Eco & Narciso

E' primavera e stiamo facendo una bella passeggiata in montagna.
L'aria è tersa e frizzantina, le narici inebriate dall'intenso profumo dei pini e dei fiori; dopo un lungo e faticoso cammino, abbiamo trovato un posticino soleggiato con un panorama mozzafiato.
Siamo soli, felici ed in pace con noi stessi. Ammiriamo lo spettacolo che ci circonda e ci sentiamo quasi in obbligo di aprire le braccia verso il vuoto, urlando al vento la nostra euforia; ma ecco che il suono acuto della nostra voce, rotto improvvisamente il silenzio, sbatte violentemente sulle pareti rocciose che ci circondano e rimbalza verso di noi.
Oggi sappiamo a cosa sia dovuto questo strano e divertente fenomeno fisico, per cui il suono, riflettendosi contro un ostacolo, torna ad essere udito nel punto da cui è stato emesso; ma quale spiegazione davano all'eco gli uomini che frequentavano boschi e montagne nell'antichità?
L'etimologia della parola ci porta a riscoprire un mito antichissimo, che è la storia di un amore struggente, mai corrisposto e consumato, tra una ninfa delle montagne ed un giovane dalla bellezza sconvolgente.
Eco è il nome della dolce ninfa innamorata, nata dall'unione di Aria e Terra.
Il sostantivo deriva dal greco 'echò' (eco) e dal verbo 'echein' (risuonare) ed era per i Greci quel fenomeno acustico di riflessione del suono, che ancora oggi chiamiamo con lo stesso termine.
Narciso  è il nome del bellissimo giovane che quella ninfa fa innamorare, nato dalla violenza del fiume Cefiso sulla casta Liriope.
Il sostantivo deriva dal greco 'nàrkissos', la cui radice è da ricercare per alcuni nel persiano 'nergis' (pianta dall'odore gradito, profumo, olezzo), per altri nel greco 'narkè' (sopore, stupore) e 'narkào' (intorpidire); era per i Greci una pianta bulbosa con fiori gialli e bianchi, che sprigionava una fragranza talmente forte ed intensa da provocare uno stordimento soporifero. Varie specie di questo arbusto velenoso, che va ancora oggi sotto il nome di 'narciso', si possono ammirare in tutto il loro splendore su alture secche e rocciose.
Ovidio, nel III Libro delle Metamorfosi, dedica quasi duecento versi alla storia tra Eco e Narciso.
L' incontro fra i due giovani avviene durante una battuta di caccia nella foresta.
 'Mentre [Narciso] spaventava i cervi per spingerli dentro le reti, lo vide quella ninfa canora, che non sa tacere se parli, ma nemmeno sa parlare per prima: Eco che ripete i suoni ... benché loquace, non usava bene la bocca, non riuscendo a rimandare di molte parole che le ultime'.
Narciso ha occhi belli e grandi come le stelle, capelli biondi degni del dio Apollo, guance lisce, pelle color avorio e bocca rosa che spicca sul diffuso candore del viso; quando lo vede per la prima volta, Eco ha ancora il suo corpo, ma le è già stato tolto il dono della parola. Incline per natura alla chiacchiera ed al pettegolezzo, l'ingenua ninfa si è resa complice di uno dei tanti tranelli orditi da Zeus per raggirare la gelosissima moglie Era ed è stata duramente punita.
'Tutte le volte che [Era] avrebbe potuto sorprendere sui monti le ninfe stese in braccio a Giove, quella astutamente la tratteneva con lunghi discorsi per dar modo alle amanti di fuggire. Quando la dea se ne accorse 'Di questa lingua che mi ha ingannato - disse - potrai disporre solo in parte: ridottissimo sarà l'uso che tu potrai farne'. E coi fatti confermò le minacce: solo a fine di un discorso Eco duplica i suoni ripetendo le parole che ha udito."
Impossibilitata ad esprimersi per prima, la ninfa segue lo splendido Narciso di nascosto; infiammata dal sentimento, soffre terribilmente, ma si trattiene sempre dal rivelarsi. Sono da annoverare tra i più bei versi d'amore mai scritti quelli che Ovidio dedica al tormento dell'infelice fanciulla.
