confezione del Mulino Bianco, diventa una macina: il suo valore è anche simbolico.
Se leggo Chicco, so che là c'è un bambino (?): la marca evoca di per sé un insieme di prodotti.
C'è una grande differenza tra valore d'uso e valore percepito: la pubblicità lavora molto sul secondo.

TRE
L'oggetto comunica qualcosa solo per il fatto di esistere; e si può "leggere" in tanti modi quante sono le sue componenti: forma, materia, colore, funzione.
Riuscire a mutarlo, dividerlo, moltiplicarlo, completarlo significa stimolare la creatività: o, per citare ancora Munari nel libro di Geppi de Liso Creatività&Pubblicità, giocare sulle "coppie creative".


Esercizio

Ecco, quindi, l'esercizio che ti propongo di fare:

  1. scegli un oggetto qualsiasi
  2. concentrati sulle singole componenti
  3. gioca sulla forma: cosa ti ricorda?
  4. Cambia la materia: di cosa potrebbe essere fatto?
  5. Immagina un colore diverso: cosa potrebbe diventare?
  6. Riconosci un valore nuovo: cosa potrebbe comunicare?

Strumenti

Esistono tecniche precise per trasformare la realtà; potrei definirle "artistiche", perché molto sfruttate da correnti pittoriche moderne e contemporanee.
Facciamo alcuni esempi, partendo dall'oggetto comunicativo "cartello stradale":

1. coppie di contrari: "ossimori visivi" che giocano sugli opposti [bene-male, per esempio]



2. moltiplicazione: replicare un particolare significa ampliarne l'effetto visivo (Wharol docet)



3. somma: aggiungere un particolare significa variare la percezione dell'oggetto



4. sottrazione: togliere materia, significa scolpire una nuova forma (Michelangelo docet)



5. cambio di materia: usare sostanze diverse, significa lanciare nuovi messaggi



6. affinità: trovare punti di contatto nel "segno", significa dargli un significato nuovo



Dunque, che aspetti?

Adesso tocca a te.
Sono tante le "coppie creative" da sfruttare per stimolare la creatività: fusione di elementi; spaesamento (Duchamp e la fontana orinatoio); cambio d'suo, dimensione e peso (Magritte e la pietra volante). Puoi anche lanciarti nel procedimento inverso: trovare le "astuzie" nell'immagine finita.

Sicuramente c'è un'inclinazione naturale alla meta-competenza, ma non esiste bambino che non sia creativo; e tutti siamo stati quel bambino. L'esperienza di vita è un valore aggiunto per liberare la fantasia, piegarla all'invenzione e utilizzare tecniche base per tornare a creare.
Una sfida che andrebbe alimentata con entusiasmo.

Qualsiasi oggetto, solo per il fatto di esistere, può diventare qualcosa di nuovo.
Prenditi un attimo e osserva bene quello che ti circonda: il punto di vista dipende solo da te.

Comunicare l'intenzione: una missione (e)motivante

"Cos'hai intenzione di fare?"
Frase che trasuda indecisione già nel dato... di fatto.
Ma se al posto del "fare" ci fosse il "dire", sarebbe un disastro. 
Per evitar di naufragar nel mar d'ambiguità (mezza cit.), tocca "darsi un tono". 
Il risultato, credo, si vedrà.

Jessica Lyew Aye on 40fakes.com


Non esiste comunicazione senza intenzione.
[Il che equivale a dire che non si può comunicare senza intendere].
Se leggiamo i sostantivi in senso letterale, tocca confermare l'assioma iniziale:

  • il verbo "intendere" sottintende (?) una potenza in atto, volta a raggiungere l'obiettivo finale 
  • il verbo "comunicare" protende allo svolgimento dell'atto, con lo scopo di "mettere in comune"

Il suffisso -atio corona il significato: premessa della comunicAZIONE è l'intenzione di lanciare un messaggio che vada a buon fine; logica conclusione è ottenere una conferma in tempo reale.
"La potenza è nulla senza il controllo", dice il copywriter illuminato; o, per elevare l'Eco, la comunicazione è un "commercio di segni".

