Roma e colosseo: mito o realtà?

Cosa significa la parola "Colosseo"?
Quali sono le sue origini?
Facciamo un viaggio nella storia di Roma, per scoprirlo insieme.

Quamdiu stabat Colyseus
Stabit et Roma;
Quamdo cadet Colyseus
Cadet et Roma;
Quamdo cadet Roma
Cadet et mundus.

(Finchè resisterà il Colosseo,
resisterà anche Roma;
quando cadrà il Colosseo,
cadrà anche Roma;
quando cadrà Roma,
cadrà anche il mondo).

Questo è l'epigramma del Venerabile Beda, erudito inglese vissuto tra la fine del VI e l'inizio del VII sec. d.c. Noi italiani, dobbiamo andarne fieri.
Ma cosa intendeva il saggio anglossassone con il termine "Colosseo"?
Si riferiva al monumento che conosciamo oggi oppure a qualcosa che non esiste più?
Per scoprirlo, dobbiamo compiere un breve viaggio nella storia di Roma.
Si parte.

#1 L'incendio, l'imperatore e lo scontro fra 2 titani 

Roma in cenere
Corre l'anno 64 d.c.
L'imperatore di Roma, Nerone, è fuori città: sta trascorrendo i mesi estivi presso la stazione termale di Anzio. Non prevede che il suo soggiorno sarà breve: un evento catastrofico sta per abbattersi su Roma. La notte tra il 19 e il 20 luglio il Circo Massimo s'incendia all'improvviso. La zona tra Celio e Palatino pullula di botteghe in legno, piene di mercanzie combustibili; terreno fertile per il fuoco, che, complice il vento, avanza come un mare compatto e invalicabile.

"Dapprima l'incendio divampa al piano, sale poi devastante ai colli per ridiscendere al basso, impedita ogni difesa e dalla rapidità delle fiamme e dalle strade strette e tortuose specie in quartieri irregolari, come c'erano allora nella vecchia Roma". 

Queste le parole di uno scrittore medievale per descrivere l'ondata incandescente che investe Roma fino al 28 Luglio. Dieci giorni... di fuoco!


La megalopoli contro il megalomane
Giunto a Roma, Nerone si trova davanti uno scenario drammatico: delle 14 regioni augustee:

  • 3 sono rase al suolo;
  • 7 sono ridotte in rovina;
  • 4 sono salve in modo parziale, insieme a Foro, Campidoglio e Palatino

La Domus Transitoria, dimora imperiale che congiungeva l'ex Palazzo di Tiberio sul Palatino con i giardini di Mecenate sull'Esquilino, è ridotta in cenere.
Imprecisato il numero di morti nell'intrico di strade e vicoli dei quartieri umili, avvolti dal fuoco e difficili da raggiungere per il crollo delle strutture murarie in legno. Più della metà dei romani perde casa e lavoro: la disperazione regna sovrana.
Ma per Nerone c'è di peggio: il popolo, che pochi giorni prima lo appaludiva ossequioso, ora gli si rivolta contro rabbioso e lo accusa d'essere il vero responsabile dell'incendio.
Si delinea uno scontro tra due titani: la megalopoli da una parte; il megalomane dall'altra.
Sicuramente l'egocentrismo esasperato e paranoico dell'imperatore, da sempre evidente e sotto gli occhi di tutti, non aiuta a riscuotere consensi nel momento di bisogno.
Ma è  stato Nerone l'artefice del disastroso evento?
E perché il popolo lo accusa?


Due indizi di colpevolezza
Nerone comprende le difficoltà della plebe e cerca di correre ai ripari: apre agli sfollati il Campo Marzio, gli edifici di Agrippa e i giardini imperiali.
Non solo.
Lui stesso si adopera per costruire edifici provvisori d'accoglienza e per distribuire ogni genere di alimenti, venduti anche in seguito a bassissimo prezzo.
Ma le buone intenzioni non sono sufficienti.
Tacito, storico d'epoca poco posteriore, sottolinea come: "L'infame opinione che l'incendio fosse stato comandato dall'imperatore restò ben radicata". Altri storici antichi, testimoni non sempre obiettivi delle opinioni del tempo, danno un giudizio unanime di colpevolezza.
Perché tanto accanimento?
Come ho già accennato, l'imperatore soffre di un evidente delirium magnitudinis, forma di megalomania che non lo rende certo simpatico; a questo lato caratteriale che rasenta la follia, si aggiungono due indizi di colpevolezza:


1. il desiderio, più volte espresso, di fondare una nuova Roma e di chiamarla Neropoli
2. l'acquisto, pochi mesi prima dell'incendio e a basso costo, di una vastissima area tra Esquilino e Palatino (sulla quale si estenderà parte della Domus Aurea).


Tanta "carne" da mettere al fuoco per sfamare i più pettegoli.
Ma torniamo agli storici antichi.
Che ne pensano?
Dice Svetonio:
Disgustato dalla bruttezza dei vecchi edifici e dalle strade tutte strettoie e curve, [Nerone] dette fuoco alla città (...) aveva perfino progettato di costruire una nuova Roma e di chiamarla Neropoli.
Della stessa opinione è Cassio Dione:
Nerone sentì il desiderio di realizzare quello che aveva sempre sperato e cioè mandare in rovina l'intera città fintanto che era in vita (...) Perciò incaricò segretamente alcuni uomini che, comportandosi come se fossero ubriachi, appiccarono focolai d'incendio in più parti di Roma.
Dulcis in fundo, la conferma del già citato Tacito:
Nerone sfruttò il disastro cittadino per costruirsi una sontuosa dimora, dove non tanto erano da ammirare gemme ed ori (ricchezza divenuta banale per uno che si chiamava Nerone), quanto terreni coltivati e laghi, parchi con foreste, spazi e prospettive: opera dei fantasiosi architetti Severo e Celere, la cui geniale arditezza si sbizzarriva nel realizzare con l'arte ciò che non offriva la natura e nell'allegro sperpero delle ricchezze del principe.

Il terribile incendio di Roma solo per edificare una residenza privata?
Scoprilo nella seconda tappa del viaggio.