Viaggio in "comunicazione": storia, etimologia e (contro)sensi

Da dove arriva la comunicazione? 
Che poi è come chiedersi: "Da dove deriva la parola comunicazione?"
No, non ti porterò alla deriva del contenuto (?)
Farai un breve viaggio in una lunga storia, piena di sensi e contro-sensi. 
Scoprirai una parola "inzuppata" di vita sociale, politica, religiosa, commerciale.
Tredici "segni" che nascondono significati... radicati.


Se la comunicazione è sempre stata di tutti, tutti possiamo comunicare.
Proprio vero: mai come oggi la comunicazione è un'espressione social(e).
E quale sarebbe il valore di questa "espressione"? Beh, da un lato "bisogna saperci fare"; dall'altro si tratta di mettere quel "fare" al servizio di qualcuno - o qualcosa - che si trova... fuori da sé.

Perché comunicare non è solo pronunciare, scrivere, disegnare: la comunicazione avviene quando c'è comprensione, scambiopartecipazione; quando l'espressione è "codice condiviso".
Umberto Eco parla, a questo proposito, di "commercio di segni": cosa sono, infatti, le parole se non un insieme di segni che si uniscono per comporre un significato?
Il primo fine della comunicazione è quello di costruire un dialogo tra emittente e ricevente.
Questa reciprocità è tipica di ogni essere vivente, dato che si comunica sempre: anche quando si gesticola o si sta in silenzio - paradossalmente. Ma noi esseri umani abbiamo una responsabilità in più: quella del linguaggio, che si riferisce all'oggetto concreto in modo astratto/simbolico.

Siamo noi a decidere il senso delle parole e le cose/pensieri a cui si vogliono riferire.
Quindi sì, comunicare è una responsabilità globale e sociale; cosa sottintesa se pensiamo all'etimologia latina del quartultimo termine: responsus habilis, capace di rispondere... alla vita e a chiunque decida di rivolgersi a noi.
Proprio sul meccanismo di risposta/feedback si basa l'intero processo comunica(t)tivo.
Quindi... da dove deriva questa parola che tanto ci interessa e ci riguarda?
La sua storia è lunga, interessante, complessa. Vediamo insieme quali fasi attraversa, procedendo secondo una direzione inversa: dalla superficie alla... radice.


Mettere in comune

Si sente dire - e da quel che abbiamo detto è vero - che "comunicare significa mettere in comune". Assioma basato su un dato di fatto e uno etimologico: il sostantivo "comunicAZIONE", in-fatti, deriva dalla contrAZIONE del verbo latino communicare con il suffisso -atio, tipico dei nomi astratti.
Come? Una parola tanto concreta è il risultato di un'astrAZIONE lessicale?
Già; ma io insisto sul ripetersi del suffisso -azione, perché chi comunica partecipa e agisce.
Il vero punto è: cosa si mette in comune? Una parola? Un pensiero? Una... cosa?
In epoca romana il soggetto del verbo era un oggetto concreto (?) - come vedremo - anche se già Cicerone usava communicare nel senso di trasmettere un pensiero.
Con l'avvento del cristianesimo le testimonianze di "comunicazione" come "diffusione di un sentimento e condivisione d'amore" aumentano, ma la Chiesa usa il verbo comunicare in entrambi i sensi: basti pensare al concreto "offrire e consumare un pasto in comune", da cui anche "comunione" - distribuire il corpo di Cristo - e "scomunicare" - escludere qualcuno dall'eucarestia.
Oggi la diffusione del pensiero e del sentimento è imperante; saliamo una continua scala d'astrazione che si ricollega al senso etimologico di comunicazione. La storia - della parola - è ciclica; si sa.
Facciamoci un altro giro.


Incaricare, scambiare, donare

Alla base del verbo communicare c'è l'aggettivo communis, derivato dalla contrazione di cum - con- e munis: il secondo termine è il perno su cui ruota il senso di comunicAZIONE odierno.
Fin dalla sua comparsa l'aggettivo ha il doppio significato di "colui che svolge un incarico" e di "dono"; tant'è che si definiva immunis una persona "esente da incarico (pubblico)", ma anche "ingrata".

[Non proprio il senso che gli attribuiscono i cari politici di oggi, per cui ottenere l'immunità significa inchiodarsi alla seggiola, non avere obblighi e apparire come santi degni di privilegi celesti. Ahimè].