Questo controllo sullo scambio è fondamentale.
Perché, a ben guardare, ci sono tanti modi per comunicare: segno, di-segno, suono, gesto, silenzio, comportamento in generale. La scrittura è solo uno dei codici possibili attraverso cui possiamo esprimerci. Un codice potente che non ricorre a suono e gesto, ma colpisce il segno trasformandolo in segnale. Come una melodia tocca il cuore senza l'ausilio di parole, così la parola trasmette emozione senza bisogno di onde sonore.
Lorenzo Marini parla di strumenti adeguati per ogni epoca:

Il Settecento è il secolo della ragione, dell'approfondimento, dell'illuminismo; lo strumento simbolo è il clavicembalo, elegante e freddo, ricco e decorativo. Nell'ottocento, secolo del sentimento e della passione, arriva il pianoforte: più romantico, più ampio, più sensibile; difatti le corde non vengono pizzicate, ma percosse. Vibrano. Ai giorni nostri emozione e ragione sono in un equilibrio fluido e instabile.

L'ossimoro "pianoforte" è sintesi dello scambio moderno, scisso tra la ragione illuminata del linguaggio e l'emozione romantica del messaggio.
Quale strumento utilizzare, quindi, per rendere chiara l'intenzione del comunicare?


Le trappole dell'ambiguità
L'abbiamo detto: la comunicazione scritta non ha tono e non ha gesto. E se il tono del messaggio non è chiaro, si rischia di cadere nelle trappole dell'ambiguità; parola che, per una beffa del destino, condivide con la comunicazione (?) il verbo agere (agire): da ambo le parti, però.

Parlare ambiguo significa non essere chiari sulle proprie intenzioni.
Essere ambiguo significa risultare falso, indeciso e poco affidabile.
Scrivere ambiguo significa entrambe le cose, con una difficoltà in più: il tiro non si corregge facilmente, magari fissando la gente.

Ogni parola può diventare ambigua perché si (s)piega su due piani diversi: letterale e intenzionale. 
Il secondo dipende da una serie di fattori extra-linguistici (psico-sociali, culturali, ambientali) che non riguardano solo il codice scelto, ma anche il contesto in cui avviene lo scambio del messaggio e il modo in cui vogliamo comunicarlo. 
In generale il significato della frase si esaurisce nel senso letterale; il concetto trasmesso - al di là delle parole - è intenzione reale di chi "parla". Superfluo precisare che non sempre coincidono; ed è grazie a questa crepa che s'inciampa nelle "trappole dell'ambiguità". 
Ecco qualche esempio:

  • parole con più significati: rivoluzione; titolo; gamba; amare
  • tono umoristico e/o sarcastico: forse non mi sono spiegato (sottinteso: non hai capito)
  • messaggio subliminale/eufemismo: sono rimasto a piedi (sottinteso: mi dai un passaggio?)

Comunicare significa anche esprimere sfumature di tono. 

Ma bisogna renderle senza... tonalità.
La domanda finale è quella del paragrafo precedente: quali strumenti utilizzare per chiarire l'intenzione? La risposta si cela nei registri linguistici e nei trucchi... iconici. 

Proviamo a trasformare la frase ambigua "c'è da fare" in un messaggio chiaro e intenzionale, attraverso l'uso di punteggiatura/interpunzione, interiezione e simbolo/icone.


Punteggiatura/interpunzione
In scrittura, la punteggiatura dà ritmo al discorso.
Qualche tempo fa, su Google Plus, è scoppiata un'interessante discussione sul senso del "punto fermo" alla fine della frase: troppo forte, deciso, perentorio; quasi tutti erano d'accordo nel considerarlo sinonimo di chiusura. Insomma, sembra che anche il punto fermo sia finito "in mobilità" come il fratello sposato con la virgola. Così è stato decretato nello scambio fugace. Amen.

I segni d'interpunzione danno un tono alla frase: interrogativo, condizionale, esclamativo, dubitativo.
Io uso il punto di domanda chiuso fra parentesi per esprimere in modo ironico un dubbio sull'efficacia del mio scrivere. Punti e pause rendono bene l'intenzione, facilitando la comprensione del lettore. Ecco il "tono" nella frase-cavia:

  • C'è da fare. - perentorio
  • C'è da fare... - condizionale
  • C'è da fare! - enfatico (incitamento)
  • C'è da fare? - interrogativo
  • C'è da fare!? - sorpreso (ancora?)
  • C'è da fare?! - deluso (ancora?)
  • C'è da fare...! - condizionale (invitante)
  • C'è da fare...? - dubitativo, incredulo


