Comunicare l'intenzione: una missione (e)motivante

"Cos'hai intenzione di fare?"
Frase che trasuda indecisione già nel dato... di fatto.
Ma se al posto del "fare" ci fosse il "dire", sarebbe un disastro. 
Per evitar di naufragar nel mar d'ambiguità (mezza cit.), tocca "darsi un tono"
Il risultato, credo, si vedrà.

Jessica Lyew Aye on 40fakes.com


Non esiste comunicazione senza intenzione.
[Il che equivale a dire che non si può comunicare senza intendere].
Se leggiamo i sostantivi in senso letterale, tocca confermare l'assioma iniziale:

  • il verbo "intendere" sottintende (?) una potenza in atto, volta a raggiungere l'obiettivo finale 
  • il verbo "comunicare" protende allo svolgimento dell'atto, con lo scopo di "mettere in comune"

Il suffisso -atio corona il significato: premessa della comunicAZIONE è l'intenzione di lanciare un messaggio che vada a buon fine; logica conclusione è ottenere una conferma in tempo reale.
"La potenza è nulla senza il controllo", dice il copywriter illuminato; o, per elevare l'Eco, la comunicazione è un "commercio di segni".

Questo controllo sullo scambio è fondamentale.
Perché, a ben guardare, ci sono tanti modi per comunicare: segno, di-segno, suono, gesto, silenzio, comportamento in generale. La scrittura è solo uno dei codici possibili attraverso cui possiamo esprimerci. Un codice potente che non ricorre a suono e gesto, ma colpisce il segno trasformandolo in segnale. Come una melodia tocca il cuore senza l'ausilio di parole, così la parola trasmette emozione senza bisogno di onde sonore.
Lorenzo Marini parla di strumenti adeguati per ogni epoca:

Il Settecento è il secolo della ragione, dell'approfondimento, dell'illuminismo; lo strumento simbolo è il clavicembalo, elegante e freddo, ricco e decorativo. Nell'ottocento, secolo del sentimento e della passione, arriva il pianoforte: più romantico, più ampio, più sensibile; difatti le corde non vengono pizzicate, ma percosse. Vibrano. Ai giorni nostri emozione e ragione sono in un equilibrio fluido e instabile.

L'ossimoro "pianoforte" è sintesi dello scambio moderno, scisso tra la ragione illuminata del linguaggio e l'emozione romantica del messaggio.
Quale strumento utilizzare, quindi, per rendere chiara l'intenzione del comunicare?


Le trappole dell'ambiguità
L'abbiamo detto: la comunicazione scritta non ha tono e non ha gesto. E se il tono del messaggio non è chiaro, si rischia di cadere nelle trappole dell'ambiguità; parola che, per una beffa del destino, condivide con la comunicazione (?) il verbo agere (agire): da ambo le parti, però.

Parlare ambiguo significa non essere chiari sulle proprie intenzioni.
Essere ambiguo significa risultare falso, indeciso e poco affidabile.
Scrivere ambiguo significa entrambe le cose, con una difficoltà in più: il tiro non si corregge facilmente, magari fissando la gente.

Ogni parola può diventare ambigua perché si (s)piega su due piani diversi: letterale e intenzionale. 
Il secondo dipende da una serie di fattori extra-linguistici (psico-sociali, culturali, ambientali) che non riguardano solo il codice scelto, ma anche il contesto in cui avviene lo scambio del messaggio e il modo in cui vogliamo comunicarlo. 
In generale il significato della frase si esaurisce nel senso letterale; il concetto trasmesso - al di là delle parole - è intenzione reale di chi "parla". Superfluo precisare che non sempre coincidono; ed è grazie a questa crepa che s'inciampa nelle "trappole dell'ambiguità". 
Ecco qualche esempio:

  • parole con più significati: rivoluzione; titolo; gamba; amare
  • tono umoristico e/o sarcastico: forse non mi sono spiegato (sottinteso: non hai capito)
  • messaggio subliminale/eufemismo: sono rimasto a piedi (sottinteso: mi dai un passaggio?)

Comunicare significa anche esprimere sfumature di tono

Ma bisogna renderle senza... tonalità.
La domanda finale è quella del paragrafo precedente: quali strumenti utilizzare per chiarire l'intenzione? La risposta si cela nei registri linguistici e nei trucchi... iconici. 

Proviamo a trasformare la frase ambigua "c'è da fare" in un messaggio chiaro e intenzionale, attraverso l'uso di punteggiatura/interpunzione, interiezione e simbolo/icone.


Punteggiatura/interpunzione
In scrittura, la punteggiatura dà ritmo al discorso.
Qualche tempo fa, su Google Plus, è scoppiata un'interessante discussione sul senso del "punto fermo" alla fine della frase: troppo forte, deciso, perentorio; quasi tutti erano d'accordo nel considerarlo sinonimo di chiusura. Insomma, sembra che anche il punto fermo sia finito "in mobilità" come il fratello sposato con la virgola. Così è stato decretato nello scambio fugace. Amen.