Forse cummunis si riferisce ai primi consoli romani che "condividono una carica pubblica".
Il poeta latino Terenzio scrive una frase che potrebbe diventare un mantra del web:

Communia esse amicorum inter se omnia  - Tutte le cose sono condivise, senza che nessuno degli amici possa rivendicare nulla come sua gelosa proprietà.

[Alla faccia del copyright insomma, ma molto social devo dire].
L'aggettivo diventa presto sostantivato con significato di "persona che condivide due proprietà nello stesso tempo", da cui il grammaticale genus commune - il "genere neutro" né maschile né femminile - e il retorico locus communis - il "luogo comune" tanto amato dai pubblicitari.

Ma per cogliere il senso profondo della parola comunicazione, dobbiamo tornare alla duplice accezione di "incarico pubblico" e "dono". Come collegare due definizioni così diverse?
Beh, la storia della parola nasconde pieghe complesse. Tra le incombenze del magistrato romano, infatti, c'è quella di provvedere a giochi e spettacoli per il popolo, tant'è che durante l'Impero si definisce munerarius "ciò ch'è relativo agli spettacoli gladiatori" e muneratur "colui che li dona". 
Nominando qualcuno magistrato si offrono vantaggi e onori; lui, in cambio, è obbligato a controprestazioni - spese - che giustificano la carica.
[Pare superfluo il parallelo tra il detto panem et circenses e gli 80 euro et mondiali dell'astuto Renzie].
Nell'atto di comunicare c'è ascolto, risposta e responsabilità sociale.
Quando lo "scambio" avviene dentro le stesse "mura" si forma una comunità, cioè un insieme di persone unite da un legame di reciprocità. Guarda caso, "comune", "commercio", common community hanno un'etimologia simile.


Accordare, stringere, passare

Nel viaggio al contrario fatto finora per scendere fino alla radice della parola "comunicazione", sembra ovvio che i significati - politici, commerciali, religiosi, sociali - si riassumano nella radice stessa (o nella stessa radice, come si preferisce).
Dal punto di vista strutturale, il sostantivo munus è una contrazione tra la radice indoeuropea *mei - reciprocità, scambio - e il suffisso latino *nos - noi.
Stessa radice si trova nel nome proprio di un'antichissima divinità pagana: Mi-tra, dio iraniano del sole e dell'amicizia nel senso di accordo/contratto/trattato.
Le parole latine meio "passo da una parte all'altra", meatus "passaggio in due direzioni", commeatus "commiato" ricalcano ancora una volta questo senso di reciprocità - cercata o mancata.
E guarda caso la parola italiana "mutare" - passare da uno stato all'altro - ha etimologia simile.


Chiudere il giro intorno al mondo... comunicativo

La parola "comunicazione" è inzuppata di storia politica, sociale, religiosa, commerciale.
Se la chiave di (s)volta è nel valore dell'ascolto, la comunicazione odierna ha ripreso il senso di una volta.
Reciprocità/accordo; scambio/dono; responsabilità/obbligo sono alla base del suo significato etimologico.
C'è ascensione cristiana, ma anche illuminazione pagana nella parola "comunicazione".
C'è scambio di oggetti e prodotti concreti, ma anche di pensieri e sentimenti veri - oggi più che mai.
C'è filo conduttore e passaggio da una parte all'altra nel suo continuo dialogare, costruire, divenire.
C'è responsabilità social(e), infine.

Per comunicare bene è fondamentale cogliere il senso tradizionale di osmosi bidirezionale: prima si ascolta e si riceve; poi si dona qualcosa di comprensibile, chiaro, condivisibile.
Nei molteplici sensi, ci sono altrettante direzioni: la comunicazione è atto concreto e astratto; oggetto e pensiero; andata e ritorno; partecipazione e comunione.
Comunicare significa ricevere per per poi donare; cambiare, ma non imporre; mettere un punto fermo e muoversi verso l'altro e-mozionando.
La comunicazione si nasconde in tutte le pieghe del nostro vivere e appartiene a tutti, indipendentemente dalla provenienza geografica o dal credo sociale, politico, religioso.
Perché "scambiare" non è sinonimo di "cambiare" nel senso d'imporre. Lasciare per strada quella "s" iniziale significa rinunciare al cum: un pre-fisso/pre-messa (?) ch'è fondamentale.
Fonti:
Cicerone "Episulae ad Atticum" 1, 17,6
Terenzio "Ad. 804
Plauto "Mercator" 105
Emile Benveniste, 1, 72-73
www.lacomunicazione.it