Interiezione
L'interiezione mi piace perché si pone al crocevia tra esclamazione, gergalità e resa onomatopeica del suono. Si tratta di un altro escamotage per esprimere lo stato emotivo in modo conciso. Non a caso si usa molto in comunicazione digitale, spesso accompagnata da segni d'interpunzione. Ecco, quindi, come diventerebbe la nostra frase:

  • Oh, c'è da fare = perentorio
  • Ehhh, c'è da fare = condizionale
  • Ah! C'è da fare. = enfatico
  • Ohi, c'è da fare? = interrogativo
  • Eeeh... c'è da fare? = sorpreso
  • Uh, c'è da fare = deluso


Emoticon/icona
Il linguaggio iconico è proprio dell'arte e consiste nel lanciare un messaggio attraverso il simbolo. L'espressione mi sembra indicata per inquadrare l'emoticon, parola dall'etimologia affascinante che ne descrive in pieno la funzione.
Il termine anglosassone deriva dalla contrazione di emotion (emozione) e icon (icona): si tratta di punti, linee e parentesi combinati in modo tale da riprodurre un'espressione facciale. 
Il segno grafico si e-move per trasformarsi in disegno/volto; e coinvolgere il lettore. 
Le simpatiche "faccette" nascono per i motivi che sto spiegando in questo post: combattere l'ambiguità e comunicare uno stato d'animo. 

La prima emoticon è stata utilizzata il 19 settembre 1982 dall'informatico statunitense Scott E. Fahlman, per sottolineare l'ironicità di una frase, poiché spesso un commento umoristico non veniva preso per tale e dava adito a interminabili discussioni [Wikipedia/Emoticon]

Interminabili discussioni; già: questi sono i rischi dell'ambiguità.
Tra l'altro, senza nulla togliere all'inventiva del cugino americano, esiste un illustre precedente italiano:

Le mie sopracciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi ^ ^, le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente dell'altra [Uno, nessuno, centomila, p. 6]

Insomma il prossimo che mi viene a dire che l'emoticon è una trovata giapponese, si becca un o_O.
Ma andiamo a vedere come si trasforma la nostra frase-cavia con il "simbolo emozionale":

  • c'è da fare W.W = perentorio (superiore)
  • c'è da fare #_# = sospensione (stanchezza)
  • c'è da fare :-D = enfatico (incitamento)
  • c'è da fare :-/ = interrogativo (dubbioso)
  • c'è da fare :-O = sorpreso (ancora?)
  • c'è da fare o_O = deluso (ancora?)
  • c'è da fare... ^_^ = condizionale (invitante)
  • c'è da fare... °__° = dubitativo (perplesso)

L'emoticon è uno strumento potente per chiarire l'intenzione comunicativa. La "faccina grafica" può sostituire un'intera frase e la sua interpretazione è soggettiva: tutto dipende dall'inclinazione creativa e dal livello di confidenza tra noi e il lettore. Guarda un po' l'intervento di Alessia Savi, Sam Bruno e Irene Ferri sul CIP, la mia Community scrittura creativa.
Questa, invece, è la mia emoticon per descrivere l'ascesso al dente:


E, dulcis in fundo, c'è il contributo di Katia Anna Calabrò sull'uso della parentesi grafa come "Giano bifronte" [perché lei è una tutta curve, per niente... quadrata ---->]


Nei social network come Twitter, l'uso delle "faccine concise" è tattico per stare dentro i 140 caratteri e liquidare un concetto in pochi "segni".


Comunicare l'intenzione oggi

Nel 1836 Samuel Finley Morse sostituì la lettera con punto e linea.
Punto e linea, ho detto; che non sono più alfabeto grafico, ma si adattano alla velocità "della luce" con un nuovo sistema di comunicazione: una sorta di linguaggio universale, oggi superato dal megabyte. 
La comunicazione digitale si conferma veloce, contaminata e bisognosa di ogni mezzo per riuscire a dialogare con l'utente finale.
Oggi abbiamo a disposizione risorse illimitate.
Comunicare l'intenzione, oggi, è una missione (e)motivante.

Feedly vuol dire fiducia?

Qual è la cosa più complicata da fare sul web? Beh, hai ragione: ce ne sono parecchie; ma se ci pensi bene, la necessità di fare ordine è tra le prime. 
Fortuna che ci sono servizi per ovviare: Feedly "in primis". 
Vorrei parlarne con te. Che si fa, ti va?