Quando vide Narciso vagare in campagne fuori mano, Eco se ne infiammò e ne seguì le orme di nascosto; e quanto più lo segue, tanto più vicino alla fiamma si brucia, come lo zolfo che, spalmato in cima ad una fiaccola, in un attimo divampa se si accosta alla fiamma. Oh quante volte avrebbe voluto affrontarlo con dolci parole e rivolgergli tenere preghiere! Natura lo vieta, non le permette di tentare; ma, e questo le è permesso, sta pronta ad afferrare i suoni, per rimandargli le sue stesse parole.'
Un giorno Narciso si separa per caso dai suoi compagni di caccia e si perde nel bosco, dove sente dei rumori tra le frasche e,  stranito, urla 'C'è qualcuno?' Eco vorrebbe rispondere e comunicare con lui, ma non può che ripetere il suono delle sue parole.
"Per caso il fanciullo, separatosi dai suoi fedeli compagni, aveva urlato: 'C'è qualcuno?' ed Eco: 'Qualcuno' risponde. Stupito, lui cerca con gli occhi in tutti i luoghi, grida a gran voce: 'Vieni!'; e lei chiama chi l'ha chiamata. Intorno si guarda, ma non mostrandosi nessuno: 'Perché', chiede, 'mi sfuggi?', e quante parole dice altrettante ne ottiene in risposta. Insiste e, ingannato dal rimbalzare della voce: 'Qui riuniamoci!' esclama, ed Eco che a nessun invito mai risponderebbe più volentieri: 'Uniamoci!' ripete. E decisa a far quel che dice, uscendo dal bosco, gli viene incontro per gettargli, come sogna, le braccia al collo. Lui fugge e fuggendo: 'Togli queste mani, non abbracciarmi!' grida. 'Possa piuttosto morire che darmi a te!'. E lei nient'altro risponde che: 'Darmi a te!'".


Quanto dolore provoca il crudele rifiuto! In quel dolore la giovane ninfa si perde fino a dissolversi: il suo corpo svanisce lentamente e le sue ossa si tramutano in roccia; di lei resta solo la voce.
"Respinta, si nasconde Eco nei boschi, coprendosi di foglie per la vergogna il volto, e da allora vive in antri sperduti. Ma l'amore è confitto in lei e cresce col dolore del rifiuto: un tormento incessante le estenua sino alla pietà il corpo, la magrezza le raggrinza la pelle e tutti gli umori del corpo si dissolvono nell'aria. Non restano che voce e ossa: la voce esiste ancora; le ossa, dicono, si mutarono in pietre. E da allora sta celata nei boschi, mai più è apparsa sui monti; ma dovunque puoi sentirla: è il suono, che vive in lei."
Non è la prima volta che l'arrogante Narciso si beffa delle ninfe e dei giovani fanciulli caduti vittime del suo tracotante disprezzo; fin quando uno di loro, alzando le mani al cielo, invoca la dea della Vendetta e la prega d'infliggergli una dura condanna.
"Che possa innamorarsi anche lui e non possedere mai chi ama!".
La giusta supplica, trova pronto accoglimento; da quel momento inizia il calvario di Narciso, la cui punizione sarà amare così tanto sè stesso da morirne consumato.
Vale la pena di far parlare i versi di Ovidio.