I segni d'interpunzione danno un tono alla frase: interrogativo, condizionale, esclamativo, dubitativo.
Io uso il punto di domanda chiuso fra parentesi per esprimere in modo ironico un dubbio sull'efficacia del mio scrivere. Punti e pause rendono bene l'intenzione, facilitando la comprensione del lettore. Ecco il "tono" nella frase-cavia:

  • C'è da fare. - perentorio
  • C'è da fare... - condizionale
  • C'è da fare! - enfatico (incitamento)
  • C'è da fare? - interrogativo
  • C'è da fare!? - sorpreso (ancora?)
  • C'è da fare?! - deluso (ancora?)
  • C'è da fare...! - condizionale (invitante)
  • C'è da fare...? - dubitativo, incredulo


Interiezione
L'interiezione mi piace perché si pone al crocevia tra esclamazione, gergalità e resa onomatopeica del suono. Si tratta di un altro escamotage per esprimere lo stato emotivo in modo conciso. Non a caso si usa molto in comunicazione digitale, spesso accompagnata da segni d'interpunzione. Ecco, quindi, come diventerebbe la nostra frase:

  • Oh, c'è da fare = perentorio
  • Ehhh, c'è da fare = condizionale
  • Ah! C'è da fare. = enfatico
  • Ohi, c'è da fare? = interrogativo
  • Eeeh... c'è da fare? = sorpreso
  • Uh, c'è da fare = deluso


Emoticon/icona
Il linguaggio iconico è proprio dell'arte e consiste nel lanciare un messaggio attraverso il simbolo. L'espressione mi sembra indicata per inquadrare l'emoticon, parola dall'etimologia affascinante che ne descrive in pieno la funzione.
Il termine anglosassone deriva dalla contrazione di emotion (emozione) e icon (icona): si tratta di punti, linee e parentesi combinati in modo tale da riprodurre un'espressione facciale. 
Il segno grafico si e-move per trasformarsi in disegno/volto; e coinvolgere il lettore
Le simpatiche "faccette" nascono per i motivi che sto spiegando in questo postcombattere l'ambiguità e comunicare uno stato d'animo. 

La prima emoticon è stata utilizzata il 19 settembre 1982 dall'informatico statunitense Scott E. Fahlman, per sottolineare l'ironicità di una frase, poiché spesso un commento umoristico non veniva preso per tale e dava adito a interminabili discussioni [Wikipedia/Emoticon]

Interminabili discussioni; già: questi sono i rischi dell'ambiguità.
Tra l'altro, senza nulla togliere all'inventiva del cugino americano, esiste un illustre precedente italiano:

Le mie sopracciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi ^ ^, le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente dell'altra [Uno, nessuno, centomila, p. 6]

Insomma il prossimo che mi viene a dire che l'emoticon è una trovata giapponese, si becca un o_O.
Ma andiamo a vedere come si trasforma la nostra frase-cavia con il "simbolo emozionale":

  • c'è da fare W.W = perentorio (superiore)
  • c'è da fare #_# = sospensione (stanchezza)
  • c'è da fare :-D = enfatico (incitamento)
  • c'è da fare :-/ = interrogativo (dubbioso)
  • c'è da fare :-O = sorpreso (ancora?)
  • c'è da fare o_O = deluso (ancora?)
  • c'è da fare... ^_^ = condizionale (invitante)
  • c'è da fare... °__° = dubitativo (perplesso)

L'emoticon è uno strumento potente per chiarire l'intenzione comunicativa. La "faccina grafica" può sostituire un'intera frase e la sua interpretazione è soggettiva: tutto dipende dall'inclinazione creativa e dal livello di confidenza tra noi e il lettore. Guarda un po' l'intervento di Alessia SaviSam Bruno Irene Ferri sul CIP, la mia Community scrittura creativa.
Questa, invece, è la mia emoticon per descrivere l'ascesso al dente:


E, dulcis in fundo, c'è il contributo di Katia Anna Calabrò sull'uso della parentesi grafa come "Giano bifronte" [perché lei è una tutta curve, per niente... quadrata ---->]


Nei social network come Twitter, l'uso delle "faccine concise" è tattico per stare dentro i 140 caratteri e liquidare un concetto in pochi "segni".


Comunicare l'intenzione oggi

Nel 1836 Samuel Finley Morse sostituì la lettera con punto e linea.
Punto e linea, ho detto; che non sono più alfabeto grafico, ma si adattano alla velocità "della luce" con un nuovo sistema di comunicazione: una sorta di linguaggio universale, oggi superato dal megabyte
La comunicazione digitale si conferma veloce, contaminata e bisognosa di ogni mezzo per riuscire a dialogare con l'utente finale.
Oggi abbiamo a disposizione risorse illimitate.
Comunicare l'intenzione, oggi, è una missione (e)motivante.