Partiamo da una certezza: oggi ho la febbre a 38 e sono sconnessa.
Ma non ti preoccupare: di Stich e del RobyCopyTelling ti puoi fidare.

Fidare.

Alias "riporre fiducia in una persona"; e siccome di persona non ci conosciamo, tocca riporre fiducia nella parola della persona [cioè me in questo caso].

Più facile a dirsi che a farsi, dirai te; e hai ragione. Affrontare i mille mila contenuti del web è impresa infida: come ordinarli? Dove archiviarli? E, soprattutto, quali scegliere?

Tu sai che dietro lo schermo ci sono persone misteriose che risolvono tutto; ma proprio tutto, tutto, tutto - perdonerai l'espressione in pieno stile D'Urso (la febbre rende l'umanità assai peggiore ahimè).
Mountain View ci aveva pensato con Google Reader, soprannominato da me medesima "EI FU" (+ 1 luglio 2013). La dipartita del figlioletto ottenne (?) ha gettato nello sconforto milioni di utenti: anni e anni di accumulo buttati nei biiiiit del web = disperazione ad alti, che dico... altissimi livelli.
Fin quando s'è scoperto che i feed archiviati si potevano importare in altri aggregatori con le medesime funzioni. Aggregatori come Feedly, ad esempio; e proprio di quello vorrei parlare con te.


Feedly: come, cosa, perché

Come si usa Feedly? Che cos'è Feedly? E perché si chiama così?
Ok: invertiamo l'ordine delle domande e chiariamo un po' di cose.

1. Perché si chiama così?
Partiamo dal concetto generico di Feed RSS.


  • RSS è l'acronimo di RDF site summary; si tratta, detto in modo semplicistico, di un linguaggio informatico in grado d'importare in un solo "luogo virtuale" link e titoli d'articoli pubblicati sul web. Una specie di catalogazione di contenuti, ordinati secondo campi specifici (titolo, autore, testo) e secondo formati predefiniti (comuni a tutti i lettori) 
  • Feed è una parola inglese che significa "collegamento diretto", ma anche "alimentazione, nutrimento, sostentamento". I "flussi RSS" - Feed RSS - sono quelli che permettono di rimanere aggiornati sulle news di nostro interesse, senza doverle consultare una per una.


Diciamo, quindi, che la tecnologia RSS deve gran parte del suo successo alla nascita dei blogs e di due necessità correlate:

  1. ordinare i contenuti 
  2. renderli disponibili per il lettore.

E diciamo anche che la parola Feed non ha nulla a che fare con la "fiducia" disneyana dell'ohana.
Colpi bassi da naming, dici?
Ma no, sai; perché, infondo, sempre di fiducia si tratta: quella che decidi di concedere tu.



2. Che cos'è Feedly?
Abbiamo detto che il linguaggio RSS può catalogare contenuti provenienti dal web, secondo regole standard comuni a tutti i lettori. E abbiamo visto che i Feed RSS non sono altro che "flussi di quei contenuti".
Bene. Aggiungiamo un tassello, dicendo che il lettore può rimanere aggiornato sulle news in due modi:

  1. iscrivendosi ai Feed direttamente dal sito/blog, grazie a servizi come Feed Burner - che prevedono l'aggiornamento tramite mail 
  2. scaricando software/aggregatori, che filtrano le news con algoritmi particolari e secondo quanto indicato dall'utente stesso.

Feedly rientra nel secondo gruppo, quello intitolato "è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare".
Il servizio esiste in versione mobile per iOS, Kindle, Android; ma anche in versione dekstop per i principali browser (Safari, Firefox e Chrome in primis). La cosa bella è che le due versioni non si "pestano i piedi" a vicenda, ma sono aggiornate in tempo reale: il contenuto già letto, eliminato, archiviato rimarrà tale indipendentemente dal mezzo utilizzato.



3. Come si usa Feedly?
Semplice: una volta installata la versione compatibile con il browser - download Feedly - s'inizia l'import dei contenuti (colonna a sinistra "add content"), copiando il link del blog nello spazio apposito. Ogni contenuto si può "incasellare" in categorie tematiche e visualizzare in tanti modi diversi: magazine, card, title only, full articles (rotellina "impostazioni" in alto a destra).


















