#LaGrandeBellezza e il "bla bla bla"

Vedere "La Grande Bellezza" di Sorrentino e non sorridere più? Un tema caldo che mi ha gelato il sangue. E ha dato finalmente un senso al mio BLA-BLA-BLA-terare senza senso. Ne vogliamo parlare?



Pause sceniche lunghe e riflessive.

Padre cocainomane che gestisce un night e si preoccupa per la figlia spogliarellista quarantaduenne.
Figlio depresso di genitori separati, che trova (s)conforto nelle parole di Proust.

[Figlia e figlio perderanno la vita: l'una senza intenzione; l'altro con l'intenzione di trovare nella morte una perfetta soluzione].

Creatività impressa, repressa, espressa in una bambina prodigio, che lotta per godersi l'infanzia.
Perché la bambina prodigio guadagna; e i genitori (co)stringono l'istinto. Si butta sulla tela bianca con tutta la sua rabbia; poi riesce a veicolarla nell'opera d'arte perfetta: frutto stesso del sentimento represso.
La gente guarda indifferente: il dolore è uno spettacolo ispiratore, quanto espiatore; solo la figlia spogliarellista, appesa tra la morte e la vita, comprende l'orrore. La creatività infantile e la sua innata spontaneità, che il cubista Picasso tanto amava, si trasforma nella trappola infernale d'una capacità sopra il normale. Una capacità a-normale.

A-normale come l'imbarazzo del godereccio cardinale di fronte alla "santa" consunta; due personaggi caricaturali e fisicamente brutti, in cui è veramente difficile trovare la Grande Bellezza. Cibarsi di radici "perché le radici sono importanti"; non spiegare la povertà "perché la povertà è qualcosa che si vive". L'imbarazzo della ricchezza non-felice di fronte all'ascetica ricerca della felicità.

Normale, invece, quel padre del figlio suicida che vive la quotidianità con la sua compagna dell'est.
La vita ripetitiva e banale, liquidata dal protagonista con una frase: "che belle persone che siete".
Nonostante tutto. E rispetto a tutto il resto, ovviamente.

Ecco queste sono alcune scene della "Grande Bellezza"; le prime che mi vengono in mente, ché diventa difficile selezionare quelle più significative. Una metafora continua, questo film. Anzi, una vera e propria analogia; come quella tra la fila "al botulino" scandita dal dlin dlon e la fila al bancone del supermercato con tanto di numerino. Magari per comprare chili di macinato... "affettato".
La bellezza eterna e simbolica - quadri, viali, statue, monumenti, palazzi, dimore principesche - fa da contrasto alla tristezza della condizione umana. E della sua limitatezza.

Il protagonista è uno scrittore che non scrive più. Per farlo ha bisogno di trovare la "grande bellezza", quella che sta sopra ogni cosa: come la verità. Tutto il resto, ormai lo sa, è il solito "bla bla bla".

Bla. Bla. Bla.
Un'onomatopea che mi rappresenta in pieno.
L'avatar blatera in fumetto; l'head Twitter in caratteri bianchi su sfondo neretto.
Perché quando il rumore si sovrappone al muro di parole, ti senti abbattuto.
Il bombardamento continuo di linguaggi contaminati porta alla deriva l'attenzione:


  • immagini fisse
  • immagini animate
  • infografiche riassuntive
  • link che aprono mondi profondi
  • testi deformati, ordinati, piegati alle regole
  • parole che si slegano dalla pagina per volare lontane


Interazione, condivisione, bisogno di sentirsi centro.
Rumore, rumore, tanto rumore.
Il messaggio arriva spesso confuso, de-ficiente, intermittente.
E sai che c'è? Io mi stresso parecchio. 
Il canale è otturato, colmo, interrotto: il destinatario/ricevente è oppresso dal cerotto apparente.
Le parole diventano chiacchiericcio confuso, che tutto copre: lo sprazzo di bellezza e anche l'errore.

"Dobbiamo. Sì, noi dobbiamo ridare a quelle parole un valore: chiarezza d'intento, spessore, emozione". Questo - e tante altre cose - ho pensato dopo la finale riflessione:



Pubblicazione di Marco Grosso.


La vita [...] nascosta sotto il bla bla bla [...] è tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore [...] Tutto sepolto dalla coperta dell'imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla.


Fortuna che lo spot della FIAT 500 è andato in onda solo una volta ieri sera; la trasposizione del senso di bellezza nell'oggetto ready made totalmente fuori dal contesto, è stata aberrante. Uno spaesamento in pieno stile dadaista; insomma, per dirla con il claim, "una piccola grande schifezza".

Ma dopo Sorrentino, che altro posso aggiungere sul bla-bla-bla e sul senso del mio bla-terare?
Quando ho scelto questa onomatopea come "suono" di riconoscimento, pensavo alla voglia di condividere, coinvolgere, conversare. Poi, questo lo devo dire, sono stata oppressa dal rumore digitale che stressa: troppi input, selezione difficoltosa, linguaggio contaminato e non sempre pertinente.
L'imbarazzo dello stare al mondo coperto dal costante e continuo chiacchiericcio intermittente.

Le parole, ne sono convinta, hanno il potere di scoprire quell'imbarazzo del vivere in tutte le sue contraddizioni. Ogni parola scritta può essere davvero terapeutica e congelare nel tempo una grande bellezza. Un tempo di memoria che resta inalterato e oltrepassa l'umana limitatezza.