Regole di punteggiatura: la strana storia dell'enfo-punto

Scrivere = perdersi nella "selva oscura" della punteggiatura.
Questo succede da sempre. E da oggi?
C'è chi dice "di più"; c'è chi schiva l'argomento; c'è chi scava fino alla radice - giù, giù, giù; e c'è chi discute sul punto fermo. Perché le selve, si sa, sono popolate di strani esseri; come quello che sto per raccontarti. Qua.


L'argomento di questo capitolo l'hai già capito: l'uso della punteggiatura cambia il senso della frase.
Chi lo può negare? In rete si trovano spesso copy-ad come quello sopra qua, che mettono in luce quanto detto. Affermare: "ci sono cose che vorrei scrivere sempre" non è come dire: "ci sono cose che vorrei scrivere. Sempre". La differenza è sottile: nel primo caso il protagonista della frase è il sostantivo "cose"; nel secondo caso è l'avverbio temporale "sempre" (messo in rilievo con attenzione particolare).

Tutto ha inizio nell'età scolare.
"Maestra, come si usa il punto fermo?"
"Roberta, ogni frase è formata da più periodi. Ogni periodo deve avere un senso compiuto. Il punto fermo si usa per chiudere il periodo con un' idea espressa e iniziarne uno con un'idea diversa".

Ecco, quindi, la prima lezione:

  • chiusura
  • interruzione
  • the end della singola espressione.

Che dire poi del temibile "punto e a capo", incubo di tutti noi... giovani eroi?
La lettura ad alta voce rimbomba ancora dentro il capo: "Punto. A capo. Lettera maiuscola" - con quell'insistenza ritmica sulla "P" iniziale, che in effetti stoppa parecchio il fluire della frase. P.erché il P.unto fermo è la che deve stare, quando chiude il periodo e anche l'argomento. Segue sempre una lettera maiuscola preceduta da uno spazio, per sottolineare l'interruzione di significato.

Ma siamo proprio sicuri, sicuri, sicuri che le cose stiano sempre così?

Soffermarsi ad analizzare i fenomeni sulla punteggiatura significa intraprendere un cammino scivoloso e pieno d'incontri inaspettati [sarà mica la nostra "selva oscura" con i suoi esseri fatati?]. Quello dei segni interpuntivi è, infatti, un territorio di confine: una delle poche cose certe è che appartiene alla pagina scritta e ne costituisce la "segnaletica" per il lettore; una specie di "mappa grafica" per guidarlo nel significato e nella struttura del testo; rende, poi, le pause, l'intonazione e il ritmo dell'oralità. Le difficoltà nel dare indicazioni precise in merito alla punteggiatura derivano anche da una generale scarsità di regole e da una grande variabilità negli usi, soprattutto nella scrittura creativa e letteraria, in cui le scelte rientrano nello "stile" dell'autore. Per quel che riguarda il "dettare le regole" la scuola si è mossa nella direzione d'approccio negativo, dando indicazioni su quello che non bisogna fare per evitare gli errori più che dare spunti certi sugli usi corretti [Accademia della Crusca - Question]

Scuserai la lungaggine della citazione, ma fa davvero lezione.
Stoppiamoci su alcuni Punti della Punteggiatura, messi in luce da quest'intervento illuminante (?):

  1. la punteggiatura funge da "segnaletica" per mappare il testo agli occhi del lettore e guidarlo nella comprensione; se la punteggiatura diventa "selva oscura" si rischia di perdere la sfumatura
  2. l'insegnamento scolastico sostituisce una "segnaletica" d'accesso ai vari usi della punteggiatura con quella del divieto per non compiere l'errore e per.seguire (?) la giusta direzione
  3. la punteggiatura è parte integrante della pagina scritta e dell'orale con pausa, intonazione e ritmo
  4. l'uso della punteggiatura è variabile, soprattutto nella scrittura letteraria e creativa
  5. fare lo scrittore creativo significa sfruttare la punteggiatura per dare una direzione al proprio stile

L'obiettivo dello scrivere, quindi, è quello di sottomettere il segno interpuntivo al tono espressivo, nella ricerca di ritmo, suspence, stile. E curiosità.