Puoi archiviare il contenuto per leggerlo in un secondo momento (colonna a sinistra saved for later), segnalarlo come già letto e/o modificare la categoria iniziale (colonna a sinistra organize).
Ma la cosa più bella è che puoi condividere quel contenuto direttamente da qui: urbis et orbis, dico. Ogni post inizia e finisce con i pulsanti social, compresi Evernote e Hootsuite.
Basta un click perché la condivisione abbia inizio.









Pro e contro, ovvero... Feedly vuol dire fiducia?

No, l'abbiamo detto qualche riga più su.
Nonostante l'assonanza del naming, Feedly non suona come il mitico slogan di Stich: "Ohana vuol dire famiglia e famiglia vuol dire che nessuno viene abbandonato o dimenticato", dove il concetto di fiducia si dà per scontato. In realtà, a ben guardare, qualche punto in comune ci potrebbe essere; a patto di saper usare il mezzo in modo buono e giusto. Ecco, quindi, i pro e i contro che ho selezionato per te:


  • Pro

Rimanere aggiornati sui contenuti d'interesse, senza doverli spulciare nella "foresta" del web; la cosa risparmia una fatica non indifferente, perché quei contenuti sono davvero tanti: impossibile avere sotto controllo tutto e sempre

Fare una rapida selezione dei contenuti interessanti da mobile e ovunque ci si trovi per poi leggerli e condividerli in un secondo momento.

Imparare a catalogare gli interessi reali: selezionare vuol dire fare chiarezza. Nell'oceano di notizie che circolano in rete, si rischia d'incagliarsi presto; e di tornare indietro non v'è mai certezza (mezza cit.).

Dare fiducia: il contenuto condiviso sui social direttamente da Feedly ha un link che ne denuncia l'origine: il lettore sa che quel blog è nel nostro Feed e si aspetta qualcosa all'altezza. Inutile negarlo: quel link suona come: "non mi voglio perdere manco un post". E se non è fiducia questa...


  • Contro

Feedly non si usa per "fare un favore" a enne-mila persone: la qualità è il primo parametro di selezione.

Feedly non è un servizio di rilettura personale; o meglio, potrebbe esserlo, ma non nasce per quello.
Lo scopo non è solo rimanere aggiornati, ma anche condividere news con i lettori; va da sé che quei contenuti devono interessare a te, ma soprattutto a loro.

Feedly non è uno strumento rigido: se un blog non piace più, si può abbandonare e/o dimenticare con un semplice click... alla faccia di Stich.

Feedly è uno strumento che riduce al minimo l'impatto "visuale".

L'ultimo punto merita qualche riga di approfondimento finale.
Perché il delirio di questo post nasce da una riflessione casuale - che sono febbricitante lo so e te l'ho già detto, mi pare. L'altro giorno mi sono resa conto che non "vedo" alcuni blogs da mesi e mesi. Certo, leggo il contenuto prima di condividerlo; e, in alcuni casi, condivido alla cieca, mettendo il post tra i preferiti per leggerlo la sera - in questo caso l'ohana verso l'autore ci sta in pieno.

Ma la cosa grave è che ho perso il contatto con l'interfaccia grafica originaria: non vedo colori, scelte di stile, numero di condivisioni. Un vero peccato, direi; anche perché si rischia di fare figurette: mai capitato di ricevere tweet post-condivisione con domande tipo: "che ne pensi del mio nuovo blog?" e di rimanere con il mento che tocca il mattone del pavimento? A me sì.

Ogni tanto sarebbe il caso di cliccare sulla barra visit website prima di condividere nello spazio social(e); oltre che leggere sempre il contenuto, visto che esistono enne-mila casi in cui si possono prendere dei bei granchi - i Guest Post, ad esempio, per cui l'autore - quel giorno - potrebbe non essere lo stesso.

Il web è una grande famiglia in continua evoluzione.
E non vuoi certo essere tu quello "dimenticato e abbandonato" dal lettore per un banale errore.
Vero capo?

Personal Branding: ragionando sui termini

Ne senti parlare a destra e a manca; ma tu sei sempre fermo là, come un baccalà: qualcosa manca. Parlo della questione "personal branding" e della sua definizione. Per terminare la confusione è necessario partire dai termini (?) 
E no, non è un ossimoro.  