"C'era una fonte limpida, dalle acque argentee e trasparenti, che mai pastori, caprette portate al pascolo sui monti o altro bestiame avevano toccato, che nessun uccello, fiera o ramo staccatosi da un albero aveva intorbidita. Intorno c'era un prato, che la linfa vicina nutriva e un bosco che mai avrebbe permesso al sole di scaldare il luogo. Qui il ragazzo, spossato dalle fatiche della caccia e dal caldo,venne a sdraiarsi, attratto dalla bellezza del posto e dalla fonte, ma, mentre cerca di calmare la sete, un'altra sete gli nasce: rapito nel porsi a bere dall'immagine che vede riflessa, s'innamora d'una chimera: corpo crede ciò che solo è ombra. Attonito fissa sé stesso e senza riuscire a staccarne gli occhi rimane impietrito come una statua scolpita in marmo di Paro [...] Desidera, ignorandolo, sé stesso, amante e oggetto amato, mentre brama, si brama, e insieme accende ed arde. Quante volte lancia inutili baci alla finzione della fonte! Quante volte immerge in acqua le braccia per gettarle intorno al collo che vede e che in acqua non si afferra! Ignora ciò che vede, ma quel che vede l'infiamma e proprio l'illusione che l'inganna eccita i suoi occhi [...] né il bisogno di cibo o il bisogno di riposo riescono a staccarlo di lì: disteso sull'erba velata d'ombra, fissa con sguardo insaziabile quella forma che l'inganna e si strugge, vittima dei suoi occhi. Poi sollevandosi un poco, tende le braccia a quel bosco che lo circonda e dice: 'Esiste mai amante, o selve, che abbia più crudelmente sofferto? Voi certo lo sapete, voi che a tanti offriste in soccorso un rifugio. Ricordate nella vostra lunga esistenza, quanti sono i secoli che si trascina, qualcuno che si sia ridotto così? Mi piace, lo vedo; ma ciò che vedo e che mi piace non riesco a raggiungerlo: tanto mi confonde amore. E a mio maggior dolore, non ci separa l'immensità del mare, o strade, monti, bastioni con le porte sbarrate: un velo d'acqua ci divide! E lui, sì, vorrebbe donarsi: ogni volta che accosto i miei baci allo specchio d'acqua, verso di me ogni volta si protende offrendomi la bocca. Diresti che si può toccare; un nulla, sì, si oppone al nostro amore. Chiunque tu sia, qui vieni! Perché m'illudi, fanciullo senza uguali? Dove vai quand'io ti cerco? E sì che la mia bellezza e la mia età non sono da fuggire: anche delle ninfe mi hanno amato. Con sguardo amico mi lasci sperare non so cosa; quando ti tendo le braccia, subito le tendi anche tu; quando sorrido, ricambi il sorriso; e ti ho visto persino piangere, quando io piango; con un cenno rispondi ai miei segnali e a quel che posso arguire dai movimenti della bella bocca, mi ricambi parole che non giungono alle mie orecchie. Io, sono io! l'ho capito, l'immagine mia non m'inganna più! Per me stesso brucio d'amore, accendo e subisco la fiamma! Che fare? Essere implorato o implorare? E poi cosa implorare? Ciò che desidero è in me: un tesoro che mi rende impotente. Oh potessi staccarmi dal mio corpo! Voto inaudito per gli amanti: voler distante chi amiamo! Ormai il dolore mi toglie le forze, e non mi resta da vivere più di tanto: mi spengo nel fiore degli anni. No, grave non mi è la morte, se con lei avrà fine il mio dolore; solo vorrei che vivesse più a lungo lui, che tanto ho caro. Ma, il cuore unito in un'anima sola, noi due ora moriremo'.
Dice, e delirando torna a contemplare quella figura, e con le sue lacrime sconvolge lo specchio d'acqua, che increspandosi ne offusca lo splendore. Vedendola svanire: 'Dove fuggi?' esclama. 'Fèrmati, infame, non abbandonare chi ti ama! Se non posso toccarti, mi sia permesso almeno di guardarti e nutrire così l'infelice mia passione!'. In mezzo ai lamenti, dall'orlo in alto lacera la veste e con le palme bianche come il marmo si percuote il petto nudo. Ai colpi il petto si colora di un tenue rossore, come accade alla mela che, candida su una faccia, si accende di rosso sull'altra, o come all'uva che in grappoli cangianti si vela di porpora quando matura. Specchiandosi nell'acqua tornata di nuovo limpida, non resiste più e, come cera bionda al brillio di una fiammella o la brina del mattino al tepore del sole si sciolgono, così, sfinito d'amore, si strugge e un fuoco occulto a poco a poco lo consuma. Del suo colorito rosa misto al candore ormai non v'è più traccia, né del fuoco, delle forze, di ciò che prima incantava la vista e nemmeno il corpo è più quello che Eco aveva amato."
La fine di Narciso è vicina.
Consumato dal desisderio della sua immagine riflessa, il giovane si percuote addolorato e si consuma lentamente vicino alla fonte.