Perdita di connessione: il punto prima della congiunzione

Alzi la mano chi non lo usa. E non abbia paura, costui, dell'eventuale bocciatura.
Io sono tra quelli che ignorano i divieti d'accesso alla punteggiatura e li scavalcano a piè pari - come l'omino Olio Cuore con la staccionata dell'amore: lui azzarda per sentirsi in forma; io per dare forma.
In ogni caso, non c'è niente da fare: il punto fermo prima della congiunzione crea un corto-circuito semantico, perché la sua funzione è quella di separare il periodo. Non di connetterlo.
Quelle cose che ti viene da dire "Ehi sei connesso?", tanto diffuse sul web da essere uso comune.
Io sfrutto questo escamotage secondo una logica causa-effetto: il primo periodo (causa) si lega al secondo (effetto) in una sequenza riflessiva/fattuale. Un buon modo per tenere viva l'attenzione del lettore e mettere in rilievo la conclusione:


Tecnica uguale con la congiunzione avversativa per sottolineare una conseguenza inaspettata:



Fine della discussione: una diversa funzione

Qualche tempo fa, su Google Plus, la regina del tweet ValiJolie ha postato questa riflessione qua:



L'occasione ha generato confronto e discussione.
Lascio a te il piacere di leggere il post e i commenti sul riflesso - inconscio? - che il punto fermo può avere nella mente del lettore. E di tirare la tua conclusione.


Abbreviazione = eliminazione

Il buon vecchio punto fermo, a dispetto delle poche regole con cui lo si liquida, può sostituire lettere in esubero; un lavoratore al limite dello stacanovista, insomma, che invece di star fermo punta alla mobilità.
Ing. - Prof. - Dott. - Gent.le - Egr.
Tutti egregi conosciuti, ahimè; per non parlare dei femminili Prof.ssa, Dott.ssa, Gent.ssima.
Espressioni in disuso, di cui si sconsiglia vivamente l'uso. E si vieta totalmente l'abuso.


Enfo-punto e conclusione

Usciamo dalla "selva oscura" della punteggiatura con una riflessione su folletti e follie... creative.
M'imbatto nella strana creatura "enfopunto" leggendo un articolo di Francesca Gagliardi sul silenzio.
E tu penserai che non è un caso, visto che il punto fermo chiude qualsiasi lettura: l'autore tace; le sue parole suonano dentro di te, a seconda di quanto è stato bravo a catturare l'attenzione; segue il nulla fisico e teorico, riempito solo dalla forza di una riflessione. Ma l'enfopunto sfugge alle regole d'interpunzione, dando enfasi a quel che segue. Te l'ho detto: trattasi di lavoratore altruista e indefesso, capace d'illuminare il periodo successivo - pur se "dipendente" da quello precedente.

Il punto enfatico funziona bene in frasi brevi, secche, piene; meglio ancora su parole sole.
Tutti lo possiamo sfruttare per cercare ritmo, suspence, pausa, curiosità, sfumatura d'espressione.
Ma, soprattutto, per tenere il lettore appeso al filo della conclusione, catturare l'attenzione, bloccare l'osservazione sul particolare, sottintendere un messaggio subliminare. Non a caso questo strano folletto che saltella su e giù fra le parole è molto sfruttato nella comunicazione pubblicitaria per frammentare il testo e personalizzare lo stile a seconda dello scopo/contesto.

Al solito, scrivere significa percorrere sentieri sconosciuti alla scoperta di soggettive "follie espressive".
Sono tanti gli autori - famosi - che hanno fatto uso dell'enfopunto: Boccaccio, Pavese, Dante, Manzoni.
Non ricordo di preciso come le mie maestre lo giustificassero; penso con il solito "licenze poetiche".
Ma tu, come un folletto, tendi bene l'orecchio. E metti un punto sullo stile perfetto.
Io, intanto, rifletto.

Punto.
E a capo.

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