Il personal branding è questione tanto inflazionata, quanto confusa.
Ritengo questo assioma vero:
  1. perché sperimentato da me medesima sulla pelle di me medesima 
  2. perché la confusione sulla definizione è punto di partenza per la mia riflessione.

Mai provato?
Già: mai provato a cercare qualche informazione sul personal branding?
Certo, ne trovi un mucchio: ci sono professionisti che affrontano il tema davvero bene; ma la mia domanda si riferisce a una risposta esaustIVA, senza rinunciare al 22% d'interessi trattenuti - meglio intrattenere. 
E qui torniamo all'assioma iniziale/esperenziale: perché mi sono messa a cercare con scarso risultato.
Anzi, peggio: indagare sull'argomento, ha provocato in me un certo sgomento.
Non esiste una definizione univoca di personal branding, perché il concetto s'intreccia con altri mille concetti di altrettante discipline. Beatiful, vero?
Per trovare il filo dell'intricata trama, ho deciso di concentrarmi sulla singola parola... datata. 



Tra "personal" e "brand"
Quando le cose non sono chiare, bisogna scinderle in lista. E allora scindiamolo questo termine composto, che poi tanto inglese non è: lo definirei in parte greco, piuttosto.

Personal - è un aggettivo che si traduce per assonanza con "personale"; in inglese, però, ha una sfumatura in più: "soggettivo". Già qua si capisce la complessità della disciplina che si cerca d'ingabbiare in qualche riga. Ma c'è di più. L'etimologia di personal ha radici lontane; che siano romane? In parte sì; e proprio di "parte" si tratta, ma in senso teatrale. La parola deriva dal greco prosopon = "cosa che sta davanti al volto"; una specie di maschera, insomma, tant'è che indicava proprio l'attore e la sua capacità di personare, cioè di "far risuonare la sua voce attraverso la maschera". 
Concetto complesso non trovi? Soggettivo, recitato, urlato. Niente male.

Brand - è un sostantivo che si traduce in italiano con "marca"; in inglese, però, ha un'origine inaspettata: si tratta del "marchio a fuoco" inciso dal contadino sul bestiame di proprietà.
Un simbolo riconoscibile, quindi; un vero e proprio "marchio di fabbrica" che esprime identità, assimilazione e senso d'appartenenza.

Nel personal brand l'immagine mascherata di sé arriva a fondersi con la rappresentazione.
C'è solo una differenza sostanziale: il pubblico s'immedesima di sua sponte. Inutile forzare.



Comunicazione, mezzo, contesto
Fare personal branding significa "vendere sé stessi come si farebbe con un brand".
Rabbrividiamo-o-o.
Tranquillo, abbassa il sopracciglio; sto per aggiungere qualche (ap)punto:

  1. vendere significa guadagnare, non per forza in senso strettamente economico
  2. vendersi è comunicare qualcosa attraverso te stesso: sei involucro, contenuto e contesto
  3. il concetto non riguarda solo la persona, ma anche la piccola azienda a conduzione personale

Ne consegue che fare personal branding significa programmare un po' di cose, che vanno dalla pianificazione strategica al monitoraggio reputazione fino a contesto, mezzo, interazione.
Torniamo allo schema tradizionale, dove "contesto" sta per "mercato" e "codice" per "digitale":




E diciamo subito che:

  • il mezzo digitale ha cambiato il mercato: oggi vendere un prodotto - con brand correlato - significa interagire, dialogare, condividere; il B2B ha ceduto il passo al B&C
  • il mezzo digitale è diretto e indiretto al tempo stesso: messaggio chiaro = immagine decisa

Bluffare il meno possibile, essere coerenti e riuscire a schermare sono alcune delle premesse da tenere presenti quando si pianifica il personal branding. Tanto più dietro a uno schermo. Paradossale.


Strategia
Fare personal branding non è promuovere un sito, un blog o due profili social: si tratta piuttosto di decidere prima come gestire tutta 'sta minestra. Si tratta di pianificare una strategia che comprende, come ultimo tassello, la promozione stessa; quello che succede nel marketing mix, dove la comunicazione (promotion) è solo l'ultimo passo. Trasformare sé stessi in un brand e veicolare il contenuto significa posizionarsi in un mercato B&C con una propria identità e un monitoraggio costante del risultato: concetti ben espressi nei termini inglesi brand identity e brand reputation. 
Concetti che poco hanno a che fare con un curriculum a cielo aperto.