Eco, vedendolo in tali sofferenze, non riesce a goderne; nonostante la rabbia che ancora prova al ricordo del rifiuto, risponde al lamento dell'amato, gli rivolge l'ultimo addio e si unisce al canto delle Naiadi addolorate per la sua morte.

"Ma quando lei [Eco] lo vide così, malgrado la collera al ricordo, si addolora e ogni volta che l'infelice mormora 'Ahimè', rimandandogli la voce ripete 'Ahimè', e quando il ragazzo con le mani si percuote le braccia, replica lo stesso suono, quello delle percosse. Le ultime sue parole, mentre fissava l'acqua una volta ancora, furono: "Ahimè, fanciullo amato invano", e le stesse parole gli rimandò il luogo; e quando disse 'Addio', Eco 'Addio' disse. Poi reclinò il suo capo stanco sull'erba verde e la morte chiuse quegli occhi incantati sulle fattezze del loro padrone. Ed anche quando fu accolto negli Ínferi, mai smise di contemplarsi nelle acque dello Stige. Un lungo lamento levarono le Naiadi sue sorelle, offrendogli le chiome recise; un lungo lamento le Driadi, ed Eco unì la sua voce alla loro."

Nemmeno disceso negli Inferi il folle giovane smette di cercare il riflesso del suo volto nelle acque del fiume Stige; in terra, il suo corpo scompare e di lui resta solo un fiore.
"Già approntavano il rogo, le fiaccole da agitare e il feretro: il corpo era scomparso; al posto suo scorsero un fiore leggiadro e nobile, che giallo era nel mezzo tutto circondato di petali bianchi".
Lo struggente mito risponde all'esigenza che i Greci avevano di dare un nome a fenomeni fisici spesso indecifrabili, come la ripetizione a distanza di un suono o l'effetto di stordimento dovuto all'inebriante profumo di un fiore.
L'evoluzione concettuale dei due termini 'eco' e 'narciso' merita senz'altro una riflessione; anzi, direi che proprio la parola 'riflessione' descrive bene il loro legame teorico più profondo.
Eco è il riflesso dell'altro da sè; la sua esistenza dipende dall'emissione di un suono, sia questo una voce, una melodia, un battito, un soffio o un rumore assordante.
Narciso è il riflesso di sè; la sua esistenza dipende dalla vista della perfezione, sia questa da possedere o già posseduta.
Eco si può ascoltare, ma non vedere; fra quelle rocce in cui le sue ossa si sono fuse e che tante volte l'hanno ospitata, rimbalza giocoso un suono.
Narciso si può vedere, ma non ascoltare; in quei boschi che l'hanno visto protagonista di cacce e di tanti crudeli rifuti, nasce e cresce il fiore dagli ipnotici poteri.
Aggiungerei che i due termini hanno anche un'evoluzione naturale, oltre che concettuale; anzi, direi che proprio nella parola 'natura' si nasconde il loro legame fisico più viscerale.
Il corpo di Eco si consuma lentamente e svanisce, mentre le sue ossa seccano fino a tramutarsi in pietre; proprio di quelle pietre ha bisogno il velenoso narciso per nascere e crescere.
In questa dipendenza fisica tra roccia e fiore voglio riconoscere la giusta rivincita di una ninfa incompresa, che nella dimensione della morte lega eternamente a sè il simbolo del giovane un tempo tanto amato. 

Le altre versiono del mito
1. Quella contenuta nei Racconti del greco Conone, in cui Narciso è rappresentato come un ragazzo vanitoso, viziato ed incapace di comprendere i sentimenti che la sua bellezza suscitava in tutti gli esseri viventi. Un giorno, mentre ammirava tutto il suo splendore nelle acque di uno stagno, Narciso viene colpito da Cupido che, per beffarsi di lui, gli trucca la faccia e gli scompiglia i capelli. Nel tentativo di recuperare il suo viso, il giovane cade in acqua e muore. Sulle sponde dello stagno nascono subito degli splendidi fiori che chinano sempre il capo sull'acqua, cercando il proprio riflesso.
2. Quella contenuta nei Papiri di Ossirinco (forse scritta dal Partenio), cui si rifà anche Ovidio per la parte che concerne l'invocazione della dea Vendetta.