Dunque come fare?
Il mio consiglio è quello di seguire step by step un piano marketing tradizionale - con un occhio al brand management - e di concentrarsi su cinque punti fondamentali:

  1. quali sono i miei plus?
  2. Quali sono i miei minus?
  3. Qual è il mio "pubblico" e di cosa ha bisogno?
  4. Quel bisogno è già stato soddisfatto, oppure no? E come?
  5. Qual è la promessa che voglio comunicare al mio pubblico?
  6. Come penso di mantenere quella promessa nel tempo? E perché?

Darsi un valore e pianificare come dev'essere percepito dal pubblico è un ottimo inizio. Inizio ho detto. C'è da capire che il personal branding non è fisso: siamo esseri umani che si modificano nel tempo; essere camaleontici non è un problema, basta saperlo fare con sistema.
Gli esperti di brand management chiamerebbero il risultato finale brand equity = promessa del marchio in termini di qualità/aspettativa che il target mette nell'acquistare un prodotto. Cioè te.
Farsi riconoscere per ottenere riconoscenza è cosa buona e giusta.


Immagine e contenuto
Siamo fatti d'apparenza e di sostanza, si sa: osserviamo, ci facciamo un'idea e poi approfondiamo.
Ci vestiamo, ci atteggiamo e poi sveliamo. Ci comportiamo come tanti prodotti sugli scaffali, con il loro bel packaging avvolgente su contenuti sconosciuti.
Sul web questa percezione astratta è quasi esasperata dalla limitatezza stessa del mezzo: il messaggio è sempre... schermato.

Tutta roba, il personal branding, che non a caso si è già vista nello schermo televisivo; qualche maestro? Madonna e Michael Jackson; ma in generale qualsiasi personaggio pubblico ha la necessità di "pianificare la sua immagine" per ottenere lo scopo desiderato. Indipendentemente dal mezzo utilizzato.

Il concetto di brand identity riassume tutti gli elementi visivi che rendono un marchio riconoscibile: che si tratti di foto, look, colore, font, avatar poco cambia; dobbiamo esibire una maschera/persona nel mercato/palcoscenico davanti a un pubblico che prima guarda, poi ascolta. Non c'è nulla d'immorale: quella maschera ci permette di amplificare la nostra personalità.
Ricordi l'etimologia classica di "persona"? Ecco, il primo politico che ha fatto uso di personal branding iconografico è anche il primo imperatore di Roma: Augusto. E non è un caso che ancora oggi si parli metaforicamente di "agone politico", altra espressione che riconduce al teatro. L'antefatto storico è importante per capire che la nostra immagine dev'essere chiara, coerente e spontanea.
In una parola: credibile.
Ovvio che se prima non analizziamo bene noi stessi - dentro e fuori - sarà difficile convincere gli altri a "marchiarsi" con i nostri obiettivi. Sorvoliamo per guardarci dall'alto: il pubblico lo fa e non regala niente; il brand si "vende" attraverso un prodotto/contenuto. Ricordiamocelo sempre.


Sostanza e interazione
Vendere sé stessi non è come collocare sul mercato una scatola di biscotti sempre uguale.
Siamo individui e quel mercato, oggi, è diventato "scambio" nel senso umano del termine: interazione, coinvolgimento, conversione. In una parola: comunicazione.
Per quanto "pacco" tu ti possa giudicare, non puoi fare a meno di comunicare; e gli altri rispondono di conseguenza. Costruire rapporti e fare esperienza è il primo fine.
Espressione, tono e stile si uniscono all'immagine coordinata per dare un'idea precisa di te; pianificazione strategica, chiarezza d'intenti e conoscenza dei mezzi sono punti dello stesso "quadro".
Decidere come apparire per riuscire a veicolare il contenuto "personale" significa far risuonare la propria voce attraverso uno schermo: si può rivedere nel tempo, cambiare, tornare alla base.
Il punto fermo rimane l'intento finale. Il feedback è uno specchio sincero: monitorare quello che il pubblico percepisce di te, oggi, è più facile che mai: basta chiedere, osservare, conversare. Non servono strumenti e software dedicati, anche se esistono: sappilo.

Sottovalutarsi, come anche sopra-, non è una buona mossa: le persone, come la verità, s'incontrano sempre nel MEZZO. Con o senza maschera.

Visual: Wasted Rita into simonedoinel.tumblr.com