Anche in questa versione l'arrognate Narciso ha molti spasimanti che respinge sgarbatamente fino a farli desistere. Un giorno, però, incontra un giovane ragazzo di nome Aminia, che non ne vuole sapere di darsi per vinto. Narciso allora, non sapendo come fare a liberarsene, gli dona una spada e gli chiede di uccidersi. L'innamoratissimo Aminia, per cui il volere di Narciso è dovere, obbedisce e si trafigge davanti a casa sua, avendo prima invocato la dea vendetta per una giusta punizione. Secondo questa versione, una volta innamoratosi della sua immagine riflessa, Narciso mosso dalla disperazione prende la stessa spada che aveva donato ad Aminia e si uccide; dal sangue versato sulla terra si dice sia spuntato per la prima volta il bel fiore che porta il suo nome..
3. Quella contenuta nella Descrizione della Grecia del greco Pausania, il quale non può credere al fatto che qualcuno sia talmente 'idiota' da non distinguere un riflesso di sè da una persona reale e riporta una variante più plausibile del mito. In questa versione Narciso ha una sorella gemella identica a lui, in compagnia della quale caccia e si diverte nei boschi; il giovane alla fine se ne innamora e quando questa muore, recandosi alla fonte, scambia il riflesso della sua immagine per il viso della sorella amata.  

Curiosità
1. In latino 'eco' si diceva 'imago vocis', bellissima espressione che mette in relazione il mondo dell' immagine con quello del suono e che sottolinea la sostanza del fenomeno come riflesso di carattere acustico.
2. Sono da mettere in relazione con la parola 'eco' i termini medici ecografia o ecocardiografia; si tratta in entrambi i casi di sistemi diagnostici basati sull'eco delle onde ultrasuoniche proiettate sugli organi in esame.
N.B. Molte altre parole caratterizzate da identico prefisso sono, invece, da mettere in relazione con il termine greco oikos (= casa, ambiente); tra queste: economia, ecologia ed ecosistema.
3. Sono da riferire alla parola 'narciso' i termini:
narcisismo (da cui anche narcisista e narcisistico), derivato dal nome proprio del mitico giovane. L'atteggiamento narcisistico è caratterizzato da egoismo, tracotanza, sopravvalutazione del proprio ego e mancanza di rispetto totale per il valore ed i sentimenti degli altri. 
Narcotico (da cui narcosi, narcotrafficante, narcotizzare ecc.), derivato dal persiano 'nergis' e dal greco 'narkao'; la parola si riferisce al torpore ed allo stordimento provocati dal veleno contenuto nella pianta del narciso.
4. Angelo Poliziano nelle sue Rime, dedica un componimento all'incontro tra Eco e Narciso, che ben si adatta alla metrica dei 'rispetti'.

“Che fa' tu Ecco, mentre io ti chiamo? Amo.
Ami tu dua o pure un solo? Un solo.
E io te sola e non altri amo. Altri amo.
Dunque non ami tu un solo? Un solo.
Questo è un dirmi: i' non t'amo. I' non t'amo.
Quel che tu ami, ami il tu solo? Solo.
Chi t'ha levata dal mio amore? Amore.
Che fa quello a chi porti amore? Ah, more!”




Testi:
Ovidio - Metamorfosi, III (339-509)
Pausania - Descrizione della Grecia, IX (7-8, 31)
Wikipedia - Enciclopedia on-line 'Narciso'
treccani.it
Dizionario etimologico - Rusconi, 2004
Umberto Curi - "Amore e conoscenza: il mito di Narciso", in Vivarium, Napoli, 25 giugno1993
ifepadova.it - 'Piante velenose'
forumfree.it - 'Narciso'
Immagini:
ifepadova.it
François Lemoyne - Narciso al fonte, (1728), Kunsthalle, Amburgo.
Waterhouse - Eco e Narciso (1903)
Caravaggio - Narciso (1596), Galleria Nazionale d'arte antica, Roma
Benczúr Gyula - Narcissus (1881), Magyar Nemzeti Galéria, Budapest
Salvador Dalì - Metamorfosi di Narciso (1936-1937), Tate Gallery. Londra
Nicolas Poussin, Eco e Narciso (ca. 1629-1630), Museo del Louvre, Parigi